Stagione teatrale in corso

STAGIONE TEATRALE 2022 - 2023





dal 15 ottobre al 27 novembre 2022

Il giro del mondo in 80 giorni

da Jules Verne

traduzione e riduzione di Chiara Prezzavento

Regia di Maria Grazia Bettini

“Se adesso la percorriamo dieci volte più rapidamente di quanto si facesse un secolo fa, al fatto la terra è più piccola di allora.”

 

Miss Phyllis Fogg è, come la sua controparte maschile nel romanzo originale, un esempio tipico del carattere inglese immaginato da un Francese: flemmatica, precisa, fredda ma eccentrica – e incapace di resistere a una scommessa.

E così, quando un’innocua conversazione al club diventa una discussione sull’efficienza dei mezzi di trasporto moderni, la nostra eroina non esita un istante a partire per il giro del mondo insieme alla sua nuova cameriera francese, l’energica e leale – seppure alquanto svagata – Passepartout.

Il problema è che questa precipitosa partenza segue di pochissimo una clamorosa rapina alla Banca d’Inghilterra – compiuta, a quanto pare, da “una signora di bell’aspetto e buone maniere”… Convinto di avere individuato la ladra, il Detective Fix, assistito dal suo fido sergente indiano, si mette in viaggio a sua volta, inseguendo Miss Fogg per arrestarla.

Chi la spunterà, tra treni, piroscafi, elefanti, ponti in rovina e principesse da salvare, su e giù per quattro continenti? L’irriducibile detective o la tenace signora?

Nel centocinquantesimo anniversario della pubblicazione, il celebre romanzo di Jules Verne arriva sul palcoscenico del Teatrino d’Arco in una riduzione creata appositamente per l’Accademia Campogalliani: una versione al femminile del viaggio più famoso della narrativa avventurosa.

L’intrepida e imperturbabile Miss Phyllis Fogg guida un folto cast attraverso un mondo coloratissimo, che le magie della scenografia trasformano in una celebrazione della fantasia, delle storie e dell’avventura.

 

NOTE DI REGIA

Il romanzo di Jules Verne racconta un mondo molto diverso dal nostro: un mondo pieno di ottimismo, di fiducia nel progresso e nella scienza; un mondo che, grazie alle innovazioni tecniche e all’espandersi delle reti di trasporto, si poteva percorrere con una facilità e rapidità inimmaginabili soltanto pochi anni prima. Verne intreccia questa modernità ai motivi classici del romanzo d’avventura, e al tema dell’irriducibilità dello spirito umano.

Nell’adattare il romanzo per la scena, siamo partiti da una domanda: e se l’eroe fosse invece un’eroina? Così ecco Phileas Fogg trasformato in Phyllis, una signora secondo cui non c’è nulla che una donna non possa fare come e meglio di un uomo – e quando l’allegro valletto francese Jean Passepartout diventa la cameriera Jeannette, l’intera storia si declina al femminile.

Le nostre eroine si muovono in un mondo tipico della narrativa avventurosa, quello delle letture d’infanzia e dei pomeriggi estivi di giochi a perdifiato… Per restituire quest’atmosfera fantasiosa e brillante lo spettacolo ricorre a costumi suggestivi e scene coloratissime, realizzate in collaborazione con il corso di Scenografia del Liceo Artistico “Giulio Romano”.

Il gioco, l’avventura e la fantasia diventano la chiave per aprire una finestra su un’epoca e il suo modo di leggere la complessità del mondo.

dal 2 al 18 dicembre 2022

Canto di Natale

da Charles Dickens

traduzione e riduzione teatrale di Chiara Prezzavento

Regia di Maria Grazia Bettini

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

dal 31 dicembre 2002 al 29 gennaio 2023

Rumors

di Neil Simon

traduzione di Maria Teresa Petruzzi

Regia di Mario Zolin

TRAMA

Gli elementi per un’ atmosfera quasi da giallo ci sono tutti: il padrone di casa, che non si esprime, trovato ferito a letto con vicino la pistola fumante, la moglie e la servitù misteriosamente assenti. Questa è la scena che gli ospiti di quella che sarebbe dovuta essere una bellissima festa si trovano ad affrontare. La soluzione potrebbe essere facile: chiamare la polizia, ma l’ombra dello scandalo può far tremare dalle fondamenta le loro posizioni sociali; tutti infatti sono legati per amicizia e per interessi al padrone di casa. Cosa fare per evitare di essere coinvolti, loro malgrado, nel fatto di sangue e rischiare così di perdere tutti quei privilegi acquisiti proprio in funzione del loro rapporto con i padroni di casa?

A tutto questo va unita un’abbondante dose di imprevisti e infortuni che occorreranno ad ognuno dei nostri sfortunati ospiti, i quali troveranno però il tempo per confidarsi gli ultimi rumors (pettegolezzi) di cronaca rosa che animano il loro tennis club.

La commedia riesce a mettere in ridicolo l’ipocrisia e la falsità che sembrano qualità innate in certi strati della borghesia. La verità non viene detta da nessuno e non si sente neppure il bisogno di conoscerla, salvo nel caso in cui si stia parlando di pettegolezzi, allora sì che di verità si diventa avidi e la menzogna non è tollerata.

 

L’AUTORE

Neil Simon nasce a New York il 4 luglio 1927 e ivi muore il 26 agosto 2018. Noto per il suo stile asciutto ed incisivo, per le battute fulminanti e per i dialoghi brillanti, Simon è stato un maestro nell’arte di fondere i toni leggeri della commedia a solide strutture drammatiche. Il settimanale TIME lo ha definito come “il santo patrono delle risate”, mentre per molti osservatori e critici è da considerarsi come il commediografo più popolare dopo William Shakespeare. Molti titoli di Neil Simon, rappresentati in tutto il mondo, sono diventati classici del teatro contemporaneo e hanno avuto trasposizioni cinematografiche di grande successo: “La strana coppia”, “A piedi nudi nel parco”, “Prigioniero della seconda strada” solo per citarne alcuni.

Nella sua carriera ha ottenuto quattro candidature all’Oscar e ha vinto un premio Pulitzer per la drammaturgia per l’opera “Lost in Yonkers”; con la commedia “Rumors” si è aggiudicato un Tony Award come il miglior spettacolo teatrale.

dal 3 febbraio al 5 marzo 2023

Cosmetica del nemico

di Amélie Nothomb

Regia di Mario Zolin

LA STORIA

Partendo dalla metaforica sala d’attesa di un aeroporto, “non luogo” maledetto e senza rimedio in caso di ritardi, la “Cosmetica del nemico” s’inoltra crudelmente su un percorso intrigante, in sottile equilibrio fra il “giallo” e il “noir metafisico”. E in questo “non luogo” troviamo l’irascibile uomo d’affari francese Jérome Angust, simbolo dell’individuo che preferisce non vedere piuttosto che accettare la giusta sorte. Coscienza e memoria sono infatti il nemico, il demonio, desueto comandamento della filosofia classica: “conosci te stesso”. Così questo manager in viaggio d’affari non vuole saperne. Persino il suo cognome, Angust, richiama la miseria interiore in cui non vuole ammettere di trovarsi. Ma Jérome dovrà fare i conti con quello strano “nemico” che è il suo incalzante e impertinente scocciatore olandese: Textor Texel. Quest’ultimo costringerà Jérome a subire una conversazione asfissiante, per condurlo in tal modo verso il suo destino prestabilito. Con il suo decimo romanzo breve (come tanti altri suoi, particolarmente adatto alla messa in scena), Amélie Nothomb compie uno dei suoi migliori atti di denuncia dell’animo umano: “senza la giusta memoria, l’uomo si autoassolve perfino dal crimine peggiore”. Come in molti altri suoi romanzi, la scrittrice belga dimostra anche qui il suo gusto per l’ironia e il sarcasmo, non privo di una sottile vena di sadismo, e, anche in questo caso, la lotta senza esclusioni di colpi fra i due protagonisti porterà a una resa dei conti drammatica. Dal fulminante dialogo fra Jérome e Textor emergeranno via via, nel ritmo incalzante e nella tensione crescente, le profonde tematiche (tragicamente attuali) messe in luce dalla Nothomb nel suo testo.  Fino alla rottura del guscio che svelerà il mistero più macabro.

 

NOTE DI REGIA

La lettura di “Cosmetica del nemico” mi ha conquistato sin dalle prime pagine. Allora non sapevo bene dove mi avrebbero portato quei due personaggi con il loro serrato botta e risposta, ma poi, battuta dopo battuta, ho cominciato a scavare nella vita di entrambi: ciò mi ha permesso di capire i loro comportamenti e le loro reazioni a determinati accadimenti con cui è costruita la trama del racconto. Terminata la prima lettura, mi sono reso subito conto che il serrato processo che si svolge in “Cosmetica del nemico” poteva essere portato in scena con approcci molto diversi. La mia scelta è stata quella di prediligere l’aspetto “giallo” del testo, ma senza svuotarlo di quei riferimenti psicologici e filosofici che lo rendono vivo e attuale. L’Autrice è infatti riuscita a far emergere nel suo racconto quel nemico che ognuno di noi ha dentro di sé e che non sempre si riesce a vincere.

Su questi aspetti ho concentrato la messinscena; i due protagonisti si affrontano, si studiano, si aggrediscono fino alle ultime battute di un finale, in un certo senso macabro, ma del tutto sorprendente.

Dopo un approfondito lavoro sul testo, mi sono dedicato alla ricerca di quei contributi multimediali (luci, interventi musicali e videoproiezioni) che potessero scandire e sottolineare i vari passaggi di situazione. Con questi contributi ho cercato inoltre di evidenziare il filo narrativo e di stimolare l’attenzione del pubblico, favorendo l’immedesimazione dello stesso nei personaggi per renderlo partecipe delle emozioni che si scatenano via via nella storia. Una storia che lo spettatore percorre entrando e uscendo da quel “non luogo” che è la sala d’attesa di un aeroporto, che ho ricreato con una scenografia metaforicamente astratta.

 

“Sono te. Sono quella parte di te che non conosci ma che ti conosce fin troppo bene. Sono quella parte di te che tu ti sforzi di ignorare”

 

AMÉLIE NOTHOMB

Scrittrice belga di lingua francese (nata a Kobe, Giappone, nel 1967), figlia di un ambasciatore, la Nothomb ha trascorso l’infanzia nel Paese natale, seguendo poi il padre in diversi altri Paesi, fra cui Cina e Stati Uniti. Dopo la laurea in Belgio, ha vissuto ancora in Giappone, dove ha lavorato come traduttrice in una grande azienda. Scrittrice di culto, non solo in Francia, ha esordito nel 1992 con Igiene dell’assassino, il romanzo che l’ha subito imposta a livello internazionale. Ha pubblicato un libro all’anno e i suoi romanzi sono stati tradotti in decine di lingue. Innumerevoli sono stati negli anni gli adattamenti cinematografici e teatrali a loro ispirati. Si è aggiudicata diversi prestigiosi premi letterari, tra cui il Grand Prix du roman de l’Académie Française e il Prix Internet du Livre per Stupore e tremori, il Prix de Flore per Né di Eva né di Adamo, e due volte il Prix du Jury Jean Giono per Le Catilinarie e Causa di forza maggiore. Primo sangue, suo trentesimo romanzo, si è aggiudicato il Prix Renaudot 2021 e il Premio Strega Europeo 2022.

dal 10 marzo al 2 aprile 2023

Al gat in cantina

di Nando Vitali

musiche di Salvatore Allegra

tradizione in dialetto mantovano di Luigi Zuccaro

Regia di Roberta Vesentini e Maria Grazia Bettini

“Mettere il gatto in cantina è un espediente assai saggio,
ma se invece del topo ti mangia il formaggio,
questa è la trappola per rimediar….”
“Metar al gat in cantina s’evitaria tanti guai
ma se invece dal soragh al t’magna al formai,
agh voel ‘na trapola par rimediar…..”

 

Ecco, in sostanza, la metafora in musica che anima e accompagna la vicenda de “Il gatto in cantina”, commedia musicale scritta in italiano nel 1930 da Nando Vitali e trascritta in dialetto mantovano nel 1946 da Luigi Zuccaro, che ne trasferì l’ambientazione dalla Toscana alla campagna mantovana, in quel di Gonzaga, regalando la coloritura del vernacolo anche al canto.
In questa più casalinga veste e con il titolo “Al gat in cantina”, la rappresentò sempre l’Accademia Campogalliani dal 1946, anno della sua fondazione, fino alle più recenti edizioni di circa vent’anni fa e a quella attuale.

Le parti cantate si fondono in modo naturale con il parlato per diventare un recitar cantando capace di restituire molti e diversi stati d’animo: la malinconia, gli stratagemmi furbeschi, l’ironia, i principi di vita casti o disinvolti e smaliziati, il patriottismo e molto altro ancora. E inoltre, sottolineano l’analogia gustosissima fra gatto, topo, formaggio e certi umani che giungono inattesi alla villa di Gonzaga disturbando la luna di miele di Toni e Carlota. Ed ecco presentarsi, assai poco gradite, zia Giudita e la figlia Grassia, sfollate a causa degli scontri fra liberali ed esercito austriaco e, poco dopo, l’amico di vecchia data Gianino, che, pur segretamente innamorato di Grassia di cui ignora la presenza e che lo ama a sua volta, si rivelerà un inguaribile seduttore di…donne maritate!
E per di più a lui s’ispira, sebbene più rozzamente, il suo aiutante Lisandar con la cameriera Marianina. Con l’aiuto del vicino e saggio Sior Procopio e dell’ignaro servitore Angil, Toni, temendo per la propria moglie e volendo liberarsi degli scomodi ospiti, ordirà un inganno di impareggiabile e scoppiettante acume che prevede scambi di ruoli con gatti, topi e formaggio.

Ci sono anche amore, scanzonato e strappalacrime, un po’ di romanticismo alla Gozzano, un po’ di spirito risorgimentale un pizzico di saggezza e di follia: i caratteri eterni della commedia teatrale ed umana.

Più che un’operetta “Il gatto in cantina” si direbbe allora un’opera di “mezzo carattere” ora buffa, ora più seria e molto patriottica.

La Campogalliani nel suo Settantacinquesimo, volendo riunire passato, presente e futuro, ha scelto di iniziare ritornando alle origini dell’Accademia con questa deliziosa commedia.
E ancora oggi, anzi più che mai oggi, c’è inoltre il piacere di ritrovare il valore del vernacolo, la sua vivacità, i suoi modi di dire, ormai quasi dimenticati. Gli interpreti provengono da luoghi diversi della provincia mantovana e le registe hanno scelto di non uniformarne il gergo: ne risulta uno straordinario mosaico di dialetti mantovani, tutti comprensibili e tutti di nostrana e pittoresca immediatezza espressiva.

Ecco dunque che “Al gat in cantina” mantiene ancora la freschezza, l’arguzia, il coinvolgimento, l’attrattiva, la capacità di divertire e di far riflettere su certi valori della vita decretando allo spettacolo un successo ancora vivissimo.

 

Il nuovo allestimento de “Al gat in cantina” è dedicato a Egisto Cantarelli, recentemente scomparso, che volle fortemente la ripresa di questo spettacolo e che fu per tanti anni presenza attiva, garbata e saggia per la Campogalliani e per il suo pubblico.

dal 14 al 30 aprile 2023

Mai stata sul cammello?

di Aldo Nicolaj

Regia di Mario ZOLIN

L’AUTORE. 

Aldo Nicolaj nasce a Fossano di Cuneo il 15.3.1920 e muore a Orbetello il 5.7.2004.

Commediografo particolarmente versatile e fecondo, esordì con opere di impegno sociale osteggiate dalla censura dell’epoca. La sua fu una vita movimentata, dalla deportazione in Germania al soggiorno in Sudamerica come addetto culturale all’Ambasciata del Guatemala, al trasferimento a Roma. Filo conduttore di questi anni e dei successivi è la produzione incessante di testi teatrali, commedie e atti unici. Nelle sue commedie, molto rappresentate all’estero, che gli valsero il premio SIAE nel 1997 come autore italiano più rappresentato all’estero, seppe sperimentare diversi stili, passando con disinvoltura dal simbolismo al neorealismo, dal surrealismo al teatro dell’assurdo. E’ stato inoltre apprezzato traduttore di opere teatrali straniere, curatore di riduzioni teatrali e sceneggiatore per la RAI. Scisse 74 tra commedie e atti unici 3 commedie in dialetto piemontese e 53 monologhi.

 

NOTE DI REGIA

Nel lungo periodo di chiusura forzata tra gli altri, mi sono venuti in mano alcuni testi di Aldo Nicolaj, rileggendoli ho riscoperto un autore che purtroppo è stato ormai accantonato dai teatri nazionali, in particolare mi ha incuriosito la commedia “Mai stata sul cammello?”, rappresentata per la prima volta a Berlino nel 1996 e scritta per l’attrice Paola Borboni che non ebbe il tempo di portarla in scena. Mi ha incuriosito in quanto è una commedia al femminile che nonostante i sui 25 anni mantiene ancora la freschezza della scrittura e la contemporaneità dell’argomento. Il testo si caratterizza per una critica ironica della società nel quotidiano e focalizza la riflessione dello spettatore sull’analisi dei rapporti umani, ma è sui caratteri dei personaggi che ho posto maggiormente l’attenzione, caratteri ben delineati che vanno tenuti sempre vivi nei loro contrasti, contrasti dai quali nasce la comicità. L’autore costruisce una commedia umana, amara, dall’umorismo acre, dove l’egoismo arriva all’estremo. Questa serie di fattori mi hanno spinto a proporla al nostro pubblico in questo periodo “strano” dove i rapporti familiari vengono messi a dura prova.