Stagione teatrale in corso

STAGIONE TEATRALE 2018 - 2019




dettagli

RICORRENZE

Venerdì 5 e sabato 6 ottobre 2018 ore 20:45
 

CENTENARIO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE
in collaborazione con la Scuola di Teatro Francesco Campogalliani

Oh, che bella guerra!

di Luigi Lunari
Regia di Maria Grazia Bettini

Prezzi per questa spettacolo: € 10,00, ridotti € 8,00 (per Associazioni convenzionate con l’Accademia Campogalliani 

NOTE BIOGRAFICHE dell’Autore

Luigi Lunari è nato a Milano nel 1934. Si laurea in legge a Milano, ma molto presto si rende conto di preferire le arti e soprattutto di preferire il Teatro al Tribunale, studia composizione e direzione d’orchestra all’Accademia Chigiana di Siena e comunque è stato anche Giudice di Pace. Si occupa di teatro in varie direzioni, dedicandosi per periodi di varia durata all’insegnamento universitario, alla saggistica, alla critica. E’ stato attivo protagonista della grande trasformazione che il teatro ha vissuto nella seconda metà del Novecento sia sul piano organizzativo e strutturale, sia per quello che riguarda ogni teoria dello spettacolo e la stessa drammaturgia. Per vent’anni dal 1961 al 1982 ha collaborato con Grassi e Giorgio Strehler, che ancora oggi Lunari chiama “Il Maestro”, al Piccolo Teatro; è stato anche docente universitario, critico teatrale e musicale. Ha tradotto in italiano molte opere teatrali di vari autori tra cui Molière, Shakespeare e Neil Simon. Fra le sue maggiori opere teatrali figura ’Tre sull’Altalena’ (1990), l’opera che lo ha reso celebre sui palcoscenici di tutta Europa. Lunari conosce il teatro dall’interno, dall’ottica di chi lo produce, dal palcoscenico, dal meccanismo artistico fondamentale che è la creazione del testo. Alcune sue opere sono state tradotte anche in giapponese e rappresentate, con grande successo, in quel Paese. Vastissima anche la sua attività saggistica, dedicata in particolare a Goldoni, Molière, Brecht e al teatro inglese dell’Otto e Novecento. Ha pubblicato inoltre una ’Breve Storia del Teatro’ e tanto altro fino ad arrivare negli anni ’60 quando per il quartetto dei Gufi, ha scritto due testi: "Non so, non ho visto, se c’ero dormivo" e "Non spingete, scappiamo anche noi". Nel 2014, infine, il suo ultimo testo teatrale: "Amor sacro, amor profano". In tutta questa sua attività teatrale, Lunari non ha mai tralasciato il suo hobby che é quello di suonare il pianoforte e la tromba. Luigi Lunari vive e lavora a Milano. 


OPERA

“Oh, che bella guerra!” Un titolo, a dir poco, provocatorio. Potrebbe mai essere considerata bella una guerra? L’autore, Luigi Lunari, giustifica il titolo con una rappresentazione in forma cabarettistica evidenziando alcuni frammenti della Prima Grande Guerra Mondiale. Sono interpretati personaggi di varia natura per i quali viene enfatizzata la loro ira, la loro arroganza, la loro follia e la loro disperazione, il tutto con una vena ironica che porta lo spettatore al sorriso, nonostante l’argomento trattato. Una Guerra che tutti quanti, chi più chi meno, conosciamo per averla studiata sui libri di scuola. Il periodo rappresentato vede i Rappresentanti Diplomatici delle Nazioni studiare le tattiche per diventare sempre più potenti e arricchirsi sempre più, indicendo battaglie spietate per conquistare territori sempre più vasti a discapito dei giovanissimi soldati, arruolati nelle maniere più disparate e ingannevoli, che morivano a milioni sui campi di battaglia o rimanevano mutilati o subivano una lunga e ardua prigionia a volte senza via di uscita. Durante lo spettacolo vengono proiettate alcune diapositive dell’epoca trattata che non devono distrarre lo spettatore, ma solo indirizzarlo al preciso momento o personaggio che viene rappresentato dagli attori. Il significato che Lurani vuole trasmettere al pubblico è: “l’inutilità della guerra”, definita anche dall’allora Papa Benedetto XV “inutile strage”. Tanto inutile che si ripeté con la dichiarazione della Seconda Guerra Mondiale.


NOTE DI REGIA

Quattro Reduci occupano la scena e raccontano in poche parole l’argomento che verrà trattato: la Guerra, in particolare la Prima Guerra Mondiale. Subito dopo lo spettatore verrà catapultato in un susseguirsi di monologhi, dialoghi, poesie, canzoni dell’epoca, interpretati e raccontati dagli attori nelle vesti di illustri Capi delle Nazioni, di soldati o dei loro parenti a casa, il tutto coordinato da una figura - una voce narrante - denominata da Lunari “Il Presentatore”. Alcuni personaggi saranno interpretati da attori diversi che si succederanno in scene distinte. Ad esempio il pubblico vedrà ed ascolterà ben cinque Presentatori e due Generali Cadorna. La rappresentazione ha una forma cabarettistica e mette in rilievo il frenetico ed esagerato “entusiasmo”, meglio definito “follia”, che vige tra i Capi delle Nazioni per impossessarsi di territori sempre più vasti facendo semplici calcoli e valutazioni solo sulle carte geografiche e chi più ne ha, più ne vorrà. Questa mania di grandezza porta gli stessi Capi delle Nazioni ad allearsi tra loro, ma anche a tradirsi o a dichiararsi guerra l’un l’altro schiaffeggiandosi sulla scena. Bello il momento in cui i soldati sul campo di battaglia, si danno tregua perché è Natale, perché in effetti loro non sono i veri acclamatori della guerra, ma sono solo dei semplici esecutori tutti uguali, tutti giovanissimi, nonostante la provenienza. Anche se per pochissimi istanti e solo ascoltandosi a distanza, festeggiano insieme il Natale cantando una canzone nota in tutto il mondo, ognuno nella propria lingua. Il momento, invece più triste e commovente dell’Opera è rappresentato dalla lettura delle “lettera a casa” interpretate da alcune attrici nei panni di madri, mogli, sorelle dei soldati. Il tutto dovrebbe finire con l’acclamazione della fine della guerra nel 1918, ma questa guerra è risultata inutile, come è il significato dell’Opera, tanto che dopo vent’anni, nel 1939, scoppierà la Seconda Guerra Mondiale. Lo spettacolo finisce con la canzone del famoso poeta Boris Vian “ Monsieur le President”, cantata in italiano, che sfocerà in un’acclamazione a gran voce di tutti gli attori: NO! No alla guerra.

dal 13 ottobre al 4 novembre 2018


Non sparate sul postino

di Derek Benfield

Regia di Maria Grazia Bettini

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

dal 10 novembre 2018 al 6 gennaio 2019


Canto di Natale

di Charles Dickens

riduzione teatrale di Chiara Prezzavento

Regia di Maria Grazia Bettini

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, 1812 e muore a Gadshill Rochester 1870).
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne (1828) stenografo parlamentare. Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz , che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837)-Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore.: l’improvvisazione di episodî e scene intorno a un gruppo di personaggi.
Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol" (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865).
Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappresentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto "allegro Natale" in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo, con una finestra sulle strade di Londra che si prepara con al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti.
Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale.
Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane. Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)

Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità.
Il Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A CHRISTMAS CAROL.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensianas

EVENTI COLLATERALI

Giovedì 15 novembre 2018
 


Spettacolo ospite

Prezzo per questo spettacolo: € 10,00, ridotti € 8,00 per Associazioni convenzionate con l’Accademia Campogalliani

dall’11 gennaio al 3 febbraio 2019


Il fantasma di Canterville

di Oscar Wilde

riduzione teatrale di Chiara Prezzavento

Regia di Maria Grazia Bettini

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

dal 9 al 24 febbraio 2019


Assenze

di Peter M. Floyd

traduzione di Antonia Brancati

Regia di Mario Zolin

L’OPERA

“Assenze” è la storia di Helen Bastion, una matura matriarca con una volontà di ferro. Anche se in famiglia i rapporti sono difficili per la sua infaticabile azione di controllo su tutto e su tutti, è comunque una storia d’amore per la vita. Compaiono i primi vuoti di memoria, all’inizio negati, in seguito mascherati, ma poi inevitabilmente sconvolgenti. “Pensi che mi lascerò andare facilmente? Io lotterò fino alla fine”.
Helen non ha nessuna intenzione di lasciarsi scivolare nell’oblio. Il suo mondo però diventa sempre più caotico. Vorrebbe ritrovare un rapporto con la figlia Barb, che ha deluso le sue attese e provocato la sua disapprovazione, ma le parole perdono via via di significato e il dialogo diventa sempre più difficile. La sua corazza d’acciaio comincia a sgretolarsi. Le sue facoltà mnemoniche diventano sempre più confuse, tuttavia conservano memoria affettiva, intelligenza, astuzia, abilità dialettiche. Helen si sforza disperatamente di trovare un significato ad un’esistenza che sta lentamente e inesorabilmente diventando un “involucro” vuoto... ed ecco appare il dott. Bright. Con lui Helen arriva a valutare in modo nuovo la sua nuova vita senza tempo né memoria, a scoprire un orizzonte diverso, non privo di poesia e leggerezza: “Libera. Mi sento libera”.
“Assenze” è un testo che coinvolge lo spettatore nell’alternarsi di forze contrapposte, cedimenti, paure, sentimenti, e desideri contrastanti, perché vede la realtà attraverso gli occhi di Helen, fa sue le sue visioni, sente non quello che persone dicono, ma ciò che Helen sente: una progressione che diventa un inanellarsi di parole che insieme non hanno senso. Lo spettatore vede le situazioni dal punto di vista di Helen, ossia dall’interno della sua inafferrabile, odiata e infine amata condizione.


 


NOTE DI REGIA

La forza del testo sta nella capacità di proiettare lo spettatore all’interno di una vicenda che per sua natura è cruda, disarmante ma anche affascinante.
La sfida della messinscena si è dimostrata subito ardua: ambienti diversi nei quali collocare la storia e i suoi protagonisti, salti temporali da sottolineare durante lo svolgimento delle varie scene. Per dipanare questa matassa mi sono affidato all’uso finalizzato delle luci, agli effetti sonori e alle musiche che devono scandire i diversi momenti della storia.
Impegnativo il personaggio del dott. Bright che si materializza nella mente di Helen e alla vista degli spettatori, ma non a quella degli altri interpreti. Al dott. Bright (in traduzione “luminoso, gioioso, allegro”) ho imposto una recitazione sfaccettata, misteriosa, a volte beffarda, dolce ma cruda, sincera.
La scena rappresenta lo skyline di una città americana. Si tratta quindi di un esterno, ma può essere anche un interno, un piano su cui far comparire immagini di ricordi, o una barriera tra la protagonista e gli altri personaggi. Gli elementi d’arredo sono al minimo: la poltrona di Helen, suo luogo di sicurezza, e il divano-lettino d’ospedale. Insomma tutto ridotto all’essenziale per lasciare agli spettatori la possibilità di concentrarsi senza distrazioni, di entrare nella storia, di ascoltarla e vederla con gli occhi della protagonista.


 


L’AUTORE

Peter M. Floyd, nativo del New Hampshire, si è laureato in scienze politiche al MIT di Boston, dove vive. Si è sempre interessato al teatro e ha cominciato a lavorare come attore e regista con numerosi gruppi teatrali locali. La sua carriera di autore ha avuto inizio nel 2005 con la commedia breve “The Little Death” e da allora non ha più smesso di scrivere per il teatro. Nel 2010 ha cominciato a studiare drammaturgia alla Boston University, ottenendo il titolo di Master of Fine Arts nel gennaio 2012. Durante il suo corso di studi ha composto “Absence” che, dopo aver vinto numerosi premi, è andato in scena con grande successo al Boston Playwrights’ Theatre nel 2014.

dal 9 marzo al 28 aprile 2019


Rumors

di Neil Simon

traduzione di Maria Teresa Petruzzi

Regia di Mario Zolin

RUMORS è una farsa scritta da Neil Simon nel 1987. Il titolo è traducibile in italiano come Pettegolezzi, di cui il dramma è pieno, alludendo all’ambiguità del mondo della borghesia. È una divertente commedia americana, dove la molla che fa scattare il meccanismo degli equivoci è costituita da un misterioso sparo in casa del vicesindaco di New York che ha invitato quattro coppie di amici a festeggiare il suo decimo anniversario di matrimonio. Ma all’arrivo della prima coppia, composta dall’avvocato di fiducia e relativa consorte, incominciano i problemi e con essi i rumors: Myra, la moglie, non c’è, la servitù nemmeno e il vicesindaco giace nella sua stanza in un lago di sangue, con il lobo dell’orecchio perforato da un proiettile esploso forse in un tentativo di suicidio. Ecco dunque che prende vita il meccanismo di copertura: la serata va avanti, giungono gli altri ospiti, il consulente fiscale con relativa moglie mondana e pettegola, l’analista timido con signora per niente rilassata e, per finire, il neocandidato al senato oppresso da consorte nevroticamente gelosa. In una girandola di battute e di gags scoppiettanti, le quattro coppie inventano una serie convulsa di bugie, di reciproci inganni per la paura di essere coinvolte in uno scandalo e di perdere così i privilegi economici e sociali conquistati grazie, soprattutto, alla loro amicizia con il vicesindaco e signora; i due, paradossalmente protagonisti della commedia, non appariranno mai in scena quasi a magnificare il superbo congegno di una vicenda inesistente, un divertentissimo castello di sabbia perfettamente orchestrato da Neil Simon.

EVENTI COLLATERALI

maggio 2019
 

Saggi della Scuola di Teatro “Francesco Campogalliani”