Calendario prossimi spettacoli

29 giu
  • Cortile d’onore di Palazzo d’Arco
  • sabato 29 giugno 2019
  • 21:15

2 atti unici rispettivamente di Luigi Pirandello e Harold Pinter

Regia di Valter Delcomune

L’uomo dal fiore in bocca, ricavata dalla novella Caffè notturno, racconta di un uomo affetto da un male inguaribile (unepitelioma, “il fiore in bocca”) che incontra un viaggiatore che ha perso il treno ed è seduto al caffè notturno in attesa del prossimo.
Con costui l’uomo intavola un dialogo, che per la verità è più un monologo di grande intensità e drammaticità. Nelle sue parole, oltre alla certezza della morte imminente, le sue impressioni, i suoi ricordi, il rimpianto e il dolore per la vita che gli sta sfuggendo.

L’amante risulta in qualche modo sconcertante e inattesa. Sara e Richard hanno inventato un ben strano gioco, che consente loro di reinterpretare la loro vita privata e sociale. È un modo per tener vivo il loro rapporto, un alibi, una fuga da sé o dalla realtà o altro?
Per le due opere la scena unica mette in risalto, più che le differenze, le somiglianze tra Pirandello e Pinter: le strettoie e le difficoltà della vita, l’uso della maschera che l’uno toglie e l’altro indossa, la speranza che comunque c’è sempre in fondo al tunnel.



INGRESSO: posto unico non numerato € 10 senza prenotazione, prevendita la sera dello spettacolo dalle ore 20:00
Per info tel. 339 688 4328 – fiorenza.bonamenti@alice.it www.teatrominimodimantova.it


 
dettagli  

L’uomo dal fiore in bocca, ricavata dalla novella Caffè notturno, racconta di un uomo affetto da un male inguaribile (unepitelioma, “il fiore in bocca”) che incontra un viaggiatore che ha perso il treno ed è seduto al caffè notturno in attesa del prossimo.
Con costui l’uomo intavola un dialogo, che per la verità è più un monologo di grande intensità e drammaticità. Nelle sue parole, oltre alla certezza della morte imminente, le sue impressioni, i suoi ricordi, il rimpianto e il dolore per la vita che gli sta sfuggendo.

L’amante risulta in qualche modo sconcertante e inattesa. Sara e Richard hanno inventato un ben strano gioco, che consente loro di reinterpretare la loro vita privata e sociale. È un modo per tener vivo il loro rapporto, un alibi, una fuga da sé o dalla realtà o altro?
Per le due opere la scena unica mette in risalto, più che le differenze, le somiglianze tra Pirandello e Pinter: le strettoie e le difficoltà della vita, l’uso della maschera che l’uno toglie e l’altro indossa, la speranza che comunque c’è sempre in fondo al tunnel.

 

TEATRO MINIMO

Nato nel 1966 su iniziativa di Bruno Garilli, il Teatro Minimo deve il suo nome al numero limitato dei suoi componenti nonché alla minuscola sede di Via Isabella d’Este, allestita a proprie spese, con il contributo di pittori, scultori e privati cittadini. Nel 1994 il gruppo si è trasferito in via Gradaro, 7/A, ove ha ristrutturato un locale fatiscente, trasformandolo in teatro.
Nel corso della sua ormai più che cinquantennale attività il “Minimo” ha privilegiato una scelta di testi drammatici, o comunque impegnati, proponendo nuove tendenze teatrali, quali il teatro dell’Assurdo (Albee, Arrabal, Tardieu, Ionesco, Beckett, Pinter, Richardson, ecc.), il teatro documento di Peter Weiss e Dacia Maraini, o autori emergenti, tra cui il mantovano Angelo Lamberti.
Tra i suoi numerosi allestimenti figurano testi di Brecht, De Ghelderode, Cocteau, Flaiano, di Karl Valentin, il Miles Gloriosus di Plauto, un adattamento de Il piccolo principe di A. de Saint-Exupéry, opere di Tardieu e di Achille Campanile e una riuscita edizione de Il sonno dei carnefici di Celli. Dal 1993, con Fedra di Seneca, Prometeo incatenato di Eschilo ed Ecuba di Euripide, il gruppo è approdato ai classici, portando in scena anche I Persiani di Eschilo, e, dopo la scomparsa di Garilli, Medea di Seneca e Antigone di Sofocle.
Numerose pure le letture poetiche: “Poesie d’amore”, “Teatro instabile” di Angelo Lamberti, “Storie di Spoon River”, da Edgar Lee Masters, “Pioveva senza sosta quel giorno su Brest”, da Jacques Prévert, “Alda Merini. Una vita in poesia”, e “La parola incantata. Antologia dei poeti italiani del Novecento”.
Più recentemente, il gruppo si è orientato verso il teatro classico-moderno, presentando opere di Pirandello, tra cui Sei personaggi in cerca d’autore, L’amica delle mogli, Trovarsi, Non si sa come e La ragione degli altri, testi di Ugo Betti, Harold Pinter e Diego Fabbri. Tra le ultime produzioni L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello, L’amante di Pinter e Il medico per forza di Molière.

2 lug
  • Cortile d’onore di Palazzo d’Arco
  • martedì 2 luglio 2019
  • 21:15

di Molière
Regia di Sergio De Marchi

TEATRO MINIMO

L’opera risale al 1666. Si pensa che Molière abbia composto Il medico per forza per sostenere Il misantropo che non attirava molto pubblico.
Ma questa operina accompagnò l’altra solo a partire dalla ventiquattresima replica.
Sganarello è un boscaiolo beone, che batte sistematicamente la moglie Martina. Per vendicarsi questa lo segnala come grande luminare a due donne che cercano un medico per Lucinda, figlia di Gerontina, che ha perso l’uso della parola. Martina rivela loro che Sganarello ammette di essere medico solo dopo essere stato bastonato a dovere. Cosa che puntualmente accade. Condotto a casa di Gerontina, egli incontra Lucinda, stupisce tutte le donne con le sue chiacchiere e finge di diagnosticare la malattia della giovane. Lucinda però non è veramente muta: la malattia è un tiro mancina che essa gioca alla madre, che non vuole darla in sposa a Leandro, il suo innamorato.  Sganarello si mette d’accordo con  Leandro, che, travestito da farmacista, incontra Lucinda e la rapisce. Accortasi dell’inganno, Gerontina vuole fare impiccare Sganarello. Ma…

INGRESSO: posto unico non numerato € 10 senza prenotazione, prevendita la sera dello spettacolo dalle ore 20:00
Per info tel. 339 688 4328 – fiorenza.bonamenti@alice.it www.teatrominimodimantova.it


 
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L’opera risale al 1666. Si pensa che Molière abbia composto Il medico per forza per sostenere Il misantropo che non attirava molto pubblico.
Ma questa operina accompagnò l’altra solo a partire dalla ventiquattresima replica.
Sganarello è un boscaiolo beone, che batte sistematicamente la moglie Martina. Per vendicarsi questa lo segnala come grande luminare a due donne che cercano un medico per Lucinda, figlia di Gerontina, che ha perso l’uso della parola. Martina rivela loro che Sganarello ammette di essere medico solo dopo essere stato bastonato a dovere. Cosa che puntualmente accade. Condotto a casa di Gerontina, egli incontra Lucinda, stupisce tutte le donne con le sue chiacchiere e finge di diagnosticare la malattia della giovane. Lucinda però non è veramente muta: la malattia è un tiro mancina che essa gioca alla madre, che non vuole darla in sposa a Leandro, il suo innamorato.  Sganarello si mette d’accordo con  Leandro, che, travestito da farmacista, incontra Lucinda e la rapisce. Accortasi dell’inganno, Gerontina vuole fare impiccare Sganarello. Ma…


TEATRO MINIMO

Nato nel 1966 su iniziativa di Bruno Garilli, il Teatro Minimo deve il suo nome al numero limitato dei suoi componenti nonché alla minuscola sede di Via Isabella d’Este, allestita a proprie spese, con il contributo di pittori, scultori e privati cittadini. Nel 1994 il gruppo si è trasferito in via Gradaro, 7/A, ove ha ristrutturato un locale fatiscente, trasformandolo in teatro.
Nel corso della sua ormai più che cinquantennale attività il “Minimo” ha privilegiato una scelta di testi drammatici, o comunque impegnati, proponendo nuove tendenze teatrali, quali il teatro dell’Assurdo (Albee, Arrabal, Tardieu, Ionesco, Beckett, Pinter, Richardson, ecc.), il teatro documento di Peter Weiss e Dacia Maraini, o autori emergenti, tra cui il mantovano Angelo Lamberti.
Tra i suoi numerosi allestimenti figurano testi di Brecht, De Ghelderode, Cocteau, Flaiano, di Karl Valentin, il Miles Gloriosus di Plauto, un adattamento de Il piccolo principe di A. de Saint-Exupéry, opere di Tardieu e di Achille Campanile e una riuscita edizione de Il sonno dei carnefici di Celli. Dal 1993, con Fedra di Seneca, Prometeo incatenato di Eschilo ed Ecuba di Euripide, il gruppo è approdato ai classici, portando in scena anche I Persiani di Eschilo, e, dopo la scomparsa di Garilli, Medea di Seneca e Antigone di Sofocle.
Numerose pure le letture poetiche: “Poesie d’amore”, “Teatro instabile” di Angelo Lamberti, “Storie di Spoon River”, da Edgar Lee Masters, “Pioveva senza sosta quel giorno su Brest”, da Jacques Prévert, “Alda Merini. Una vita in poesia”, e “La parola incantata. Antologia dei poeti italiani del Novecento”.
Più recentemente, il gruppo si è orientato verso il teatro classico-moderno, presentando opere di Pirandello, tra cui Sei personaggi in cerca d’autore, L’amica delle mogli, Trovarsi, Non si sa come e La ragione degli altri, testi di Ugo Betti, Harold Pinter e Diego Fabbri. Tra le ultime produzioni L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello, L’amante di Pinter e Il medico per forza di Molière.

4 lug
  • Cortile d’onore di Palazzo d’Arco
  • giovedì 4 luglio 2019
  • 21:15

adattamento e regia di Roberto Rocchi

GRUPPO TEATRALE IL PALCACCIO

Sei diverse personalità di donne mettono in scena il loro vissuto. Sei monologhi che si uniscono e si sviluppano in un unico spazio scenico che si evolve durante lo spettacolo, non separati ma uniti per fare comprendere la sovrapposizione delle esperienze umane. Movimenti corali che sottolineano ed amplificano la tensione emotiva o ne alleggeriscono la profondità. Creazione di immagini ed azioni metaforiche che cercano di svelare il non-detto del testo. Elementi scenografici che attraverso il loro spostamento assumono forme e significati diversi per suggerire il tema portante di ogni singolo storia.
Tutte le attrici sono sempre in scena e partecipano continuamente in maniera attiva e determinante alla costruzione dello spettacolo. Un’esperienza condivisa che creerà una sinusoide emotiva che ci farà attraversare la gioia, il cinismo, la dolcezza, il dolore, l’entusiasmo e la follia.

INGRESSO: posto unico non numerato € 10 senza prenotazione, prevendita la sera dello spettacolo dalle ore 20:00
per info tel.  0376374131 – 3484146170 - palcaccio@gmail.com - www.palcaccio.it


 
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Sei diverse personalità di donne mettono in scena il loro vissuto. Sei monologhi che si uniscono e si sviluppano in un unico spazio scenico che si evolve durante lo spettacolo, non separati ma uniti per fare comprendere la sovrapposizione delle esperienze umane. Movimenti corali che sottolineano ed amplificano la tensione emotiva o ne alleggeriscono la profondità. Creazione di immagini ed azioni metaforiche che cercano di svelare il non-detto del testo. Elementi scenografici che attraverso il loro spostamento assumono forme e significati diversi per suggerire il tema portante di ogni singolo storia.
Tutte le attrici sono sempre in scena e partecipano continuamente in maniera attiva e determinante alla costruzione dello spettacolo. Un’esperienza condivisa che creerà una sinusoide emotiva che ci farà attraversare la gioia, il cinismo, la dolcezza, il dolore, l’entusiasmo e la follia.



GRUPPO TEATRALE IL PALCACCIO

Fondato nel 1969, il Palcaccio di Mantova è costantemente impegnato nell’approfondimento e nella sperimentazione di vari generi teatrali, alternando spettacoli brillanti e comici ad altri prettamente drammatici. La sensibilità, la poliedricità, l’eleganza e la sicurezza scenica hanno trovato nutrimento nell’esperienza di questi anni, di cui si è fatto tesoro, osando misurarsi e mettersi in gioco su testi tanto diversi e a volte sacri, sempre uscendone con successo. E’ quindi forse la varietà il cavallo di battaglia del Palcaccio. La continua metamorfosi di toni, codici e strumenti comunicativi attira un pubblico altrettanto vario e curioso.
Il gruppo, oltre a corsi e seminari di perfezionamento con docenti ed attori professionisti, organizza rassegne teatrali; tra queste da ricordare “Teatrodonna” una rassegna nazionale pensata e progettata per valorizzare la scrittura femminile nella produzione teatrale e per promuoverne la rappresentazione.
Il Palcaccio partecipa ad importanti rassegne e festival nazionali, ottenendo ovunque lusinghieri consensi di pubblico e di critica.
Palcaccio è un termine mutuato dalla parlata toscana in cui l’uso dell’alterato spregiativo sottintende un contrario buttato con affettuosità scanzonata.

6 lug
  • Cortile d’onore di Palazzo d’Arco
  • sabato 6 luglio 2019
  • 21:15

Regia e testi teatrali di Luca Bonaffini

Raccontare l’Italia dal dopoguerra ai giorni nostri, attraverso le canzoni è sempre un’impresa difficile. Sì, perché tanti autori, interpreti, produttori e promotori musicali hanno dovuto affrontare – nel giro di pochi decenni – cambiamenti e trasformazioni tecnologiche passati dal boom industriale degli anni ’60 alla rivoluzione digitale di fine millennio. Eppure, esiste un contenitore magico che ha meglio di tutti gli altri saputo rappresentare il Novecento “musicale”: il vinile. Nato nel 1948, fino ai primi anni Novanta il vinile ha accompagnato la Storia del Pianeta e del nostro Paese, i costumi, le mode e le storie personali frequentando in maniera popolare e morbosa, i nostri giradischi, le radio, i film indimenticabili facendoci sognare.
Luca Bonaffini, cantautore e scrittore, ripropone – con la complicità musicale di Roberto Padovan (al pianoforte) e di Francesca De Mori (voce solista) – un viaggio emozionale e mentale attraverso alcuni dei brani più rappresentativi dell’Era del Vinile nella Storia della Musica Italiana da “Malafemmina” a “Sincerità”, passando per i cantautori degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta.

INGRESSO: posto unico non numerato € 10 senza prenotazione, prevendita la sera dello spettacolo dalle ore 20:00
Per info tel.  377 6693157 - longdigitalplaying@gmail.com


 
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Raccontare l’Italia dal dopoguerra ai giorni nostri, attraverso le canzoni è sempre un’impresa difficile. Sì, perché tanti autori, interpreti, produttori e promotori musicali hanno dovuto affrontare – nel giro di pochi decenni – cambiamenti e trasformazioni tecnologiche passati dal boom industriale degli anni ’60 alla rivoluzione digitale di fine millennio. Eppure, esiste un contenitore magico che ha meglio di tutti gli altri saputo rappresentare il Novecento “musicale”: il vinile. Nato nel 1948, fino ai primi anni Novanta il vinile ha accompagnato la Storia del Pianeta e del nostro Paese, i costumi, le mode e le storie personali frequentando in maniera popolare e morbosa, i nostri giradischi, le radio, i film indimenticabili facendoci sognare.
Luca Bonaffini, cantautore e scrittore, ripropone – con la complicità musicale di Roberto Padovan (al pianoforte) e di Francesca De Mori (voce solista) – un viaggio emozionale e mentale attraverso alcuni dei brani più rappresentativi dell’Era del Vinile nella Storia della Musica Italiana da “Malafemmina” a “Sincerità”, passando per i cantautori degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta.


LUCA BONAFFINI

Compositore di musiche e autore di testi per canzoni, Luca Bonaffini si è affermato intorno alla fine degli anni 80 come collaboratore fisso di Pierangelo Bertoli, firmando per lui molti brani in album di successo, tra le quali Chiama piano, all’interno dei quali compare anche come cantante, armonicista e chitarrista.
Altre canzoni sue sono state interpretate anche da Patrizia Bulgari, Flavio Oreglio, Sergio Sgrilli, Fabio Concato, Nek, Claudio Lolli. Ha scritto testi teatrali insieme a Dario Gay ed Enrico Ruggeri.
Ha pubblicato, come cantautore, diversi album aventi un unico filo conduttore, affrontando tematiche impegnate e sociali; ha vinto il premio Rino Gaetano (1988) Targa critica giornalistica e il Premio Quipo (1999) al Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza (miglior progetto multimediale); ha partecipato al Festival del Teatro Canzone - Premio Giorgio Gaber (2005) e due volte al Premio Tenco (edizioni 2008 e 2012).
Nel 2013 ha debuttato come scrittore con il libro La notte in cui spuntò la luna dal monte (edito da PresentArtSì), ispirato al suo incontro con Pierangelo Bertoli. Nel 2015 Mario Bonanno ha pubblicato un libro dedicato ai suoi trent’anni di carriera, La protesta e l’amore. Conversazioni con Luca Bonaffini] (Gilgamesh).
Nel 2018 ha costituito la LONG DIGITAL PLAYING SRLS, etichetta discografica, edizioni musicali, centro di progettazione, consulenza e organizzazione artistica. La mission di LDP è quella di offrire al panorama della discografia italiana e internazionale uno strumento di dialogo tra il mercato e gli artisti, dotandosi di mezzi per poter produrre, promuovere e distribuire progetti musicali sia tramite supporto fisico (cd, vinile etc) sia attraverso le piattaforme digitali.

10 lug
  • Cortile d’onore di Palazzo d’Arco
  • mercoledì 10 luglio 2019
  • 21:15

ARS CREAZIONE E SPETTACOLO e NOVETEATRO

"E mica ti cade dal cielo, sai? La felicità, quella... te la devi conquistare!" Così Tonino, cantastorie siciliano dall’animo poetico, musicista istrionico ed affabulatore, convincerà Maria, apparentemente mite ancora ignara del suo straordinario talento, a seguirlo in un’impresa a dir poco improbabile: scalare l’intero stivale alla ricerca di fama e gloria per arrivare... FINO ALLE STELLE!
Un sogno ardito e un po’ folle, soprattutto considerandone il punto di partenza: la strada.
Soprattutto negli anni 50. Soprattutto in Sicilia. Soprattutto senza un soldo in tasca.
Ma quanto può incidere la volontà nella vita? Quanto è appannaggio del proprio volere e quanto invece del caso e della sua squisita sregolatezza? Ebbene, la risposta corretta è quella che ognuno sceglie di darsi.
Così, Tonino e Maria, scoprendosi legati da un’intesa artistica impossibile da ignorare, decidono di intraprendere il viaggio. Un viaggio dentro loro stessi e lungo tutta la penisola, attraverso regioni, dialetti ed eventi musicali, un viaggio reale e metaforico insieme fatto di momenti privati, piccoli dissapori e comiche gelosie; un viaggio alla ricerca della grande occasione che possa cambiar loro la vita, magari non proprio come se l’erano immaginata... Di e con Tiziano Caputo e Agnese Fallongo.

INGRESSO: posto unico non numerato € 10 senza prenotazione, prevendita la sera dello spettacolo dalle ore 20:00
Per info tel. 327 8562181 - 329 4006862 - agnesef@live.com - tiz.caputo89@gmail.comwww.arscreazione.itwww.noveteatro.it


 
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"E mica ti cade dal cielo, sai? La felicita, quella... te la devi conquistare!"
Cosi Tonino, cantastorie siciliano dall’animo poetico, musicista istrionico ed affabulatore, convincerà Maria, fanciulla dal temperamento apparentemente mite ancora ignara del suo straordinario talento, a seguirlo in un’impresa a dir poco improbabile: scalare l’intero stivale alla ricerca di fama e gloria per arrivare... FINO ALLE STELLE!
Un sogno ardito e un po’ folle, soprattutto considerandone il punto di partenza: la strada. Soprattutto negli anni ‘50. Soprattutto in Sicilia. Soprattutto senza un soldo in tasca. Ma quanto può incidere la volontà nella vita di un essere umano? Quanto e appannaggio del proprio volere e quanto invece del caso e della sua squisita sregolatezza? Ebbene, la risposta corretta e quella che ognuno sceglie di darsi.
Cosi, Tonino e Maria, piombati casualmente l’uno nella vita dell’altra, scoprendosi legati da un’intesa artistica impossibile da ignorare, decidono di intraprendere il viaggio. Un viaggio dentro loro stessi e lungo tutta la penisola, attraverso regioni, dialetti ed eventi musicali dal sapore tipicamente nostrano; un viaggio reale e metaforico insieme fatto di momenti privati, piccoli dissapori e comiche gelosie; un viaggio alla ricerca della grande occasione che possa cambiar loro la vita, un’occasione che forse non arriverà mai o forse sì?
Magari non proprio come se l’erano immaginata...


ARS CREAZIONE E SPETTACOLO – NOVE TEATRO

ARS CREAZIONE E SPETTACOLO e NOVE TEATRO firmano insieme lo spettacolo “…FINO ALLE STELLE!”, nelle persone dei due interpreti (Agnese Fallongo e Tiziano Caputo) di Nove Teatro e di Raffaele Latagliata, regista e Direttore Artistico del gruppo mantovano Ars.
Entrambi già in carriera, Agnese Fallongo, attrice, autrice teatrale, doppiatrice, e Tiziano Caputo, attore, cantante e polistrumentista/compositore, iniziano a collaborare all’inizio del 2017 con la messa in scena dello spettacolo “Letizia va alla Guerra - la suora, la sposa e la puttana”, scritto da Agnese Fallongo per la regia di Adriano Evangelisti con l’arrangiamento e l’accompagnamento musicale dal vivo di Tiziano Caputo. Una vera e propria sinergia grazie alla quale si è subito consolidata l’unione artistica che ha dato vita a questo loro secondo spettacolo, scritto a quattro mani e ispirato al grande Varieta e alla commedia musicale di stampo popolare, e in cui la regia e affidata a Raffaele Latagliata, a sua volta, oltre che Direttore Artistico della Fondazione “U. Artioli” Mantova Capitale Europea dello Spettacolo e della compagnia teatrale Ars. Creazione e Spettacolo, attore e regista che ha al suo attivo, in entrambi i ruoli, spettacoli importanti e di successo.

18 lug
  • Cortile d’onore di Palazzo d’Arco
  • giovedì 18 luglio 2019
  • 21:15

di Ginette Beauvais Garcin

Regia di Maria Grazia Bettini

Tre amiche vedove danno vita ad una commedia divertente, piacevole e a tratti dissacrante, che affronta con toni ironici e arguti il delicato tema della condizione vedovile, divisa fra qualche rimpianto, inimmaginabili sorprese e conseguenti disincanti. Una scioccante rivelazione scatenerà una serie di gustose e garbate gags, fino al sorprendente e davvero imprevedibile colpo di teatro finale. La saggezza acquisita con la vedovanza insegnerà alle tre signore che la vita continua nonostante tutto, e anche in modo niente affatto sgradevole o piagnucoloso, sapendo anzi offrire insospettate risorse per chi sa coglierle.

INGRESSO: posto unico non numerato € 10 senza prenotazione, prevendita la sera dello spettacolo dalle ore 20:00
Per info tel. 0376325363 – biglietteria@teatro-campogalliani.it www.teatro-campogalliani.it


 
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Vi spiegherò come mi è venuta l’idea di scrivere: "Il Clan delle Vedove"

di Ginette Beauvais-Garcin

Vi starete dicendo, leggendo queste prime righe: ma chi gliel’ha chiesto! E’ vero, ma siccome mi viene sempre fatta questa domanda, non dovrò far altro che far leggere questo foglio. Jackie Sardou* ed io, ci conosciamo da Jackie aveva appena sposato Fernand, Michel non era ancora nato, (questo mi permette di dire che praticamente ho conosciuto Michel in stato di fabbricazione ). Dopo, ho lavorato con loro sulla Butte dove la Parigi cantante e frizzante veniva ad ascoltare Femand. Che narratore, che cantante e che bravo attore. Poi le nostre strade si sono separate, ma l’amicizia e l’affetto erano sempre presenti. Siccome la vita non è sempre divertente, Fernand se n’è andato per sempre. Ci siamo rivisti più spesso, mio marito Robert Beauvais è andato a raggiungere Fernand, un altro amico, Michel Audiard, ha fatto lo stesso. Cribri, sua moglie, si è aggiunta a noi. Tutte vedove! Per cercare di tirarci su, organizzavo delle cene a casa mia, e Jackie faceva lo stesso; poi una sera, eravamo tutte a tavola, nove vedove, da cui l’idea del clan. Non avevo mai scritto in vita mia, essendo la moglie di una persona che sapeva allineare le frasi così bene (penso che Beauvais mi tenga sempre per mano). Dunque ho scritto la commedia per Jackie Sardou, perché è un personaggio molto colorito e perché mai nessuno le aveva dato l’opportunità di diventare una star (che è adesso grazie a me, e ne sono fiera). Ma tutto questo non sarebbe mai esistito se Dominique Villard (che, a quanto pare, non tiene troppo ai suoi soldi) non avesse deciso di produrre lei stessa la commedia e di trovarne il titolo. Insomma, ancora una storia di donne! No, un uomo c’è stato, François Guérin, che è stato il primo a leggere la commedia, ha avuto fiducia in me e l’ha messa in scena. Bisogna ammetterlo.

NOTE DI REGIA

Il clan delle vedove "Vivere felici la solitudine e’ uno stato di grazia", una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin,andato in scena per la prima volta nel 1991,con protagonista la stessa autrice. Uno spettacolo tutto, o quasi, al femminile (tranne Adolfo Vaini ,Matteo Bertoni e i piccoli Federico e Davide Cantarelli), dove tre ex mogli (Francesca Campogalliani, Loredana Sartorello e Gabriella Pezzoli), vedove e inseparabili amiche, scoprono la doppia vita tenuta ben nascosta dai loro cari estinti: figli illegittimi (Valentina Durantini e Giulia Cavicchini), amanti procaci (Antonella Farina), e voraci, vizi e vizietti in menage paralleli. E alla fine, Marcelle, Jackie e Rose, le tre protagoniste, capiscono che in fondo, essere vedove, non e’ poi del tutto spiacevole. "Una cinica conclusione, ma molto realistica". "Sola" è bello! Perché oggigiorno è un po’ tramontata la figura della vedova inconsolabile. Adesso le donne, anche se restano senza marito a una certa età, sanno abbastanza cogliere gli ultimi attimi fuggenti, insomma, si consolano eccome. Riprendono gusto alla vita, riescono a fare scelte che prima non potevano realizzare perché non erano loro consentite, si reinventano la quotidianità, magari fanno viaggi, incontrano persone, si distraggono. Ed è proprio questo l’argomento dello spettacolo. Se parliamo della solitudine in generale, allora si può affermare che e’ una grande conquista e non un ripiego. È uno stato di grazia".
Sono rimasta affascinata da questa commedia perché una donna e per di più attrice è riuscita a descrivere meravigliosamente le donne con ironia e senza autocommiserazione o indulgenza. Questo "Clan delle vedove", ad esempio, apparentemente contro gli uomini, in realta mette a nudo tutte le nostre debolezze esaltandole come virtù e facendo amare tutti i personaggi femminili per la loro verità e umanità.
E la regia non ha fatto altro che "riprendere" come in documentario gli aspetti più simpatici,ironici e sdrammatizzanti lasciando massima libertà di espressione ai personaggi femminili e sorridendo dei difetti maschili.

C’è allegria nel «Clan delle vedove»

di Walter Cortella

L’Accademia Campogalliani di Mantova approda ancora una volta al L. Rossi per presentare «Il clan delle vedove», una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin, scritta ormai venti anni fa, ma che a dispetto del tempo trascorso conserva ancora la freschezza e il brio di allora. Merito anche della regista Maria Grazia Bettini che ha saputo dare all’azione il giusto ritmo e i tempi della comicità.
La trama della commedia è semplice: un banale e ridicolo incidente domestico provoca la morte del marito di Rose (Francesca Campogalliani) che viene subito circondata dall’affetto di due amiche, anch’esse vedove, i cui mariti avevano a lungo coltivato relazioni extra coniugali. Nasce così un «clan» e le tre donne, dopo il primo comprensibile momento di dolore, decidono di riprendersi la loro vita, della quale i rispettivi mariti le avevano in qualche modo defraudate. Vogliono cambiar vita e con una buona dose di cinismo, capiscono che in fondo la condizione vedovile non è del tutto spiacevole. Si ripetono che è finito il tempo delle vedove inconsolabili, vestite perennemente a lutto e che è giunto il momento di vivere al meglio gli attimi fuggenti che la vita può ancora regalare. Fanno grandi progetti per riscattarsi dalla quotidianità della loro esistenza di mogli fedeli e dedite alle cure domestiche.
Ma nel momento più bello, in cui quei progetti sembrano potersi realizzare, arriva il fulmine a ciel sereno. Dal nulla sbuca Sophie Clouzot (Antonella Farina), una donna giovane e procace, che senza preamboli dichiara di essere stata per anni l’amante del marito di Rose. E come se non bastasse, da quella relazione sono nate due gemelle. Per Rose, da sempre assolutamente certa della fedeltà del marito, questo è un duro colpo. Sophie e le figlie costituiscono, inoltre, un grave pericolo poiché avanzano diritti concreti sull’eredità dell’uomo. Ma come spesso accade in commedie del genere, c’è posto anche per l’amore: Pierre (Matteo Bertoni) il figlio unico di Jackie (Gabriella Pezzoli) si innamora di una delle gemelle. E poiché «buon sangue non mente», anche lui ha un’amante. Insomma, il tradimento la fa proprio da padrone in questa storia. Malgrado gli infruttuosi tentativi di ridare lustro alle loro vite, le tre vedove continuano a consolarsi a vicenda e a fare progetti. La più effervescente è Marcelle (Loredana Sartorello), sempre in cerca di nuove esperienze amorose. Ma la sua delusione è grande quando il suo uomo, Jean Julien (Adolfo Vaini), di ritorno da un viaggio a Casablanca, si ripresenta vestito da donna. La commedia è molto divertente e ricca di gustose gags sempre garbate e nel finale c’è ancora spazio per un coup de théâtre: la povera Rose, ormai rassegnata ad avere una famiglia allargata, scopre che il ragazzino del palazzo accanto è un altro figlio illegittimo del marito.
Il cast, completamente al femminile, si avvale di tre protagoniste di prim’ordine (nella foto, Campogalliani, Pezzoli e Sartorello), da sempre punti di forza della Compagnia, una delle più valide nel panorama del teatro amatoriale italiano. La loro alta professionalità ha reso più agevole il compito della regista che le ha lasciate libere nell’interpretazione dei singoli personaggi. Molto belli i costumi di Francesca Campogalliani e Diego Fusari, che ha curato anche la scenografia tradizionalmente borghese.

23 lug
  • Cortile d’onore di Palazzo d’Arco
  • martedì 23 luglio 2019
  • 21:15

tre atti unici di Anton Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso.
L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.
Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.
La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

INGRESSO: posto unico non numerato € 10 senza prenotazione, prevendita la sera dello spettacolo dalle ore 20:00
Per info tel. 0376325363 – biglietteria@teatro-campogalliani.it www.teatro-campogalliani.it


 
dettagli  

Lo spettacolo è diviso in cinque quadri con un solo intervallo.

 

ANTON PAVLOVIC CECHOV

Nato a Taganrog nel 1860, crebbe in una famiglia economicamente disagiata: il nonno era stato servo della gleba. Frequentò il liceo nella città natale.
Nel 1879 si trasferì a Mosca dove si iscrisse alla facoltà di medicina. Laureatosi nel 1884, esercitò solo saltuariamente, in occasione di epidemie e carestie, la professione, dedicandosi invece esclusivamente all’attività letteraria. Nel 1890 raggiunse attraverso la Siberia la lontana isola di Sachalin, sede di una colonia penale, e sulle disumane condizioni di vita dei forzati scrisse un libro-inchiesta, L’isola di Sachalin (1895). Minato dalla tubercolosi, passò vari anni nella sua tenuta di Melichovo (Mosca), cercando di migliorare la condizione materiale e morale dei contadini. Nel 1895 conobbe Tolstoj, cui rimase legato da amicizia per tutta la vita. Nel 1900 fù eletto membro onorario dell’Accademia russa delle scienze, ma si dimise due anni dopo per protesta contro l’espulsione di Gor’kij.
Soggiornò varie volte, per curarsi, a Biarritz, Nizza, Jalta (Crimea). Nel 1901 sposò Olga L. Knipper, attrice del Teatro d’arte di Mosca.
In un estremo tentativo di combattere il male, si recò a Badenweiler, una località della Foresta Nera.
Morì qui, nel 1904, assistito dalla moglie. Aveva 44 anni.

 

VALUTAZIONE CRITICA

Il nome di Cechov non e legato a nessuna scuola o movimento.
Scrittore ferocemente introverso, visse in un periodo in cui in Russia imperversava la reazione, e la vita intellettuale e letteraria attraversava una fase di ristagno. La sua narrativa e il suo teatro sono anche un accorato atto di accusa contro la società del suo tempo.
Lo stile di Cechov, semplice e sobrio, è modellato sul tragico quotidiano, cioè sulle minute pene dell’esistenza umana. Tolstoj lo paragonò a un tipo di pittura in cui le pennellate sembrano messa a caso: «come se non avessero alcun rapporto tra di loro», mentre guardando da lontano si coglie "un quadro chiaro, indiscutibile". Soprattutto nei racconti Cechov compone una struttura sinfonica in cui i temi vengono enunciati e messi in relazione tra di loro ma senza che la loro potenzialità emotiva sia mai interamente sfruttata: in ciò consiste il fascino irripetibile e struggente del discorso.
Elementi essenziali dei quattro ("Il gabbiano", "Zio Vanja", "Le tre sorelle", "Il giardino dei ciliegi") maggiori drammi cechoviani sono: l’attitudine rassegnata e dolente di fronte a un ineluttabile sempre sottinteso; l’attenzione quasi morbosa per il dettaglio psicologico aberrante e rivelatore; la capillare ricostruzione di atmosfere più che di vicende. Questi elementi si esaltano e si cristallizzano in un tipo di rappresentazione-narrazione che, escludendo il protagonista, instaura sulla scena una specie di ideale livellamento. I personaggi di Cechov subiscono una specie di estraneazione che li rende incapaci di parlarsi. In questo senso il teatro di Cechov esaspera l’intrinseca staticità del teatro realista russo e anticipa motivi successivi della drammaturgia occidentale europea e nordamericana. La scena cechoviana, nella quale tutti attendono, in preda a un abulico sonnambulismo qualcosa di mai nominato ma sinistramente incombente, è l’antecedente necessario della scena di Beckett, nella quale gli stessi silenzi e gli stessi vuoti di comprensione alludono a qualcosa di altrettanto innominato, ma ormai irrimediabilmente accaduto.

 

GLI SCHERZI IN UN ATTO

Gli "scherzi" o "vaudeville", come li chiama Cechov, ruotano intorno a piccoli fatti precisi che servono da pretesto per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso, proprio secondo le regole dettate dai vaudevilles francesi.
Una domanda di matrimonio, scritto nel 1888 da Cechov, appena ventenne, e l’Orso, del 1889, sono due scherzi giovanili che rappresentano rispettivamente i prodromi e i postumi del matrimonio, in una chiave grottesca aperta indifferentemente alle risa sbellicate o al dramma, ove prevalga nella simbiosi di rappresentazione e percezione del pubblico la graffiante ironia propria di quest’autore secondo cui la gente, per migliorare deve vedere com’è davvero, non come dovrebbe essere. "Nella vita raramente si dicono cose intelligenti." - confidò una volta Cechov ad un amico
- "Per lo più si mangia, si beve, si bighellona, si dicono sciocchezze. Ecco che cosa bisogna far vedere in scena. Bisogna scrivere un lavoro in cui i personaggi entrano, escono, pranzano, parlano del tempo, giocano a vint () perché cosi avviene nella vita reale."

 

L’orso

In questa questa commedia viene proposto l’eterno tema dell’amore come passione immediata e incoercibile.
E’ questa la storia di una vedova che, nonostante desideri rimanere per sempre lontana dal mondo, dopo la morte del marito, viene visitata da un creditore del defunto consorte e, in seguito ad una feroce lite tra i due, nasce un amore passionale è repentino.
I tipi psicologici sono ben caratterizzati in quest’opera, e la forza dei desideri e delle pulsioni è rappresentata scenicamente Con una forza ed una vividezza encomiabili. Ricco di colpi di scena, questo atto unico è sapientemente riempito di dettagli secondari che ne aumentano il valore.
 

L’anniversario

Un prestigioso e borioso Direttore, che si accinge a celebrare in pompa magna l’anniversario della propria fondazione, sprofonda in una farsa irresistibile, che irride alle vane apparenze del conformismo borghese.

 

Una domanda di matrimonio

Fra ruggini antiche di buon vicinato, e comici squarci di vita campestre, si assiste al ruvido approccio fra due inaciditi rampolli di buona famiglia, I battibecchi si alternano a riappacificazioni preludendo a quello che sarà la futura vita matrimoniale.
 

La notte prima del processo

Ad una stazione di posta una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo, che il giorno dopo deve subire un processo.

 

Fa male il tabacco

Un vero e proprio monologo in cui ascoltiamo le divagazioni di un pover’uomo, schiavo della propria moglie, la quale, fra le mille cose che gli ordina quotidianamente, gli ha ordinato anche di tenere una conversazione sui dannosi effetti del tabacco. Non sapendo cosa dire, il protagonista racconta i fatti suoi, saltando di palo in frasca, disegnano assai bene la sua figura di "bamboccio", come lo chiama benignamente sua moglie.

 

NOTE DI REGIA

Il tema centrale dell’opera è il rapporto uomo-donna all’interno dell’istituzione matrimoniale e la regia vuole evidenziarne alcuni momenti fondamentali: il corteggiamento (L’Orso), la richiesta matrimoniale (La domanda di matrimonio), il rapporto ormai consumato (L’Anniversario), il tradimento (La notte prima del processo) e, alla fine, la distanza ormai incolmabile tra due coniugi (Fa male il tabacco). Gli spettatori sono accompagnati nell’Universo-Amore da Cechov stesso e da sua moglie, l’attrice Olga Knipper, che, parlando con le battute prese a prestito dai più celebri drammi cechoviani (Ivanov, Il Gabbiano, Zio Vania, Tre Sorelle, Il Giardino dei Ciliegi) e dal loro ricchissimo epistolario, raccontano sulla scena il loro legame sentimentale attraverso questi "scherzi d’amore" conditi da una "salsa tragica", che sarà l’epilogo di una morte prematura dell’autore.

 

25 lug
  • Cortile d’onore di Palazzo d’Arco
  • giovedì 25 luglio 2019
  • 21:15

di W. Shakespeare
Regia di Maria Grazia Bettini

Una tempesta e il conseguente naufragio offrono l’inizio di una vicenda in cui sono protagonisti due fratelli, Viola e Sebastiano, l’una naufragata sulle coste dell’Illiria, l’altro pure salvatosi, ma creduto morto dalla sorella che, travestendosi da uomo, si fa credere Sebastiano. Insieme a questa vivono le vicende di Orsino e Olivia che alla fine si scoprono innamorati, dei due ubriaconi Sir Toby e Sir Andrew, di Malvolio, borioso e supponente, vittima di uno scherzo crudele che a lui solo non offre il lieto fine, di Feste, il giullare buffone che tutto vede e tutto conosce, le cui melodie accompagnano lo svolgersi degli avvenimenti che si sviluppano intrecciando le storie di tutti a furia di equivoci, travestimenti, sotterfugi, amori, agnizioni finali.

INGRESSO: posto unico non numerato € 10 senza prenotazione, prevendita la sera dello spettacolo dalle ore 20:00
Per info tel. 0376325363 – biglietteria@teatro-campogalliani.it www.teatro-campogalliani.it


 
dettagli  

LA STORIA

Una terribile tempesta fa naufragare la nave sulla quale viaggiano Viola e Sebastiano, due gemelli particolarmente uniti dalla prematura morte dei genitori. Raggiunte le coste dell’Illiria (una regione tra l’Italia orientale e la Macedonia), Viola, che si è salvata dal naufragio grazie all’aiuto del capitano della nave, travestita da ragazzo con il nome di Cesario, entra al servizio del Duca Orsino, di cui subito si innamora.
Orsino, che vive un amore sofferto e non ricambiato per la bella contessa Olivia, ben lontano dall’immaginare il travestimento del giovane paggio, lo fa subito suo confidente. Cesario viene utilizzato dal duca come messaggero delle sue pene d’amore e Olivia, conquistata dalla suadente voce e dalla grazia del giovane Cesario, se ne innamora. Nei vari incontri, voluti da Orsino per perorare la sua causa, Olivia ha modo di dichiarare il suo amore, che non sa essere impossibile, al giovane Cesario-Viola, che ovviamente la respinge.
L’improvvisa apparizione di Sebastiano, scampato anche lui al naufragio grazie ad Antonio, sancisce la soluzione finale: Olivia si promette a Sebastiano credendolo Cesario, infatti i due gemelli si somigliano come due gocce d’acqua, e Orsino, riconoscendo come sincero l’affetto del giovane Cesario, cioè di Viola, e cedendo alla sua forza amorosa, decide di farne la padrona del suo padrone, sposandola.
All’interno della vicenda Viola - Orsino - Olivia - Sebastiano si sviluppa un’altra storia: la burla di Sir Toby "Rutto", parente di Olivia, di Sir Andrew, (due ubriaconi, buontemponi, ospiti di Olivia), della cameriera di Olivia, Maria, e dell’amica Fabiana ai danni del povero Malvolio, maggiordomo di Olivia, moralista, borioso, supponente, che aspira segretamente alla mano della padrona. La burla consiste nel far credere a Malvolio,  con una lettera opportunamente concepita e fatta trovare sul suo cammino, che anche Olivia lo ama segretamente Ovviamente viene preso dalla contessa per pazzo e, come tale, dai quattro rinchiuso in una stamberga al buio e li’ sbeffeggiato fino all’estremo limite.  C’è infine nella commedia un altro personaggio, Feste, il giullare buffone della contessa Olivia: egli è il Folle che tutto vede e tutti conosce nell’intimo, le cui melodie accompagnano, commentandolo, lo svolgersi degli avvenimenti e nelle cui parole ritroviamo la filosofica shakespeariana accettazione della realtà della vita.

 

NOTE DI REGIA

Metto in scena Shakespeare perché nel 2014 ricorre l’anniversario della sua nascita, il 1564, ma la scelta de La Dodicesima notte nasce dall’intenzione di proporre, tra tutte le commedie, quella che è parodia di altre commedie di Shakespeare e potrebbe per complessità e struttura rimanere l’ultima nella creazione.
I personaggi sono folli, senza saperlo, per questo il ritmo è frenetico. Il testo si muove continuamente sulle note della violenza, che però si sublima nella vena ironica del linguaggio shakespeariano.
L’ho immaginata senza tempo e luogo, come una ballata dell’autore, che nella commedia prende le vesti di Feste, il matto arguto e saggio, trasformato in un cantastorie alla fine del suo viaggio.
Ed ecco che costumi (così come le scene) non hanno epoca, ma presentano fogge vagamente classicheggianti con alcuni elementi che riconducono alla modernità; così pure la traduzione di Luigi Lunari propone un linguaggio moderno e attuale.
La commedia inizia proprio con il cantastorie Feste, che racconta di una tempesta, quasi collegandola a un’altra opera famosa La tempesta,  come se ci fosse un preludio della conclusione (quella dell’esperienza teatrale di Shakespeare).
Come tutte le ballate dei cantastorie, gli elementi scenici sono ridotti: un drappo che indica una vela, un giardino, una tenda, sedie di diverse epoche  che movimentano le azioni degli attori e un tavolo che diventa gabbia o assi della nave, così da lasciare spazio all’immaginazione degli spettatori.

Solitamente nella commedia le storie si risolvono in un cerchio che si chiude con il lieto fine, ma ne La Dodicesima notte lo schema classico di chiusura non è previsto: la fine è sospesa perché nulla si risolve, anche l’amore non trionfa sulla realtà nella quale, al contrario, le cose belle vivono accanto a quelle brutte, le crudeltà accanto ai buoni sentimenti, l’amore romantico insieme a quello irrisolto. Insomma nella realtà non tutto finisce bene e "quel che volete" è proprio quello che Shakespeare, nella sua ultima commedia, ci suggerisce di ricercare anche nella nostra vita.

 

Maria Grazia Bettini