Calendario prossimi spettacoli

20 ott
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 20 ottobre 2019
  • 16:00

Riduzione teatrale da Dracula di Bram Stoker


 
dettagli  

IL VAMPIRO DI BRAM STOKER

Ci vollero sette anni per scrivere Dracula e in questo arco di tempo lo scrittore irlandese, autore di racconti fantastici, sviluppò il suo romanzo più celebre prendendo spunto dalle leggende popolari dei Balcani, da misteriose vicende di cronaca e dalle fonti storiche su Vlad III, del quale gli aveva parlato un suo professore. Un romanzo che fu rielaborato più volte, prima della sua pubblicazione nel 1897, e che vede al centro della narrazione la figura di un aristocratico vampiro della Transilvania che tiene prigioniero Jonathan Harker, un giovane notaio incaricato di occuparsi di questioni burocratiche relative alle sue proprietà londinesi. Altri personaggi del romanzo - che si compone di scambi epistolari tra i protagonisti, pagine di diario e articoli di giornale - sono la fidanzata di Jonathan, Mina, e l’amica che la ospita, Lucy Westerna, che sarà la prima vittima del vampiro. La "malattia" di Lucy richiederà l’intervento del professor Abraham Van Helsing che insieme a John Seward, direttore di un manicomio e all’americano Quincey P. Morris e agli stessi Jonathan e Mina, riuscirà ad annientare il vampiro e ad ucciderlo. Con il suo romanzo Stoker getta le basi di quella che sarà l’iconografia di Dracula nei secoli a venire, anche se alcuni elementi erano stati già introdotto da John W. Polidori con il suo Vampiro, alcuni decenni prima.

NOTE DI REGIA

“Sono sempre stata attratta dalla figura distinta, dal fascino ipnotico, il viso esangue e il sorriso famelico che svela i canini aguzzi nel momento di mordere sul collo la sua vittima. DRACULA, personaggio che continua ad essere vivo (per modo di dire) nell’immaginario collettivo, come uno dei mostri più affascinanti dell’iconografia dell’orrore.

Ma questa riduzione teatrale sfaterà l’orrore trasformando la storia con ironia e comicità.

I personaggi e le scene rigorosamente in bianco e nero usciranno da un libro che illustrerà i diversi ambienti e tutto il teatro, compresa la platea, dove gli spettatori vivranno questa parodia del Mostro.

Il testo è colmo di citazioni cinematografiche (Frankestein Junior, Per favore non mordermi sul collo, etc.), ma rimanda anche a classiche situazioni comiche e i personaggi escono dai ruoli interpretando le loro caratterizzazioni (Dracula che dorme nella bara e poi nelle fogne, Seward medico che sviene vedendo il sangue, Von Helsing professore pazzo, Lady Westerna con la bombola dell’ossigeno, Harker che cerca di sfuggire alle tre vampiresse, la giornalista svampita, Lucy sensuale e sonnambula).

Il personaggio di Dracula portato alla notorietà dal celebre romanzo di Bram Stoker, non ha mai smesso di interessare ed appassionare lettori e studiosi irresistibilmente attratti dalla suggestione che evoca. E la parodia del mito che propone questa messa in scena ci fa dire, insieme all’ironico Woody Allen di “Provaci ancora Sam“, che Dracula non muore mai e ci prova sempre … anche con gli spettatori …”.

Maria Grazia Bettini

25 ott
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 25 ottobre 2019
  • 20:45

Riduzione teatrale da Dracula di Bram Stoker


 
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IL VAMPIRO DI BRAM STOKER

Ci vollero sette anni per scrivere Dracula e in questo arco di tempo lo scrittore irlandese, autore di racconti fantastici, sviluppò il suo romanzo più celebre prendendo spunto dalle leggende popolari dei Balcani, da misteriose vicende di cronaca e dalle fonti storiche su Vlad III, del quale gli aveva parlato un suo professore. Un romanzo che fu rielaborato più volte, prima della sua pubblicazione nel 1897, e che vede al centro della narrazione la figura di un aristocratico vampiro della Transilvania che tiene prigioniero Jonathan Harker, un giovane notaio incaricato di occuparsi di questioni burocratiche relative alle sue proprietà londinesi. Altri personaggi del romanzo - che si compone di scambi epistolari tra i protagonisti, pagine di diario e articoli di giornale - sono la fidanzata di Jonathan, Mina, e l’amica che la ospita, Lucy Westerna, che sarà la prima vittima del vampiro. La "malattia" di Lucy richiederà l’intervento del professor Abraham Van Helsing che insieme a John Seward, direttore di un manicomio e all’americano Quincey P. Morris e agli stessi Jonathan e Mina, riuscirà ad annientare il vampiro e ad ucciderlo. Con il suo romanzo Stoker getta le basi di quella che sarà l’iconografia di Dracula nei secoli a venire, anche se alcuni elementi erano stati già introdotto da John W. Polidori con il suo Vampiro, alcuni decenni prima.

NOTE DI REGIA

“Sono sempre stata attratta dalla figura distinta, dal fascino ipnotico, il viso esangue e il sorriso famelico che svela i canini aguzzi nel momento di mordere sul collo la sua vittima. DRACULA, personaggio che continua ad essere vivo (per modo di dire) nell’immaginario collettivo, come uno dei mostri più affascinanti dell’iconografia dell’orrore.

Ma questa riduzione teatrale sfaterà l’orrore trasformando la storia con ironia e comicità.

I personaggi e le scene rigorosamente in bianco e nero usciranno da un libro che illustrerà i diversi ambienti e tutto il teatro, compresa la platea, dove gli spettatori vivranno questa parodia del Mostro.

Il testo è colmo di citazioni cinematografiche (Frankestein Junior, Per favore non mordermi sul collo, etc.), ma rimanda anche a classiche situazioni comiche e i personaggi escono dai ruoli interpretando le loro caratterizzazioni (Dracula che dorme nella bara e poi nelle fogne, Seward medico che sviene vedendo il sangue, Von Helsing professore pazzo, Lady Westerna con la bombola dell’ossigeno, Harker che cerca di sfuggire alle tre vampiresse, la giornalista svampita, Lucy sensuale e sonnambula).

Il personaggio di Dracula portato alla notorietà dal celebre romanzo di Bram Stoker, non ha mai smesso di interessare ed appassionare lettori e studiosi irresistibilmente attratti dalla suggestione che evoca. E la parodia del mito che propone questa messa in scena ci fa dire, insieme all’ironico Woody Allen di “Provaci ancora Sam“, che Dracula non muore mai e ci prova sempre … anche con gli spettatori …”.

Maria Grazia Bettini

26 ott
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 26 ottobre 2019
  • 20:45

Riduzione teatrale da Dracula di Bram Stoker


 
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IL VAMPIRO DI BRAM STOKER

Ci vollero sette anni per scrivere Dracula e in questo arco di tempo lo scrittore irlandese, autore di racconti fantastici, sviluppò il suo romanzo più celebre prendendo spunto dalle leggende popolari dei Balcani, da misteriose vicende di cronaca e dalle fonti storiche su Vlad III, del quale gli aveva parlato un suo professore. Un romanzo che fu rielaborato più volte, prima della sua pubblicazione nel 1897, e che vede al centro della narrazione la figura di un aristocratico vampiro della Transilvania che tiene prigioniero Jonathan Harker, un giovane notaio incaricato di occuparsi di questioni burocratiche relative alle sue proprietà londinesi. Altri personaggi del romanzo - che si compone di scambi epistolari tra i protagonisti, pagine di diario e articoli di giornale - sono la fidanzata di Jonathan, Mina, e l’amica che la ospita, Lucy Westerna, che sarà la prima vittima del vampiro. La "malattia" di Lucy richiederà l’intervento del professor Abraham Van Helsing che insieme a John Seward, direttore di un manicomio e all’americano Quincey P. Morris e agli stessi Jonathan e Mina, riuscirà ad annientare il vampiro e ad ucciderlo. Con il suo romanzo Stoker getta le basi di quella che sarà l’iconografia di Dracula nei secoli a venire, anche se alcuni elementi erano stati già introdotto da John W. Polidori con il suo Vampiro, alcuni decenni prima.

NOTE DI REGIA

“Sono sempre stata attratta dalla figura distinta, dal fascino ipnotico, il viso esangue e il sorriso famelico che svela i canini aguzzi nel momento di mordere sul collo la sua vittima. DRACULA, personaggio che continua ad essere vivo (per modo di dire) nell’immaginario collettivo, come uno dei mostri più affascinanti dell’iconografia dell’orrore.

Ma questa riduzione teatrale sfaterà l’orrore trasformando la storia con ironia e comicità.

I personaggi e le scene rigorosamente in bianco e nero usciranno da un libro che illustrerà i diversi ambienti e tutto il teatro, compresa la platea, dove gli spettatori vivranno questa parodia del Mostro.

Il testo è colmo di citazioni cinematografiche (Frankestein Junior, Per favore non mordermi sul collo, etc.), ma rimanda anche a classiche situazioni comiche e i personaggi escono dai ruoli interpretando le loro caratterizzazioni (Dracula che dorme nella bara e poi nelle fogne, Seward medico che sviene vedendo il sangue, Von Helsing professore pazzo, Lady Westerna con la bombola dell’ossigeno, Harker che cerca di sfuggire alle tre vampiresse, la giornalista svampita, Lucy sensuale e sonnambula).

Il personaggio di Dracula portato alla notorietà dal celebre romanzo di Bram Stoker, non ha mai smesso di interessare ed appassionare lettori e studiosi irresistibilmente attratti dalla suggestione che evoca. E la parodia del mito che propone questa messa in scena ci fa dire, insieme all’ironico Woody Allen di “Provaci ancora Sam“, che Dracula non muore mai e ci prova sempre … anche con gli spettatori …”.

Maria Grazia Bettini

27 ott
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 27 ottobre 2019
  • 16:00

Riduzione teatrale da Dracula di Bram Stoker


 
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IL VAMPIRO DI BRAM STOKER

Ci vollero sette anni per scrivere Dracula e in questo arco di tempo lo scrittore irlandese, autore di racconti fantastici, sviluppò il suo romanzo più celebre prendendo spunto dalle leggende popolari dei Balcani, da misteriose vicende di cronaca e dalle fonti storiche su Vlad III, del quale gli aveva parlato un suo professore. Un romanzo che fu rielaborato più volte, prima della sua pubblicazione nel 1897, e che vede al centro della narrazione la figura di un aristocratico vampiro della Transilvania che tiene prigioniero Jonathan Harker, un giovane notaio incaricato di occuparsi di questioni burocratiche relative alle sue proprietà londinesi. Altri personaggi del romanzo - che si compone di scambi epistolari tra i protagonisti, pagine di diario e articoli di giornale - sono la fidanzata di Jonathan, Mina, e l’amica che la ospita, Lucy Westerna, che sarà la prima vittima del vampiro. La "malattia" di Lucy richiederà l’intervento del professor Abraham Van Helsing che insieme a John Seward, direttore di un manicomio e all’americano Quincey P. Morris e agli stessi Jonathan e Mina, riuscirà ad annientare il vampiro e ad ucciderlo. Con il suo romanzo Stoker getta le basi di quella che sarà l’iconografia di Dracula nei secoli a venire, anche se alcuni elementi erano stati già introdotto da John W. Polidori con il suo Vampiro, alcuni decenni prima.

NOTE DI REGIA

“Sono sempre stata attratta dalla figura distinta, dal fascino ipnotico, il viso esangue e il sorriso famelico che svela i canini aguzzi nel momento di mordere sul collo la sua vittima. DRACULA, personaggio che continua ad essere vivo (per modo di dire) nell’immaginario collettivo, come uno dei mostri più affascinanti dell’iconografia dell’orrore.

Ma questa riduzione teatrale sfaterà l’orrore trasformando la storia con ironia e comicità.

I personaggi e le scene rigorosamente in bianco e nero usciranno da un libro che illustrerà i diversi ambienti e tutto il teatro, compresa la platea, dove gli spettatori vivranno questa parodia del Mostro.

Il testo è colmo di citazioni cinematografiche (Frankestein Junior, Per favore non mordermi sul collo, etc.), ma rimanda anche a classiche situazioni comiche e i personaggi escono dai ruoli interpretando le loro caratterizzazioni (Dracula che dorme nella bara e poi nelle fogne, Seward medico che sviene vedendo il sangue, Von Helsing professore pazzo, Lady Westerna con la bombola dell’ossigeno, Harker che cerca di sfuggire alle tre vampiresse, la giornalista svampita, Lucy sensuale e sonnambula).

Il personaggio di Dracula portato alla notorietà dal celebre romanzo di Bram Stoker, non ha mai smesso di interessare ed appassionare lettori e studiosi irresistibilmente attratti dalla suggestione che evoca. E la parodia del mito che propone questa messa in scena ci fa dire, insieme all’ironico Woody Allen di “Provaci ancora Sam“, che Dracula non muore mai e ci prova sempre … anche con gli spettatori …”.

Maria Grazia Bettini

30 ott
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • mercoledì 30 ottobre 2019
  • 20:45

Spettacolo degli allievi del corso avanzato della Scuola di Teatro Francesco Campogalliani

In occasione della ricorrenza LA NOTTE DI HALLOWEEN


 
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Il teatro è il luogo dove prendono vita le grandi emozioni: amore, rabbia, malinconia, tristezza.

Ma quest’anno gli allievi lo hanno fatto diventare il regno della paura e dell’inquietudine, portando in scena il lato oscuro che si cela in ognuno di noi.

La Paura interpretata nei suoi stati diversi: ansia, panico, terrore, inquietudine, tensione, di diversa intensità e durata. L’animo umano si mostra a noi nelle sue varie sfaccettature palesi, nascoste, nitide, oscure. La paura lo attraversa e si alimenta formando una trama che può catturare o anche uccidere. LA PAURA CHE RENDE PAZZI E LA PAZZIA CHE FA PAURA.Lo spettacolo degli allievi del secondo anno della scuola di teatro,  propone monologhi e letture tratti da spettacoli e film . Si offriranno inoltre due brevi racconti del maestro Edgar Allan Poe e una trasposizione teatrale di un racconto di Robert Bloch. Completano la rappresentazione IL SABOTAGGIO e DELITTO IN MANICOMIO, atti unici del TEATRO DEL GRAND GUIGNOL dove regnano orrore, violenza, sadismo, gusto dell’orrido: le ossessioni maniacali sfociano in supremi atti di violenza, la vendetta e lo sfregio sadico per mezzo di acido e mutilazioni efferate.

E TU, (QUANDO) HAI PAURA?

MONOLOGO “FACCIAMO CHE IO ERO”
liberamente tratto dal monologo di Virginia Raffaele
Regia di Andrea Flora

LETTURA “LA MORTE ROSSA”
di Edgar Allan Poe
Il racconto rappresenta quel disordine letale che è la follia, la malattia e la morte.
Regia di Diego Fusari

E TU, (QUANDO) HAI PAURA?

LETTURA “IL CUORE RIVELATORE”
di Edgar Allan Poe
L’ossessione per l’occhio di un vecchio cresce fino a diventare insopportabile.
Regia di Diego Fusari

MONOLOGO “LA PAURA DEGLI ALTRI”
tratto dal film Happy family di Gabriele Salvatores

Regia di Andrea Flora

IL SABOTAGGIO
atto unico da Grand Guignol
Regia: Maria Grazia Bettini

MONOLOGO “IL BUIO NELL’ANIMA”
tratto dall’omonimo film di Neil Jordan
Regia di Andrea Flora

CARAMELLE PER LA PICCINA
di Robert Bloch
La piccola Irma è la protagonista di questo delizioso racconto horror partorito dal leggendario Robert Bloch, autore di Psycho. Gli allievi ne hanno rielaborato la trama, riscrivendo il testo per ricondurlo ad un classico poliziesco venato di Horror.
Regia di Chiara Prezzavento

E TU, QUANDO HAI PAURA?

MONOLOGO “LA PAURA”
tratto dal monologo di Giorgio Gaber
Regia di Diego Fusari

DELITTO IN MANICOMIO
atto unico da Grand Guignol
Regia: Maria Grazia Bettini

  

NOTE DI REGIA

A conclusione del corso avanzato di quest’anno, si è pensato di costruire uno spettacolo in cui gli allievi della Campogalliani si cimentassero con la sfida di esplorare le diverse e sfaccettate sfumature della PAURA, portando in scena tre brevi testi teatrali, letture, monologhi ed esperienze personali.
La forza dei testi e della recitazione sta nella capacità di proiettare lo spettatore all’interno di vicende crude che, dapprima lentamente, ma inesorabilmente, si succedono poi con ritmo incalzante per concludersi in un finale macabro.
La messinscena ha richiesto ambienti diversi, un uso attento e finalizzato delle luci, degli effetti sonori e delle musiche, oltre a particolari effetti scenici.
I testi teatrali e le letture sono collegati da esperienze personali che dilatano l’emozione della paura nel tempo e nello spazio.

1 nov
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 1 novembre 2019
  • 20:45

Riduzione teatrale da Dracula di Bram Stoker


 
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IL VAMPIRO DI BRAM STOKER

Ci vollero sette anni per scrivere Dracula e in questo arco di tempo lo scrittore irlandese, autore di racconti fantastici, sviluppò il suo romanzo più celebre prendendo spunto dalle leggende popolari dei Balcani, da misteriose vicende di cronaca e dalle fonti storiche su Vlad III, del quale gli aveva parlato un suo professore. Un romanzo che fu rielaborato più volte, prima della sua pubblicazione nel 1897, e che vede al centro della narrazione la figura di un aristocratico vampiro della Transilvania che tiene prigioniero Jonathan Harker, un giovane notaio incaricato di occuparsi di questioni burocratiche relative alle sue proprietà londinesi. Altri personaggi del romanzo - che si compone di scambi epistolari tra i protagonisti, pagine di diario e articoli di giornale - sono la fidanzata di Jonathan, Mina, e l’amica che la ospita, Lucy Westerna, che sarà la prima vittima del vampiro. La "malattia" di Lucy richiederà l’intervento del professor Abraham Van Helsing che insieme a John Seward, direttore di un manicomio e all’americano Quincey P. Morris e agli stessi Jonathan e Mina, riuscirà ad annientare il vampiro e ad ucciderlo. Con il suo romanzo Stoker getta le basi di quella che sarà l’iconografia di Dracula nei secoli a venire, anche se alcuni elementi erano stati già introdotto da John W. Polidori con il suo Vampiro, alcuni decenni prima.

NOTE DI REGIA

“Sono sempre stata attratta dalla figura distinta, dal fascino ipnotico, il viso esangue e il sorriso famelico che svela i canini aguzzi nel momento di mordere sul collo la sua vittima. DRACULA, personaggio che continua ad essere vivo (per modo di dire) nell’immaginario collettivo, come uno dei mostri più affascinanti dell’iconografia dell’orrore.

Ma questa riduzione teatrale sfaterà l’orrore trasformando la storia con ironia e comicità.

I personaggi e le scene rigorosamente in bianco e nero usciranno da un libro che illustrerà i diversi ambienti e tutto il teatro, compresa la platea, dove gli spettatori vivranno questa parodia del Mostro.

Il testo è colmo di citazioni cinematografiche (Frankestein Junior, Per favore non mordermi sul collo, etc.), ma rimanda anche a classiche situazioni comiche e i personaggi escono dai ruoli interpretando le loro caratterizzazioni (Dracula che dorme nella bara e poi nelle fogne, Seward medico che sviene vedendo il sangue, Von Helsing professore pazzo, Lady Westerna con la bombola dell’ossigeno, Harker che cerca di sfuggire alle tre vampiresse, la giornalista svampita, Lucy sensuale e sonnambula).

Il personaggio di Dracula portato alla notorietà dal celebre romanzo di Bram Stoker, non ha mai smesso di interessare ed appassionare lettori e studiosi irresistibilmente attratti dalla suggestione che evoca. E la parodia del mito che propone questa messa in scena ci fa dire, insieme all’ironico Woody Allen di “Provaci ancora Sam“, che Dracula non muore mai e ci prova sempre … anche con gli spettatori …”.

Maria Grazia Bettini

2 nov
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 2 novembre 2019
  • 20:45

Riduzione teatrale da Dracula di Bram Stoker


 
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IL VAMPIRO DI BRAM STOKER

Ci vollero sette anni per scrivere Dracula e in questo arco di tempo lo scrittore irlandese, autore di racconti fantastici, sviluppò il suo romanzo più celebre prendendo spunto dalle leggende popolari dei Balcani, da misteriose vicende di cronaca e dalle fonti storiche su Vlad III, del quale gli aveva parlato un suo professore. Un romanzo che fu rielaborato più volte, prima della sua pubblicazione nel 1897, e che vede al centro della narrazione la figura di un aristocratico vampiro della Transilvania che tiene prigioniero Jonathan Harker, un giovane notaio incaricato di occuparsi di questioni burocratiche relative alle sue proprietà londinesi. Altri personaggi del romanzo - che si compone di scambi epistolari tra i protagonisti, pagine di diario e articoli di giornale - sono la fidanzata di Jonathan, Mina, e l’amica che la ospita, Lucy Westerna, che sarà la prima vittima del vampiro. La "malattia" di Lucy richiederà l’intervento del professor Abraham Van Helsing che insieme a John Seward, direttore di un manicomio e all’americano Quincey P. Morris e agli stessi Jonathan e Mina, riuscirà ad annientare il vampiro e ad ucciderlo. Con il suo romanzo Stoker getta le basi di quella che sarà l’iconografia di Dracula nei secoli a venire, anche se alcuni elementi erano stati già introdotto da John W. Polidori con il suo Vampiro, alcuni decenni prima.

NOTE DI REGIA

“Sono sempre stata attratta dalla figura distinta, dal fascino ipnotico, il viso esangue e il sorriso famelico che svela i canini aguzzi nel momento di mordere sul collo la sua vittima. DRACULA, personaggio che continua ad essere vivo (per modo di dire) nell’immaginario collettivo, come uno dei mostri più affascinanti dell’iconografia dell’orrore.

Ma questa riduzione teatrale sfaterà l’orrore trasformando la storia con ironia e comicità.

I personaggi e le scene rigorosamente in bianco e nero usciranno da un libro che illustrerà i diversi ambienti e tutto il teatro, compresa la platea, dove gli spettatori vivranno questa parodia del Mostro.

Il testo è colmo di citazioni cinematografiche (Frankestein Junior, Per favore non mordermi sul collo, etc.), ma rimanda anche a classiche situazioni comiche e i personaggi escono dai ruoli interpretando le loro caratterizzazioni (Dracula che dorme nella bara e poi nelle fogne, Seward medico che sviene vedendo il sangue, Von Helsing professore pazzo, Lady Westerna con la bombola dell’ossigeno, Harker che cerca di sfuggire alle tre vampiresse, la giornalista svampita, Lucy sensuale e sonnambula).

Il personaggio di Dracula portato alla notorietà dal celebre romanzo di Bram Stoker, non ha mai smesso di interessare ed appassionare lettori e studiosi irresistibilmente attratti dalla suggestione che evoca. E la parodia del mito che propone questa messa in scena ci fa dire, insieme all’ironico Woody Allen di “Provaci ancora Sam“, che Dracula non muore mai e ci prova sempre … anche con gli spettatori …”.

Maria Grazia Bettini

3 nov
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 3 novembre 2019
  • 16:00

Riduzione teatrale da Dracula di Bram Stoker


 
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IL VAMPIRO DI BRAM STOKER

Ci vollero sette anni per scrivere Dracula e in questo arco di tempo lo scrittore irlandese, autore di racconti fantastici, sviluppò il suo romanzo più celebre prendendo spunto dalle leggende popolari dei Balcani, da misteriose vicende di cronaca e dalle fonti storiche su Vlad III, del quale gli aveva parlato un suo professore. Un romanzo che fu rielaborato più volte, prima della sua pubblicazione nel 1897, e che vede al centro della narrazione la figura di un aristocratico vampiro della Transilvania che tiene prigioniero Jonathan Harker, un giovane notaio incaricato di occuparsi di questioni burocratiche relative alle sue proprietà londinesi. Altri personaggi del romanzo - che si compone di scambi epistolari tra i protagonisti, pagine di diario e articoli di giornale - sono la fidanzata di Jonathan, Mina, e l’amica che la ospita, Lucy Westerna, che sarà la prima vittima del vampiro. La "malattia" di Lucy richiederà l’intervento del professor Abraham Van Helsing che insieme a John Seward, direttore di un manicomio e all’americano Quincey P. Morris e agli stessi Jonathan e Mina, riuscirà ad annientare il vampiro e ad ucciderlo. Con il suo romanzo Stoker getta le basi di quella che sarà l’iconografia di Dracula nei secoli a venire, anche se alcuni elementi erano stati già introdotto da John W. Polidori con il suo Vampiro, alcuni decenni prima.

NOTE DI REGIA

“Sono sempre stata attratta dalla figura distinta, dal fascino ipnotico, il viso esangue e il sorriso famelico che svela i canini aguzzi nel momento di mordere sul collo la sua vittima. DRACULA, personaggio che continua ad essere vivo (per modo di dire) nell’immaginario collettivo, come uno dei mostri più affascinanti dell’iconografia dell’orrore.

Ma questa riduzione teatrale sfaterà l’orrore trasformando la storia con ironia e comicità.

I personaggi e le scene rigorosamente in bianco e nero usciranno da un libro che illustrerà i diversi ambienti e tutto il teatro, compresa la platea, dove gli spettatori vivranno questa parodia del Mostro.

Il testo è colmo di citazioni cinematografiche (Frankestein Junior, Per favore non mordermi sul collo, etc.), ma rimanda anche a classiche situazioni comiche e i personaggi escono dai ruoli interpretando le loro caratterizzazioni (Dracula che dorme nella bara e poi nelle fogne, Seward medico che sviene vedendo il sangue, Von Helsing professore pazzo, Lady Westerna con la bombola dell’ossigeno, Harker che cerca di sfuggire alle tre vampiresse, la giornalista svampita, Lucy sensuale e sonnambula).

Il personaggio di Dracula portato alla notorietà dal celebre romanzo di Bram Stoker, non ha mai smesso di interessare ed appassionare lettori e studiosi irresistibilmente attratti dalla suggestione che evoca. E la parodia del mito che propone questa messa in scena ci fa dire, insieme all’ironico Woody Allen di “Provaci ancora Sam“, che Dracula non muore mai e ci prova sempre … anche con gli spettatori …”.

Maria Grazia Bettini

8 nov
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 8 novembre 2019
  • 20:45

Riduzione teatrale da Dracula di Bram Stoker


 
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IL VAMPIRO DI BRAM STOKER

Ci vollero sette anni per scrivere Dracula e in questo arco di tempo lo scrittore irlandese, autore di racconti fantastici, sviluppò il suo romanzo più celebre prendendo spunto dalle leggende popolari dei Balcani, da misteriose vicende di cronaca e dalle fonti storiche su Vlad III, del quale gli aveva parlato un suo professore. Un romanzo che fu rielaborato più volte, prima della sua pubblicazione nel 1897, e che vede al centro della narrazione la figura di un aristocratico vampiro della Transilvania che tiene prigioniero Jonathan Harker, un giovane notaio incaricato di occuparsi di questioni burocratiche relative alle sue proprietà londinesi. Altri personaggi del romanzo - che si compone di scambi epistolari tra i protagonisti, pagine di diario e articoli di giornale - sono la fidanzata di Jonathan, Mina, e l’amica che la ospita, Lucy Westerna, che sarà la prima vittima del vampiro. La "malattia" di Lucy richiederà l’intervento del professor Abraham Van Helsing che insieme a John Seward, direttore di un manicomio e all’americano Quincey P. Morris e agli stessi Jonathan e Mina, riuscirà ad annientare il vampiro e ad ucciderlo. Con il suo romanzo Stoker getta le basi di quella che sarà l’iconografia di Dracula nei secoli a venire, anche se alcuni elementi erano stati già introdotto da John W. Polidori con il suo Vampiro, alcuni decenni prima.

NOTE DI REGIA

“Sono sempre stata attratta dalla figura distinta, dal fascino ipnotico, il viso esangue e il sorriso famelico che svela i canini aguzzi nel momento di mordere sul collo la sua vittima. DRACULA, personaggio che continua ad essere vivo (per modo di dire) nell’immaginario collettivo, come uno dei mostri più affascinanti dell’iconografia dell’orrore.

Ma questa riduzione teatrale sfaterà l’orrore trasformando la storia con ironia e comicità.

I personaggi e le scene rigorosamente in bianco e nero usciranno da un libro che illustrerà i diversi ambienti e tutto il teatro, compresa la platea, dove gli spettatori vivranno questa parodia del Mostro.

Il testo è colmo di citazioni cinematografiche (Frankestein Junior, Per favore non mordermi sul collo, etc.), ma rimanda anche a classiche situazioni comiche e i personaggi escono dai ruoli interpretando le loro caratterizzazioni (Dracula che dorme nella bara e poi nelle fogne, Seward medico che sviene vedendo il sangue, Von Helsing professore pazzo, Lady Westerna con la bombola dell’ossigeno, Harker che cerca di sfuggire alle tre vampiresse, la giornalista svampita, Lucy sensuale e sonnambula).

Il personaggio di Dracula portato alla notorietà dal celebre romanzo di Bram Stoker, non ha mai smesso di interessare ed appassionare lettori e studiosi irresistibilmente attratti dalla suggestione che evoca. E la parodia del mito che propone questa messa in scena ci fa dire, insieme all’ironico Woody Allen di “Provaci ancora Sam“, che Dracula non muore mai e ci prova sempre … anche con gli spettatori …”.

Maria Grazia Bettini

9 nov
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 9 novembre 2019
  • 20:45

Riduzione teatrale da Dracula di Bram Stoker


 
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IL VAMPIRO DI BRAM STOKER

Ci vollero sette anni per scrivere Dracula e in questo arco di tempo lo scrittore irlandese, autore di racconti fantastici, sviluppò il suo romanzo più celebre prendendo spunto dalle leggende popolari dei Balcani, da misteriose vicende di cronaca e dalle fonti storiche su Vlad III, del quale gli aveva parlato un suo professore. Un romanzo che fu rielaborato più volte, prima della sua pubblicazione nel 1897, e che vede al centro della narrazione la figura di un aristocratico vampiro della Transilvania che tiene prigioniero Jonathan Harker, un giovane notaio incaricato di occuparsi di questioni burocratiche relative alle sue proprietà londinesi. Altri personaggi del romanzo - che si compone di scambi epistolari tra i protagonisti, pagine di diario e articoli di giornale - sono la fidanzata di Jonathan, Mina, e l’amica che la ospita, Lucy Westerna, che sarà la prima vittima del vampiro. La "malattia" di Lucy richiederà l’intervento del professor Abraham Van Helsing che insieme a John Seward, direttore di un manicomio e all’americano Quincey P. Morris e agli stessi Jonathan e Mina, riuscirà ad annientare il vampiro e ad ucciderlo. Con il suo romanzo Stoker getta le basi di quella che sarà l’iconografia di Dracula nei secoli a venire, anche se alcuni elementi erano stati già introdotto da John W. Polidori con il suo Vampiro, alcuni decenni prima.

NOTE DI REGIA

“Sono sempre stata attratta dalla figura distinta, dal fascino ipnotico, il viso esangue e il sorriso famelico che svela i canini aguzzi nel momento di mordere sul collo la sua vittima. DRACULA, personaggio che continua ad essere vivo (per modo di dire) nell’immaginario collettivo, come uno dei mostri più affascinanti dell’iconografia dell’orrore.

Ma questa riduzione teatrale sfaterà l’orrore trasformando la storia con ironia e comicità.

I personaggi e le scene rigorosamente in bianco e nero usciranno da un libro che illustrerà i diversi ambienti e tutto il teatro, compresa la platea, dove gli spettatori vivranno questa parodia del Mostro.

Il testo è colmo di citazioni cinematografiche (Frankestein Junior, Per favore non mordermi sul collo, etc.), ma rimanda anche a classiche situazioni comiche e i personaggi escono dai ruoli interpretando le loro caratterizzazioni (Dracula che dorme nella bara e poi nelle fogne, Seward medico che sviene vedendo il sangue, Von Helsing professore pazzo, Lady Westerna con la bombola dell’ossigeno, Harker che cerca di sfuggire alle tre vampiresse, la giornalista svampita, Lucy sensuale e sonnambula).

Il personaggio di Dracula portato alla notorietà dal celebre romanzo di Bram Stoker, non ha mai smesso di interessare ed appassionare lettori e studiosi irresistibilmente attratti dalla suggestione che evoca. E la parodia del mito che propone questa messa in scena ci fa dire, insieme all’ironico Woody Allen di “Provaci ancora Sam“, che Dracula non muore mai e ci prova sempre … anche con gli spettatori …”.

Maria Grazia Bettini

10 nov
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 10 novembre 2019
  • 16:00

Riduzione teatrale da Dracula di Bram Stoker


 
dettagli  

IL VAMPIRO DI BRAM STOKER

Ci vollero sette anni per scrivere Dracula e in questo arco di tempo lo scrittore irlandese, autore di racconti fantastici, sviluppò il suo romanzo più celebre prendendo spunto dalle leggende popolari dei Balcani, da misteriose vicende di cronaca e dalle fonti storiche su Vlad III, del quale gli aveva parlato un suo professore. Un romanzo che fu rielaborato più volte, prima della sua pubblicazione nel 1897, e che vede al centro della narrazione la figura di un aristocratico vampiro della Transilvania che tiene prigioniero Jonathan Harker, un giovane notaio incaricato di occuparsi di questioni burocratiche relative alle sue proprietà londinesi. Altri personaggi del romanzo - che si compone di scambi epistolari tra i protagonisti, pagine di diario e articoli di giornale - sono la fidanzata di Jonathan, Mina, e l’amica che la ospita, Lucy Westerna, che sarà la prima vittima del vampiro. La "malattia" di Lucy richiederà l’intervento del professor Abraham Van Helsing che insieme a John Seward, direttore di un manicomio e all’americano Quincey P. Morris e agli stessi Jonathan e Mina, riuscirà ad annientare il vampiro e ad ucciderlo. Con il suo romanzo Stoker getta le basi di quella che sarà l’iconografia di Dracula nei secoli a venire, anche se alcuni elementi erano stati già introdotto da John W. Polidori con il suo Vampiro, alcuni decenni prima.

NOTE DI REGIA

“Sono sempre stata attratta dalla figura distinta, dal fascino ipnotico, il viso esangue e il sorriso famelico che svela i canini aguzzi nel momento di mordere sul collo la sua vittima. DRACULA, personaggio che continua ad essere vivo (per modo di dire) nell’immaginario collettivo, come uno dei mostri più affascinanti dell’iconografia dell’orrore.

Ma questa riduzione teatrale sfaterà l’orrore trasformando la storia con ironia e comicità.

I personaggi e le scene rigorosamente in bianco e nero usciranno da un libro che illustrerà i diversi ambienti e tutto il teatro, compresa la platea, dove gli spettatori vivranno questa parodia del Mostro.

Il testo è colmo di citazioni cinematografiche (Frankestein Junior, Per favore non mordermi sul collo, etc.), ma rimanda anche a classiche situazioni comiche e i personaggi escono dai ruoli interpretando le loro caratterizzazioni (Dracula che dorme nella bara e poi nelle fogne, Seward medico che sviene vedendo il sangue, Von Helsing professore pazzo, Lady Westerna con la bombola dell’ossigeno, Harker che cerca di sfuggire alle tre vampiresse, la giornalista svampita, Lucy sensuale e sonnambula).

Il personaggio di Dracula portato alla notorietà dal celebre romanzo di Bram Stoker, non ha mai smesso di interessare ed appassionare lettori e studiosi irresistibilmente attratti dalla suggestione che evoca. E la parodia del mito che propone questa messa in scena ci fa dire, insieme all’ironico Woody Allen di “Provaci ancora Sam“, che Dracula non muore mai e ci prova sempre … anche con gli spettatori …”.

Maria Grazia Bettini

15 nov
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 15 novembre 2019
  • 20:45

Riduzione teatrale da Dracula di Bram Stoker


 
dettagli  

IL VAMPIRO DI BRAM STOKER

Ci vollero sette anni per scrivere Dracula e in questo arco di tempo lo scrittore irlandese, autore di racconti fantastici, sviluppò il suo romanzo più celebre prendendo spunto dalle leggende popolari dei Balcani, da misteriose vicende di cronaca e dalle fonti storiche su Vlad III, del quale gli aveva parlato un suo professore. Un romanzo che fu rielaborato più volte, prima della sua pubblicazione nel 1897, e che vede al centro della narrazione la figura di un aristocratico vampiro della Transilvania che tiene prigioniero Jonathan Harker, un giovane notaio incaricato di occuparsi di questioni burocratiche relative alle sue proprietà londinesi. Altri personaggi del romanzo - che si compone di scambi epistolari tra i protagonisti, pagine di diario e articoli di giornale - sono la fidanzata di Jonathan, Mina, e l’amica che la ospita, Lucy Westerna, che sarà la prima vittima del vampiro. La "malattia" di Lucy richiederà l’intervento del professor Abraham Van Helsing che insieme a John Seward, direttore di un manicomio e all’americano Quincey P. Morris e agli stessi Jonathan e Mina, riuscirà ad annientare il vampiro e ad ucciderlo. Con il suo romanzo Stoker getta le basi di quella che sarà l’iconografia di Dracula nei secoli a venire, anche se alcuni elementi erano stati già introdotto da John W. Polidori con il suo Vampiro, alcuni decenni prima.

NOTE DI REGIA

“Sono sempre stata attratta dalla figura distinta, dal fascino ipnotico, il viso esangue e il sorriso famelico che svela i canini aguzzi nel momento di mordere sul collo la sua vittima. DRACULA, personaggio che continua ad essere vivo (per modo di dire) nell’immaginario collettivo, come uno dei mostri più affascinanti dell’iconografia dell’orrore.

Ma questa riduzione teatrale sfaterà l’orrore trasformando la storia con ironia e comicità.

I personaggi e le scene rigorosamente in bianco e nero usciranno da un libro che illustrerà i diversi ambienti e tutto il teatro, compresa la platea, dove gli spettatori vivranno questa parodia del Mostro.

Il testo è colmo di citazioni cinematografiche (Frankestein Junior, Per favore non mordermi sul collo, etc.), ma rimanda anche a classiche situazioni comiche e i personaggi escono dai ruoli interpretando le loro caratterizzazioni (Dracula che dorme nella bara e poi nelle fogne, Seward medico che sviene vedendo il sangue, Von Helsing professore pazzo, Lady Westerna con la bombola dell’ossigeno, Harker che cerca di sfuggire alle tre vampiresse, la giornalista svampita, Lucy sensuale e sonnambula).

Il personaggio di Dracula portato alla notorietà dal celebre romanzo di Bram Stoker, non ha mai smesso di interessare ed appassionare lettori e studiosi irresistibilmente attratti dalla suggestione che evoca. E la parodia del mito che propone questa messa in scena ci fa dire, insieme all’ironico Woody Allen di “Provaci ancora Sam“, che Dracula non muore mai e ci prova sempre … anche con gli spettatori …”.

Maria Grazia Bettini

16 nov
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 16 novembre 2019
  • 20:45

Riduzione teatrale da Dracula di Bram Stoker


 
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IL VAMPIRO DI BRAM STOKER

Ci vollero sette anni per scrivere Dracula e in questo arco di tempo lo scrittore irlandese, autore di racconti fantastici, sviluppò il suo romanzo più celebre prendendo spunto dalle leggende popolari dei Balcani, da misteriose vicende di cronaca e dalle fonti storiche su Vlad III, del quale gli aveva parlato un suo professore. Un romanzo che fu rielaborato più volte, prima della sua pubblicazione nel 1897, e che vede al centro della narrazione la figura di un aristocratico vampiro della Transilvania che tiene prigioniero Jonathan Harker, un giovane notaio incaricato di occuparsi di questioni burocratiche relative alle sue proprietà londinesi. Altri personaggi del romanzo - che si compone di scambi epistolari tra i protagonisti, pagine di diario e articoli di giornale - sono la fidanzata di Jonathan, Mina, e l’amica che la ospita, Lucy Westerna, che sarà la prima vittima del vampiro. La "malattia" di Lucy richiederà l’intervento del professor Abraham Van Helsing che insieme a John Seward, direttore di un manicomio e all’americano Quincey P. Morris e agli stessi Jonathan e Mina, riuscirà ad annientare il vampiro e ad ucciderlo. Con il suo romanzo Stoker getta le basi di quella che sarà l’iconografia di Dracula nei secoli a venire, anche se alcuni elementi erano stati già introdotto da John W. Polidori con il suo Vampiro, alcuni decenni prima.

NOTE DI REGIA

“Sono sempre stata attratta dalla figura distinta, dal fascino ipnotico, il viso esangue e il sorriso famelico che svela i canini aguzzi nel momento di mordere sul collo la sua vittima. DRACULA, personaggio che continua ad essere vivo (per modo di dire) nell’immaginario collettivo, come uno dei mostri più affascinanti dell’iconografia dell’orrore.

Ma questa riduzione teatrale sfaterà l’orrore trasformando la storia con ironia e comicità.

I personaggi e le scene rigorosamente in bianco e nero usciranno da un libro che illustrerà i diversi ambienti e tutto il teatro, compresa la platea, dove gli spettatori vivranno questa parodia del Mostro.

Il testo è colmo di citazioni cinematografiche (Frankestein Junior, Per favore non mordermi sul collo, etc.), ma rimanda anche a classiche situazioni comiche e i personaggi escono dai ruoli interpretando le loro caratterizzazioni (Dracula che dorme nella bara e poi nelle fogne, Seward medico che sviene vedendo il sangue, Von Helsing professore pazzo, Lady Westerna con la bombola dell’ossigeno, Harker che cerca di sfuggire alle tre vampiresse, la giornalista svampita, Lucy sensuale e sonnambula).

Il personaggio di Dracula portato alla notorietà dal celebre romanzo di Bram Stoker, non ha mai smesso di interessare ed appassionare lettori e studiosi irresistibilmente attratti dalla suggestione che evoca. E la parodia del mito che propone questa messa in scena ci fa dire, insieme all’ironico Woody Allen di “Provaci ancora Sam“, che Dracula non muore mai e ci prova sempre … anche con gli spettatori …”.

Maria Grazia Bettini

17 nov
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 17 novembre 2019
  • 16:00

Riduzione teatrale da Dracula di Bram Stoker


 
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IL VAMPIRO DI BRAM STOKER

Ci vollero sette anni per scrivere Dracula e in questo arco di tempo lo scrittore irlandese, autore di racconti fantastici, sviluppò il suo romanzo più celebre prendendo spunto dalle leggende popolari dei Balcani, da misteriose vicende di cronaca e dalle fonti storiche su Vlad III, del quale gli aveva parlato un suo professore. Un romanzo che fu rielaborato più volte, prima della sua pubblicazione nel 1897, e che vede al centro della narrazione la figura di un aristocratico vampiro della Transilvania che tiene prigioniero Jonathan Harker, un giovane notaio incaricato di occuparsi di questioni burocratiche relative alle sue proprietà londinesi. Altri personaggi del romanzo - che si compone di scambi epistolari tra i protagonisti, pagine di diario e articoli di giornale - sono la fidanzata di Jonathan, Mina, e l’amica che la ospita, Lucy Westerna, che sarà la prima vittima del vampiro. La "malattia" di Lucy richiederà l’intervento del professor Abraham Van Helsing che insieme a John Seward, direttore di un manicomio e all’americano Quincey P. Morris e agli stessi Jonathan e Mina, riuscirà ad annientare il vampiro e ad ucciderlo. Con il suo romanzo Stoker getta le basi di quella che sarà l’iconografia di Dracula nei secoli a venire, anche se alcuni elementi erano stati già introdotto da John W. Polidori con il suo Vampiro, alcuni decenni prima.

NOTE DI REGIA

“Sono sempre stata attratta dalla figura distinta, dal fascino ipnotico, il viso esangue e il sorriso famelico che svela i canini aguzzi nel momento di mordere sul collo la sua vittima. DRACULA, personaggio che continua ad essere vivo (per modo di dire) nell’immaginario collettivo, come uno dei mostri più affascinanti dell’iconografia dell’orrore.

Ma questa riduzione teatrale sfaterà l’orrore trasformando la storia con ironia e comicità.

I personaggi e le scene rigorosamente in bianco e nero usciranno da un libro che illustrerà i diversi ambienti e tutto il teatro, compresa la platea, dove gli spettatori vivranno questa parodia del Mostro.

Il testo è colmo di citazioni cinematografiche (Frankestein Junior, Per favore non mordermi sul collo, etc.), ma rimanda anche a classiche situazioni comiche e i personaggi escono dai ruoli interpretando le loro caratterizzazioni (Dracula che dorme nella bara e poi nelle fogne, Seward medico che sviene vedendo il sangue, Von Helsing professore pazzo, Lady Westerna con la bombola dell’ossigeno, Harker che cerca di sfuggire alle tre vampiresse, la giornalista svampita, Lucy sensuale e sonnambula).

Il personaggio di Dracula portato alla notorietà dal celebre romanzo di Bram Stoker, non ha mai smesso di interessare ed appassionare lettori e studiosi irresistibilmente attratti dalla suggestione che evoca. E la parodia del mito che propone questa messa in scena ci fa dire, insieme all’ironico Woody Allen di “Provaci ancora Sam“, che Dracula non muore mai e ci prova sempre … anche con gli spettatori …”.

Maria Grazia Bettini

22 nov
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 22 novembre 2019
  • 20:45

Riduzione teatrale da Dracula di Bram Stoker


 
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IL VAMPIRO DI BRAM STOKER

Ci vollero sette anni per scrivere Dracula e in questo arco di tempo lo scrittore irlandese, autore di racconti fantastici, sviluppò il suo romanzo più celebre prendendo spunto dalle leggende popolari dei Balcani, da misteriose vicende di cronaca e dalle fonti storiche su Vlad III, del quale gli aveva parlato un suo professore. Un romanzo che fu rielaborato più volte, prima della sua pubblicazione nel 1897, e che vede al centro della narrazione la figura di un aristocratico vampiro della Transilvania che tiene prigioniero Jonathan Harker, un giovane notaio incaricato di occuparsi di questioni burocratiche relative alle sue proprietà londinesi. Altri personaggi del romanzo - che si compone di scambi epistolari tra i protagonisti, pagine di diario e articoli di giornale - sono la fidanzata di Jonathan, Mina, e l’amica che la ospita, Lucy Westerna, che sarà la prima vittima del vampiro. La "malattia" di Lucy richiederà l’intervento del professor Abraham Van Helsing che insieme a John Seward, direttore di un manicomio e all’americano Quincey P. Morris e agli stessi Jonathan e Mina, riuscirà ad annientare il vampiro e ad ucciderlo. Con il suo romanzo Stoker getta le basi di quella che sarà l’iconografia di Dracula nei secoli a venire, anche se alcuni elementi erano stati già introdotto da John W. Polidori con il suo Vampiro, alcuni decenni prima.

NOTE DI REGIA

“Sono sempre stata attratta dalla figura distinta, dal fascino ipnotico, il viso esangue e il sorriso famelico che svela i canini aguzzi nel momento di mordere sul collo la sua vittima. DRACULA, personaggio che continua ad essere vivo (per modo di dire) nell’immaginario collettivo, come uno dei mostri più affascinanti dell’iconografia dell’orrore.

Ma questa riduzione teatrale sfaterà l’orrore trasformando la storia con ironia e comicità.

I personaggi e le scene rigorosamente in bianco e nero usciranno da un libro che illustrerà i diversi ambienti e tutto il teatro, compresa la platea, dove gli spettatori vivranno questa parodia del Mostro.

Il testo è colmo di citazioni cinematografiche (Frankestein Junior, Per favore non mordermi sul collo, etc.), ma rimanda anche a classiche situazioni comiche e i personaggi escono dai ruoli interpretando le loro caratterizzazioni (Dracula che dorme nella bara e poi nelle fogne, Seward medico che sviene vedendo il sangue, Von Helsing professore pazzo, Lady Westerna con la bombola dell’ossigeno, Harker che cerca di sfuggire alle tre vampiresse, la giornalista svampita, Lucy sensuale e sonnambula).

Il personaggio di Dracula portato alla notorietà dal celebre romanzo di Bram Stoker, non ha mai smesso di interessare ed appassionare lettori e studiosi irresistibilmente attratti dalla suggestione che evoca. E la parodia del mito che propone questa messa in scena ci fa dire, insieme all’ironico Woody Allen di “Provaci ancora Sam“, che Dracula non muore mai e ci prova sempre … anche con gli spettatori …”.

Maria Grazia Bettini

23 nov
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 23 novembre 2019
  • 20:45

Riduzione teatrale da Dracula di Bram Stoker


 
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IL VAMPIRO DI BRAM STOKER

Ci vollero sette anni per scrivere Dracula e in questo arco di tempo lo scrittore irlandese, autore di racconti fantastici, sviluppò il suo romanzo più celebre prendendo spunto dalle leggende popolari dei Balcani, da misteriose vicende di cronaca e dalle fonti storiche su Vlad III, del quale gli aveva parlato un suo professore. Un romanzo che fu rielaborato più volte, prima della sua pubblicazione nel 1897, e che vede al centro della narrazione la figura di un aristocratico vampiro della Transilvania che tiene prigioniero Jonathan Harker, un giovane notaio incaricato di occuparsi di questioni burocratiche relative alle sue proprietà londinesi. Altri personaggi del romanzo - che si compone di scambi epistolari tra i protagonisti, pagine di diario e articoli di giornale - sono la fidanzata di Jonathan, Mina, e l’amica che la ospita, Lucy Westerna, che sarà la prima vittima del vampiro. La "malattia" di Lucy richiederà l’intervento del professor Abraham Van Helsing che insieme a John Seward, direttore di un manicomio e all’americano Quincey P. Morris e agli stessi Jonathan e Mina, riuscirà ad annientare il vampiro e ad ucciderlo. Con il suo romanzo Stoker getta le basi di quella che sarà l’iconografia di Dracula nei secoli a venire, anche se alcuni elementi erano stati già introdotto da John W. Polidori con il suo Vampiro, alcuni decenni prima.

NOTE DI REGIA

“Sono sempre stata attratta dalla figura distinta, dal fascino ipnotico, il viso esangue e il sorriso famelico che svela i canini aguzzi nel momento di mordere sul collo la sua vittima. DRACULA, personaggio che continua ad essere vivo (per modo di dire) nell’immaginario collettivo, come uno dei mostri più affascinanti dell’iconografia dell’orrore.

Ma questa riduzione teatrale sfaterà l’orrore trasformando la storia con ironia e comicità.

I personaggi e le scene rigorosamente in bianco e nero usciranno da un libro che illustrerà i diversi ambienti e tutto il teatro, compresa la platea, dove gli spettatori vivranno questa parodia del Mostro.

Il testo è colmo di citazioni cinematografiche (Frankestein Junior, Per favore non mordermi sul collo, etc.), ma rimanda anche a classiche situazioni comiche e i personaggi escono dai ruoli interpretando le loro caratterizzazioni (Dracula che dorme nella bara e poi nelle fogne, Seward medico che sviene vedendo il sangue, Von Helsing professore pazzo, Lady Westerna con la bombola dell’ossigeno, Harker che cerca di sfuggire alle tre vampiresse, la giornalista svampita, Lucy sensuale e sonnambula).

Il personaggio di Dracula portato alla notorietà dal celebre romanzo di Bram Stoker, non ha mai smesso di interessare ed appassionare lettori e studiosi irresistibilmente attratti dalla suggestione che evoca. E la parodia del mito che propone questa messa in scena ci fa dire, insieme all’ironico Woody Allen di “Provaci ancora Sam“, che Dracula non muore mai e ci prova sempre … anche con gli spettatori …”.

Maria Grazia Bettini

24 nov
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 24 novembre 2019
  • 16:00

Riduzione teatrale da Dracula di Bram Stoker


 
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IL VAMPIRO DI BRAM STOKER

Ci vollero sette anni per scrivere Dracula e in questo arco di tempo lo scrittore irlandese, autore di racconti fantastici, sviluppò il suo romanzo più celebre prendendo spunto dalle leggende popolari dei Balcani, da misteriose vicende di cronaca e dalle fonti storiche su Vlad III, del quale gli aveva parlato un suo professore. Un romanzo che fu rielaborato più volte, prima della sua pubblicazione nel 1897, e che vede al centro della narrazione la figura di un aristocratico vampiro della Transilvania che tiene prigioniero Jonathan Harker, un giovane notaio incaricato di occuparsi di questioni burocratiche relative alle sue proprietà londinesi. Altri personaggi del romanzo - che si compone di scambi epistolari tra i protagonisti, pagine di diario e articoli di giornale - sono la fidanzata di Jonathan, Mina, e l’amica che la ospita, Lucy Westerna, che sarà la prima vittima del vampiro. La "malattia" di Lucy richiederà l’intervento del professor Abraham Van Helsing che insieme a John Seward, direttore di un manicomio e all’americano Quincey P. Morris e agli stessi Jonathan e Mina, riuscirà ad annientare il vampiro e ad ucciderlo. Con il suo romanzo Stoker getta le basi di quella che sarà l’iconografia di Dracula nei secoli a venire, anche se alcuni elementi erano stati già introdotto da John W. Polidori con il suo Vampiro, alcuni decenni prima.

NOTE DI REGIA

“Sono sempre stata attratta dalla figura distinta, dal fascino ipnotico, il viso esangue e il sorriso famelico che svela i canini aguzzi nel momento di mordere sul collo la sua vittima. DRACULA, personaggio che continua ad essere vivo (per modo di dire) nell’immaginario collettivo, come uno dei mostri più affascinanti dell’iconografia dell’orrore.

Ma questa riduzione teatrale sfaterà l’orrore trasformando la storia con ironia e comicità.

I personaggi e le scene rigorosamente in bianco e nero usciranno da un libro che illustrerà i diversi ambienti e tutto il teatro, compresa la platea, dove gli spettatori vivranno questa parodia del Mostro.

Il testo è colmo di citazioni cinematografiche (Frankestein Junior, Per favore non mordermi sul collo, etc.), ma rimanda anche a classiche situazioni comiche e i personaggi escono dai ruoli interpretando le loro caratterizzazioni (Dracula che dorme nella bara e poi nelle fogne, Seward medico che sviene vedendo il sangue, Von Helsing professore pazzo, Lady Westerna con la bombola dell’ossigeno, Harker che cerca di sfuggire alle tre vampiresse, la giornalista svampita, Lucy sensuale e sonnambula).

Il personaggio di Dracula portato alla notorietà dal celebre romanzo di Bram Stoker, non ha mai smesso di interessare ed appassionare lettori e studiosi irresistibilmente attratti dalla suggestione che evoca. E la parodia del mito che propone questa messa in scena ci fa dire, insieme all’ironico Woody Allen di “Provaci ancora Sam“, che Dracula non muore mai e ci prova sempre … anche con gli spettatori …”.

Maria Grazia Bettini

6 dic
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 6 dicembre 2019
  • 20:45

di Charles Dickens

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

7 dic
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 7 dicembre 2019
  • 20:45

di Charles Dickens

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

8 dic
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 8 dicembre 2019
  • 16:00

di Charles Dickens

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

13 dic
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 13 dicembre 2019
  • 20:45

di Charles Dickens

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

14 dic
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 14 dicembre 2019
  • 20:45

di Charles Dickens

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

15 dic
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 15 dicembre 2019
  • 16:00

di Charles Dickens

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

20 dic
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 20 dicembre 2019
  • 20:45

di Charles Dickens

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

21 dic
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 21 dicembre 2019
  • 20:45

di Charles Dickens

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

22 dic
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 22 dicembre 2019
  • 16:00

di Charles Dickens

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

31 dic
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • martedì 31 dicembre 2019
  • 20:45

di Charles Dickens

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

3 gen
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 3 gennaio 2020
  • 20:45

di Charles Dickens

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

4 gen
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 4 gennaio 2020
  • 20:45

di Charles Dickens

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

5 gen
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 5 gennaio 2020
  • 16:00

di Charles Dickens

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

6 gen
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • lunedì 6 gennaio 2020
  • 16:00

di Charles Dickens

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

11 gen
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 11 gennaio 2020
  • 20:45

di Stefano Massini

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’autore mette in scena un processo in piena regola con personaggi immaginari imbevuti di verità storica: alla sbarra lo sterminio senza la retorica dell’orrore. Polonia, primavera 1945: è l’ultima notte al lager, la prima dopo la liberazione. Nel padiglione 41, una baracca di legno con una pesante porta in lamiera ondulata, Elga Firsch, attrice di Francoforte deportata a Maidanek, consapevole dell’impossibilità di liberarsi della violenza subita, decide di mettere alla sbarra Dio e la sua imperdonabile lontananza dalle sciagure che hanno colpito il suo popolo. Sul banco dell’imputato il capitano Rudolf Reinhard, aguzzino del campo di sterminio, vittima della sua stessa bramosia di sostituirsi al divino. Come ogni processo anche questo necessita di testimoni e giudici. Ecco Solomon e Mordecai, due saggi che assumono il delicato ruolo di giudici, ma nella sede dell’occasionale tribunale fa il suo ingresso anche il rabbino Nachman Bidermann, presenza indispensabile per controbattere le accuse spietate. Spetta invece a suo figlio, l’irrequieto giovane Adek Bidermann, verbalizzare gli atti dell’aspro e analitico processo che pone continuamente domande destinate a rimanere inevase.

Come dice l’autore: ”la parola chiave di questo testo non è il dolore dell’Olocausto, bensì il non-senso: quella nebbia fitta che avvolge il presente, quella insignificante banalità che muove la storia con il tragico sconcerto di chi ne è vittima. Se l’uomo è un burattino, chi lo muove? E quale logica segue il teatrino del mondo? Sono queste le domande che, come un magma, muovono il testo dal suo interno. Elga Firsch accusa Dio con la voce, in fondo, dell’umanità intera: l’umanità di ogni epoca e bandiera. E vale forse, come esempio, una battuta del rabbino Nachman: "il processo a Dio non lo facciamo noi: non si è mai chiuso. Da cinquemila anni."

12 gen
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 12 gennaio 2020
  • 16:00

di Stefano Massini

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’autore mette in scena un processo in piena regola con personaggi immaginari imbevuti di verità storica: alla sbarra lo sterminio senza la retorica dell’orrore. Polonia, primavera 1945: è l’ultima notte al lager, la prima dopo la liberazione. Nel padiglione 41, una baracca di legno con una pesante porta in lamiera ondulata, Elga Firsch, attrice di Francoforte deportata a Maidanek, consapevole dell’impossibilità di liberarsi della violenza subita, decide di mettere alla sbarra Dio e la sua imperdonabile lontananza dalle sciagure che hanno colpito il suo popolo. Sul banco dell’imputato il capitano Rudolf Reinhard, aguzzino del campo di sterminio, vittima della sua stessa bramosia di sostituirsi al divino. Come ogni processo anche questo necessita di testimoni e giudici. Ecco Solomon e Mordecai, due saggi che assumono il delicato ruolo di giudici, ma nella sede dell’occasionale tribunale fa il suo ingresso anche il rabbino Nachman Bidermann, presenza indispensabile per controbattere le accuse spietate. Spetta invece a suo figlio, l’irrequieto giovane Adek Bidermann, verbalizzare gli atti dell’aspro e analitico processo che pone continuamente domande destinate a rimanere inevase.

Come dice l’autore: ”la parola chiave di questo testo non è il dolore dell’Olocausto, bensì il non-senso: quella nebbia fitta che avvolge il presente, quella insignificante banalità che muove la storia con il tragico sconcerto di chi ne è vittima. Se l’uomo è un burattino, chi lo muove? E quale logica segue il teatrino del mondo? Sono queste le domande che, come un magma, muovono il testo dal suo interno. Elga Firsch accusa Dio con la voce, in fondo, dell’umanità intera: l’umanità di ogni epoca e bandiera. E vale forse, come esempio, una battuta del rabbino Nachman: "il processo a Dio non lo facciamo noi: non si è mai chiuso. Da cinquemila anni."

17 gen
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 17 gennaio 2020
  • 20:45

di Stefano Massini

Regia di Mario Zolin


 
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L’autore mette in scena un processo in piena regola con personaggi immaginari imbevuti di verità storica: alla sbarra lo sterminio senza la retorica dell’orrore. Polonia, primavera 1945: è l’ultima notte al lager, la prima dopo la liberazione. Nel padiglione 41, una baracca di legno con una pesante porta in lamiera ondulata, Elga Firsch, attrice di Francoforte deportata a Maidanek, consapevole dell’impossibilità di liberarsi della violenza subita, decide di mettere alla sbarra Dio e la sua imperdonabile lontananza dalle sciagure che hanno colpito il suo popolo. Sul banco dell’imputato il capitano Rudolf Reinhard, aguzzino del campo di sterminio, vittima della sua stessa bramosia di sostituirsi al divino. Come ogni processo anche questo necessita di testimoni e giudici. Ecco Solomon e Mordecai, due saggi che assumono il delicato ruolo di giudici, ma nella sede dell’occasionale tribunale fa il suo ingresso anche il rabbino Nachman Bidermann, presenza indispensabile per controbattere le accuse spietate. Spetta invece a suo figlio, l’irrequieto giovane Adek Bidermann, verbalizzare gli atti dell’aspro e analitico processo che pone continuamente domande destinate a rimanere inevase.

Come dice l’autore: ”la parola chiave di questo testo non è il dolore dell’Olocausto, bensì il non-senso: quella nebbia fitta che avvolge il presente, quella insignificante banalità che muove la storia con il tragico sconcerto di chi ne è vittima. Se l’uomo è un burattino, chi lo muove? E quale logica segue il teatrino del mondo? Sono queste le domande che, come un magma, muovono il testo dal suo interno. Elga Firsch accusa Dio con la voce, in fondo, dell’umanità intera: l’umanità di ogni epoca e bandiera. E vale forse, come esempio, una battuta del rabbino Nachman: "il processo a Dio non lo facciamo noi: non si è mai chiuso. Da cinquemila anni."

18 gen
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 18 gennaio 2020
  • 20:45

di Stefano Massini

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’autore mette in scena un processo in piena regola con personaggi immaginari imbevuti di verità storica: alla sbarra lo sterminio senza la retorica dell’orrore. Polonia, primavera 1945: è l’ultima notte al lager, la prima dopo la liberazione. Nel padiglione 41, una baracca di legno con una pesante porta in lamiera ondulata, Elga Firsch, attrice di Francoforte deportata a Maidanek, consapevole dell’impossibilità di liberarsi della violenza subita, decide di mettere alla sbarra Dio e la sua imperdonabile lontananza dalle sciagure che hanno colpito il suo popolo. Sul banco dell’imputato il capitano Rudolf Reinhard, aguzzino del campo di sterminio, vittima della sua stessa bramosia di sostituirsi al divino. Come ogni processo anche questo necessita di testimoni e giudici. Ecco Solomon e Mordecai, due saggi che assumono il delicato ruolo di giudici, ma nella sede dell’occasionale tribunale fa il suo ingresso anche il rabbino Nachman Bidermann, presenza indispensabile per controbattere le accuse spietate. Spetta invece a suo figlio, l’irrequieto giovane Adek Bidermann, verbalizzare gli atti dell’aspro e analitico processo che pone continuamente domande destinate a rimanere inevase.

Come dice l’autore: ”la parola chiave di questo testo non è il dolore dell’Olocausto, bensì il non-senso: quella nebbia fitta che avvolge il presente, quella insignificante banalità che muove la storia con il tragico sconcerto di chi ne è vittima. Se l’uomo è un burattino, chi lo muove? E quale logica segue il teatrino del mondo? Sono queste le domande che, come un magma, muovono il testo dal suo interno. Elga Firsch accusa Dio con la voce, in fondo, dell’umanità intera: l’umanità di ogni epoca e bandiera. E vale forse, come esempio, una battuta del rabbino Nachman: "il processo a Dio non lo facciamo noi: non si è mai chiuso. Da cinquemila anni."

19 gen
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 19 gennaio 2020
  • 16:00

di Stefano Massini

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’autore mette in scena un processo in piena regola con personaggi immaginari imbevuti di verità storica: alla sbarra lo sterminio senza la retorica dell’orrore. Polonia, primavera 1945: è l’ultima notte al lager, la prima dopo la liberazione. Nel padiglione 41, una baracca di legno con una pesante porta in lamiera ondulata, Elga Firsch, attrice di Francoforte deportata a Maidanek, consapevole dell’impossibilità di liberarsi della violenza subita, decide di mettere alla sbarra Dio e la sua imperdonabile lontananza dalle sciagure che hanno colpito il suo popolo. Sul banco dell’imputato il capitano Rudolf Reinhard, aguzzino del campo di sterminio, vittima della sua stessa bramosia di sostituirsi al divino. Come ogni processo anche questo necessita di testimoni e giudici. Ecco Solomon e Mordecai, due saggi che assumono il delicato ruolo di giudici, ma nella sede dell’occasionale tribunale fa il suo ingresso anche il rabbino Nachman Bidermann, presenza indispensabile per controbattere le accuse spietate. Spetta invece a suo figlio, l’irrequieto giovane Adek Bidermann, verbalizzare gli atti dell’aspro e analitico processo che pone continuamente domande destinate a rimanere inevase.

Come dice l’autore: ”la parola chiave di questo testo non è il dolore dell’Olocausto, bensì il non-senso: quella nebbia fitta che avvolge il presente, quella insignificante banalità che muove la storia con il tragico sconcerto di chi ne è vittima. Se l’uomo è un burattino, chi lo muove? E quale logica segue il teatrino del mondo? Sono queste le domande che, come un magma, muovono il testo dal suo interno. Elga Firsch accusa Dio con la voce, in fondo, dell’umanità intera: l’umanità di ogni epoca e bandiera. E vale forse, come esempio, una battuta del rabbino Nachman: "il processo a Dio non lo facciamo noi: non si è mai chiuso. Da cinquemila anni."

24 gen
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 24 gennaio 2020
  • 20:45

di Stefano Massini

Regia di Mario Zolin


 
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L’autore mette in scena un processo in piena regola con personaggi immaginari imbevuti di verità storica: alla sbarra lo sterminio senza la retorica dell’orrore. Polonia, primavera 1945: è l’ultima notte al lager, la prima dopo la liberazione. Nel padiglione 41, una baracca di legno con una pesante porta in lamiera ondulata, Elga Firsch, attrice di Francoforte deportata a Maidanek, consapevole dell’impossibilità di liberarsi della violenza subita, decide di mettere alla sbarra Dio e la sua imperdonabile lontananza dalle sciagure che hanno colpito il suo popolo. Sul banco dell’imputato il capitano Rudolf Reinhard, aguzzino del campo di sterminio, vittima della sua stessa bramosia di sostituirsi al divino. Come ogni processo anche questo necessita di testimoni e giudici. Ecco Solomon e Mordecai, due saggi che assumono il delicato ruolo di giudici, ma nella sede dell’occasionale tribunale fa il suo ingresso anche il rabbino Nachman Bidermann, presenza indispensabile per controbattere le accuse spietate. Spetta invece a suo figlio, l’irrequieto giovane Adek Bidermann, verbalizzare gli atti dell’aspro e analitico processo che pone continuamente domande destinate a rimanere inevase.

Come dice l’autore: ”la parola chiave di questo testo non è il dolore dell’Olocausto, bensì il non-senso: quella nebbia fitta che avvolge il presente, quella insignificante banalità che muove la storia con il tragico sconcerto di chi ne è vittima. Se l’uomo è un burattino, chi lo muove? E quale logica segue il teatrino del mondo? Sono queste le domande che, come un magma, muovono il testo dal suo interno. Elga Firsch accusa Dio con la voce, in fondo, dell’umanità intera: l’umanità di ogni epoca e bandiera. E vale forse, come esempio, una battuta del rabbino Nachman: "il processo a Dio non lo facciamo noi: non si è mai chiuso. Da cinquemila anni."

25 gen
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 25 gennaio 2020
  • 20:45

di Stefano Massini

Regia di Mario Zolin


 
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L’autore mette in scena un processo in piena regola con personaggi immaginari imbevuti di verità storica: alla sbarra lo sterminio senza la retorica dell’orrore. Polonia, primavera 1945: è l’ultima notte al lager, la prima dopo la liberazione. Nel padiglione 41, una baracca di legno con una pesante porta in lamiera ondulata, Elga Firsch, attrice di Francoforte deportata a Maidanek, consapevole dell’impossibilità di liberarsi della violenza subita, decide di mettere alla sbarra Dio e la sua imperdonabile lontananza dalle sciagure che hanno colpito il suo popolo. Sul banco dell’imputato il capitano Rudolf Reinhard, aguzzino del campo di sterminio, vittima della sua stessa bramosia di sostituirsi al divino. Come ogni processo anche questo necessita di testimoni e giudici. Ecco Solomon e Mordecai, due saggi che assumono il delicato ruolo di giudici, ma nella sede dell’occasionale tribunale fa il suo ingresso anche il rabbino Nachman Bidermann, presenza indispensabile per controbattere le accuse spietate. Spetta invece a suo figlio, l’irrequieto giovane Adek Bidermann, verbalizzare gli atti dell’aspro e analitico processo che pone continuamente domande destinate a rimanere inevase.

Come dice l’autore: ”la parola chiave di questo testo non è il dolore dell’Olocausto, bensì il non-senso: quella nebbia fitta che avvolge il presente, quella insignificante banalità che muove la storia con il tragico sconcerto di chi ne è vittima. Se l’uomo è un burattino, chi lo muove? E quale logica segue il teatrino del mondo? Sono queste le domande che, come un magma, muovono il testo dal suo interno. Elga Firsch accusa Dio con la voce, in fondo, dell’umanità intera: l’umanità di ogni epoca e bandiera. E vale forse, come esempio, una battuta del rabbino Nachman: "il processo a Dio non lo facciamo noi: non si è mai chiuso. Da cinquemila anni."

26 gen
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 26 gennaio 2020
  • 16:00

di Stefano Massini

Regia di Mario Zolin


 
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L’autore mette in scena un processo in piena regola con personaggi immaginari imbevuti di verità storica: alla sbarra lo sterminio senza la retorica dell’orrore. Polonia, primavera 1945: è l’ultima notte al lager, la prima dopo la liberazione. Nel padiglione 41, una baracca di legno con una pesante porta in lamiera ondulata, Elga Firsch, attrice di Francoforte deportata a Maidanek, consapevole dell’impossibilità di liberarsi della violenza subita, decide di mettere alla sbarra Dio e la sua imperdonabile lontananza dalle sciagure che hanno colpito il suo popolo. Sul banco dell’imputato il capitano Rudolf Reinhard, aguzzino del campo di sterminio, vittima della sua stessa bramosia di sostituirsi al divino. Come ogni processo anche questo necessita di testimoni e giudici. Ecco Solomon e Mordecai, due saggi che assumono il delicato ruolo di giudici, ma nella sede dell’occasionale tribunale fa il suo ingresso anche il rabbino Nachman Bidermann, presenza indispensabile per controbattere le accuse spietate. Spetta invece a suo figlio, l’irrequieto giovane Adek Bidermann, verbalizzare gli atti dell’aspro e analitico processo che pone continuamente domande destinate a rimanere inevase.

Come dice l’autore: ”la parola chiave di questo testo non è il dolore dell’Olocausto, bensì il non-senso: quella nebbia fitta che avvolge il presente, quella insignificante banalità che muove la storia con il tragico sconcerto di chi ne è vittima. Se l’uomo è un burattino, chi lo muove? E quale logica segue il teatrino del mondo? Sono queste le domande che, come un magma, muovono il testo dal suo interno. Elga Firsch accusa Dio con la voce, in fondo, dell’umanità intera: l’umanità di ogni epoca e bandiera. E vale forse, come esempio, una battuta del rabbino Nachman: "il processo a Dio non lo facciamo noi: non si è mai chiuso. Da cinquemila anni."

27 gen
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • lunedì 27 gennaio 2020
  • 20:45

di Stefano Massini

Regia di Mario Zolin

in occasione della ricorrenza GIORNATA DELLA MEMORIA


 
dettagli  

L’autore mette in scena un processo in piena regola con personaggi immaginari imbevuti di verità storica: alla sbarra lo sterminio senza la retorica dell’orrore. Polonia, primavera 1945: è l’ultima notte al lager, la prima dopo la liberazione. Nel padiglione 41, una baracca di legno con una pesante porta in lamiera ondulata, Elga Firsch, attrice di Francoforte deportata a Maidanek, consapevole dell’impossibilità di liberarsi della violenza subita, decide di mettere alla sbarra Dio e la sua imperdonabile lontananza dalle sciagure che hanno colpito il suo popolo. Sul banco dell’imputato il capitano Rudolf Reinhard, aguzzino del campo di sterminio, vittima della sua stessa bramosia di sostituirsi al divino. Come ogni processo anche questo necessita di testimoni e giudici. Ecco Solomon e Mordecai, due saggi che assumono il delicato ruolo di giudici, ma nella sede dell’occasionale tribunale fa il suo ingresso anche il rabbino Nachman Bidermann, presenza indispensabile per controbattere le accuse spietate. Spetta invece a suo figlio, l’irrequieto giovane Adek Bidermann, verbalizzare gli atti dell’aspro e analitico processo che pone continuamente domande destinate a rimanere inevase.

Come dice l’autore: ”la parola chiave di questo testo non è il dolore dell’Olocausto, bensì il non-senso: quella nebbia fitta che avvolge il presente, quella insignificante banalità che muove la storia con il tragico sconcerto di chi ne è vittima. Se l’uomo è un burattino, chi lo muove? E quale logica segue il teatrino del mondo? Sono queste le domande che, come un magma, muovono il testo dal suo interno. Elga Firsch accusa Dio con la voce, in fondo, dell’umanità intera: l’umanità di ogni epoca e bandiera. E vale forse, come esempio, una battuta del rabbino Nachman: "il processo a Dio non lo facciamo noi: non si è mai chiuso. Da cinquemila anni."

3 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • lunedì 3 febbraio 2020
  • 21:00

TRAVESTITA DA UOMO CIRCUMNAVIGÒ IL GLOBO

a cura di Diego Fusari

Serata ad ingresso libero


 
dettagli  
7 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 7 febbraio 2020
  • 20:45

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

8 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 8 febbraio 2020
  • 20:45

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

9 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 9 febbraio 2020
  • 16:00

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

10 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • lunedì 10 febbraio 2020
  • 21:00

LA VIAGGIATRICE DEI DESERTI

a cura di Maria Grazia Bettini

Serata ad ingresso libero


 
dettagli  
14 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 14 febbraio 2020
  • 20:45

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

15 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 15 febbraio 2020
  • 20:45

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

16 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 16 febbraio 2020
  • 16:00

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

17 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • lunedì 17 febbraio 2020
  • 21:00

LA PRIMA DONNA OCCIDENTALE A LHASA

a cura di Andrea Flora

Serata ad ingresso libero


 
dettagli  
21 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 21 febbraio 2020
  • 20:45

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

22 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 22 febbraio 2020
  • 20:45

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

23 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 23 febbraio 2020
  • 16:00

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

24 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • lunedì 24 febbraio 2020
  • 21:00

LA PRIMA PILOTA DI AEREI

a cura di Marco Federici

Serata ad ingresso libero


 
dettagli  
28 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 28 febbraio 2020
  • 20:45

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
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L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

29 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 29 febbraio 2020
  • 20:45

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

1 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 1 marzo 2020
  • 16:00

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

2 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • lunedì 2 marzo 2020
  • 21:00

LA PRIMA DONNA CHE GIRÒ IL MONDO IN BICICLETTA

a cura di Marina Alberini

Serata ad ingresso libero


 
dettagli  
7 mar
  • Teatro di Palazzo d&rsquoArco
  • sabato 7 marzo 2020
  • 20:45

TESTIMONIANZE DI DEPORTATE POLITICHE
tratto da LE VERFÜGBAR AUX ENFERS. UNE OPÉRETTE À RAVENSBRÜCK
di Germaine Tillion

traduzione di Chiara Prezzavento
introduce Frediano Sessi

Serata ad ingresso libero


 
dettagli  
8 mar
  • Teatro di Palazzo d&rsquoArco
  • domenica 8 marzo 2020
  • 16:00

TESTIMONIANZE DI DEPORTATE POLITICHE
tratto da LE VERFÜGBAR AUX ENFERS. UNE OPÉRETTE À RAVENSBRÜCK
di Germaine Tillion

traduzione di Chiara Prezzavento
introduce Frediano Sessi

Serata ad ingresso libero


 
dettagli  
9 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • lunedì 9 marzo 2020
  • 21:00

IL GIRO DEL MONDO IN 72 GIORNI

a cura di Chiara Prezzavento

Serata ad ingresso libero


 
dettagli  
12 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • giovedì 12 marzo 2020
  • 20:45

di Antov Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso. l’autore e la moglie accompagnano gli spettatori all’ascolto di alcuni famosi atti unici, che lui stesso definisce "scherzi" raccontando il loro rapporto reale.


L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di   rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.

Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.


La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

13 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 13 marzo 2020
  • 20:45

di Antov Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso. l’autore e la moglie accompagnano gli spettatori all’ascolto di alcuni famosi atti unici, che lui stesso definisce "scherzi" raccontando il loro rapporto reale.


L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di   rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.

Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.


La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

14 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 14 marzo 2020
  • 20:45

di Antov Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso. l’autore e la moglie accompagnano gli spettatori all’ascolto di alcuni famosi atti unici, che lui stesso definisce "scherzi" raccontando il loro rapporto reale.


L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di   rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.

Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.


La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

15 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 15 marzo 2020
  • 16:00

di Antov Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso. l’autore e la moglie accompagnano gli spettatori all’ascolto di alcuni famosi atti unici, che lui stesso definisce "scherzi" raccontando il loro rapporto reale.


L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di   rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.

Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.


La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

20 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 20 marzo 2020
  • 20:45

di Antov Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso. l’autore e la moglie accompagnano gli spettatori all’ascolto di alcuni famosi atti unici, che lui stesso definisce "scherzi" raccontando il loro rapporto reale.


L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di   rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.

Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.


La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

21 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 21 marzo 2020
  • 20:45

di Antov Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso. l’autore e la moglie accompagnano gli spettatori all’ascolto di alcuni famosi atti unici, che lui stesso definisce "scherzi" raccontando il loro rapporto reale.


L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di   rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.

Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.


La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

22 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 22 marzo 2020
  • 16:00

di Antov Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso. l’autore e la moglie accompagnano gli spettatori all’ascolto di alcuni famosi atti unici, che lui stesso definisce "scherzi" raccontando il loro rapporto reale.


L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di   rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.

Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.


La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

26 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • giovedì 26 marzo 2020
  • 20:45

di Antov Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso. l’autore e la moglie accompagnano gli spettatori all’ascolto di alcuni famosi atti unici, che lui stesso definisce "scherzi" raccontando il loro rapporto reale.


L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di   rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.

Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.


La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

28 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 28 marzo 2020
  • 20:45

di Antov Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso. l’autore e la moglie accompagnano gli spettatori all’ascolto di alcuni famosi atti unici, che lui stesso definisce "scherzi" raccontando il loro rapporto reale.


L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di   rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.

Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.


La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

29 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 29 marzo 2020
  • 16:00

di Antov Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso. l’autore e la moglie accompagnano gli spettatori all’ascolto di alcuni famosi atti unici, che lui stesso definisce "scherzi" raccontando il loro rapporto reale.


L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di   rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.

Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.


La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

3 apr
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 3 aprile 2020
  • 20:45

di Ginette Beauvois-Garcin

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

 Vi spiegherò come mi è venuta l’idea di scrivere: "Il Clan delle Vedove"

di Ginette Beauvais-Garcin

Vi starete dicendo, leggendo queste prime righe: ma chi gliel’ha chiesto! E’ vero, ma siccome mi viene sempre fatta questa domanda, non dovrò far altro che far leggere questo foglio. Jackie Sardou* ed io, ci conosciamo da… Jackie aveva appena sposato Fernand, Michel non era ancora nato, (questo mi permette di dire che praticamente ho conosciuto Michel in stato di fabbricazione …). Dopo, ho lavorato con loro sulla Butte dove la Parigi cantante e frizzante veniva ad ascoltare Femand. Che narratore, che cantante e che bravo attore. Poi le nostre strade si sono separate, ma l’amicizia e l’affetto erano sempre presenti. Siccome la vita non è sempre divertente, Fernand se n’è andato per sempre. Ci siamo rivisti più spesso, mio marito Robert Beauvais è andato a raggiungere Fernand, un altro amico, Michel Audiard, ha fatto lo stesso. Cribri, sua moglie, si è aggiunta a noi. Tutte vedove! Per cercare di tirarci su, organizzavo delle cene a casa mia, e Jackie faceva lo stesso; poi una sera, eravamo tutte a tavola, nove vedove, da cui l’idea del clan. Non avevo mai scritto in vita mia, essendo la moglie di una persona che sapeva allineare le frasi così bene (penso che Beauvais mi tenga sempre per mano). Dunque ho scritto la commedia per Jackie Sardou, perché è un personaggio molto colorito e perché mai nessuno le aveva dato l’opportunità di diventare una star (che è adesso grazie a me, e ne sono fiera). Ma tutto questo non sarebbe mai esistito se Dominique Villard (che, a quanto pare, non tiene troppo ai suoi soldi) non avesse deciso di produrre lei stessa la commedia e di trovarne il titolo. Insomma, ancora una storia di donne! No, un uomo c’è stato, François Guérin, che è stato il primo a leggere la commedia, ha avuto fiducia in me e l’ha messa in scena. Bisogna ammetterlo.

 

NOTE DI REGIA

Il clan delle vedove "Vivere felici la solitudine e’ uno stato di grazia", una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin,andato in scena per la prima volta nel 1991,con protagonista la stessa autrice. Uno spettacolo tutto, o quasi, al femminile (tranne Adolfo Vaini ,Matteo Bertoni e i piccoli Federico e Davide Cantarelli), dove tre ex mogli (Francesca Campogalliani, Loredana Sartorello e Gabriella Pezzoli), vedove e inseparabili amiche, scoprono la doppia vita tenuta ben nascosta dai loro cari estinti: figli illegittimi (Valentina Durantini e Giulia Cavicchini), amanti procaci (Antonella Farina), e voraci, vizi e vizietti in menage paralleli. E alla fine, Marcelle, Jackie e Rose, le tre protagoniste, capiscono che in fondo, essere vedove, non e’ poi del tutto spiacevole. "Una cinica conclusione, ma molto realistica".  "Sola" è bello! Perché oggigiorno è un po’ tramontata la figura della vedova inconsolabile. Adesso le donne, anche se restano senza marito a una certa età, sanno abbastanza cogliere gli ultimi attimi fuggenti, insomma, si consolano eccome. Riprendono gusto alla vita, riescono a fare scelte che prima non potevano realizzare perché non erano loro consentite, si reinventano la quotidianità, magari fanno viaggi, incontrano persone, si distraggono. Ed è proprio questo l’argomento dello spettacolo. Se parliamo della solitudine in generale, allora si può affermare che e’ una grande conquista e non un ripiego. È uno stato di grazia".
Sono rimasta affascinata da questa commedia perché una donna e per di più attrice è riuscita a descrivere meravigliosamente le donne con ironia e senza autocommiserazione o indulgenza. Questo "Clan delle vedove", ad esempio, apparentemente contro gli uomini, in realta mette a nudo tutte le nostre debolezze esaltandole come virtù e facendo amare tutti i personaggi femminili per la loro verità e umanità.
E la regia non ha fatto altro che "riprendere" come in documentario gli aspetti più simpatici,ironici e sdrammatizzanti lasciando massima libertà di espressione ai personaggi femminili e sorridendo dei difetti maschili.

 

C’è allegria nel «Clan delle vedove»

di Walter Cortella

L’Accademia Campogalliani di Mantova approda ancora una volta al L. Rossi per presentare «Il clan delle vedove», una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin, scritta ormai venti anni fa, ma che a dispetto del tempo trascorso conserva ancora la freschezza e il brio di allora. Merito anche della regista Maria Grazia Bettini che ha saputo dare all’azione il giusto ritmo e i tempi della comicità.
La trama della commedia è semplice: un banale e ridicolo incidente domestico provoca la morte del marito di Rose (Francesca Campogalliani) che viene subito circondata dall’affetto di due amiche, anch’esse vedove, i cui mariti avevano a lungo coltivato relazioni extra coniugali. Nasce così un «clan» e le tre donne, dopo il primo comprensibile momento di dolore, decidono di riprendersi la loro vita, della quale i rispettivi mariti le avevano in qualche modo defraudate. Vogliono cambiar vita e con una buona dose di cinismo, capiscono che in fondo la condizione vedovile non è del tutto spiacevole. Si ripetono che è finito il tempo delle vedove inconsolabili, vestite perennemente a lutto e che è giunto il momento di vivere al meglio gli attimi fuggenti che la vita può ancora regalare. Fanno grandi progetti per riscattarsi dalla quotidianità della loro esistenza di mogli fedeli e dedite alle cure domestiche.
Ma nel momento più bello, in cui quei progetti sembrano potersi realizzare, arriva il fulmine a ciel sereno. Dal nulla sbuca Sophie Clouzot (Antonella Farina), una donna giovane e procace, che senza preamboli dichiara di essere stata per anni l’amante del marito di Rose. E come se non bastasse, da quella relazione sono nate due gemelle. Per Rose, da sempre assolutamente certa della fedeltà del marito, questo è un duro colpo. Sophie e le figlie costituiscono, inoltre, un grave pericolo poiché avanzano diritti concreti sull’eredità dell’uomo. Ma come spesso accade in commedie del genere, c’è posto anche per l’amore: Pierre (Matteo Bertoni) il figlio unico di Jackie (Gabriella Pezzoli) si innamora di una delle gemelle. E poiché «buon sangue non mente», anche lui ha un’amante. Insomma, il tradimento la fa proprio da padrone in questa storia. Malgrado gli infruttuosi tentativi di ridare lustro alle loro vite, le tre vedove continuano a consolarsi a vicenda e a fare progetti. La più effervescente è Marcelle (Loredana Sartorello), sempre in cerca di nuove esperienze amorose. Ma la sua delusione è grande quando il suo uomo, Jean Julien (Adolfo Vaini), di ritorno da un viaggio a Casablanca, si ripresenta… vestito da donna. La commedia è molto divertente e ricca di gustose gags sempre garbate e nel finale c’è ancora spazio per un coup de théâtre: la povera Rose, ormai rassegnata ad avere una famiglia allargata, scopre che il ragazzino del palazzo accanto è un altro figlio illegittimo del marito.
Il cast, completamente al femminile, si avvale di tre protagoniste di prim’ordine (nella foto, Campogalliani, Pezzoli e Sartorello), da sempre punti di forza della Compagnia, una delle più valide nel panorama del teatro amatoriale italiano. La loro alta professionalità ha reso più agevole il compito della regista che le ha lasciate libere nell’interpretazione dei singoli personaggi. Molto belli i costumi di Francesca Campogalliani e Diego Fusari, che ha curato anche la scenografia tradizionalmente borghese.

 

4 apr
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 4 aprile 2020
  • 20:45

di Ginette Beauvois-Garcin

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

 Vi spiegherò come mi è venuta l’idea di scrivere: "Il Clan delle Vedove"

di Ginette Beauvais-Garcin

Vi starete dicendo, leggendo queste prime righe: ma chi gliel’ha chiesto! E’ vero, ma siccome mi viene sempre fatta questa domanda, non dovrò far altro che far leggere questo foglio. Jackie Sardou* ed io, ci conosciamo da… Jackie aveva appena sposato Fernand, Michel non era ancora nato, (questo mi permette di dire che praticamente ho conosciuto Michel in stato di fabbricazione …). Dopo, ho lavorato con loro sulla Butte dove la Parigi cantante e frizzante veniva ad ascoltare Femand. Che narratore, che cantante e che bravo attore. Poi le nostre strade si sono separate, ma l’amicizia e l’affetto erano sempre presenti. Siccome la vita non è sempre divertente, Fernand se n’è andato per sempre. Ci siamo rivisti più spesso, mio marito Robert Beauvais è andato a raggiungere Fernand, un altro amico, Michel Audiard, ha fatto lo stesso. Cribri, sua moglie, si è aggiunta a noi. Tutte vedove! Per cercare di tirarci su, organizzavo delle cene a casa mia, e Jackie faceva lo stesso; poi una sera, eravamo tutte a tavola, nove vedove, da cui l’idea del clan. Non avevo mai scritto in vita mia, essendo la moglie di una persona che sapeva allineare le frasi così bene (penso che Beauvais mi tenga sempre per mano). Dunque ho scritto la commedia per Jackie Sardou, perché è un personaggio molto colorito e perché mai nessuno le aveva dato l’opportunità di diventare una star (che è adesso grazie a me, e ne sono fiera). Ma tutto questo non sarebbe mai esistito se Dominique Villard (che, a quanto pare, non tiene troppo ai suoi soldi) non avesse deciso di produrre lei stessa la commedia e di trovarne il titolo. Insomma, ancora una storia di donne! No, un uomo c’è stato, François Guérin, che è stato il primo a leggere la commedia, ha avuto fiducia in me e l’ha messa in scena. Bisogna ammetterlo.

 

NOTE DI REGIA

Il clan delle vedove "Vivere felici la solitudine e’ uno stato di grazia", una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin,andato in scena per la prima volta nel 1991,con protagonista la stessa autrice. Uno spettacolo tutto, o quasi, al femminile (tranne Adolfo Vaini ,Matteo Bertoni e i piccoli Federico e Davide Cantarelli), dove tre ex mogli (Francesca Campogalliani, Loredana Sartorello e Gabriella Pezzoli), vedove e inseparabili amiche, scoprono la doppia vita tenuta ben nascosta dai loro cari estinti: figli illegittimi (Valentina Durantini e Giulia Cavicchini), amanti procaci (Antonella Farina), e voraci, vizi e vizietti in menage paralleli. E alla fine, Marcelle, Jackie e Rose, le tre protagoniste, capiscono che in fondo, essere vedove, non e’ poi del tutto spiacevole. "Una cinica conclusione, ma molto realistica".  "Sola" è bello! Perché oggigiorno è un po’ tramontata la figura della vedova inconsolabile. Adesso le donne, anche se restano senza marito a una certa età, sanno abbastanza cogliere gli ultimi attimi fuggenti, insomma, si consolano eccome. Riprendono gusto alla vita, riescono a fare scelte che prima non potevano realizzare perché non erano loro consentite, si reinventano la quotidianità, magari fanno viaggi, incontrano persone, si distraggono. Ed è proprio questo l’argomento dello spettacolo. Se parliamo della solitudine in generale, allora si può affermare che e’ una grande conquista e non un ripiego. È uno stato di grazia".
Sono rimasta affascinata da questa commedia perché una donna e per di più attrice è riuscita a descrivere meravigliosamente le donne con ironia e senza autocommiserazione o indulgenza. Questo "Clan delle vedove", ad esempio, apparentemente contro gli uomini, in realta mette a nudo tutte le nostre debolezze esaltandole come virtù e facendo amare tutti i personaggi femminili per la loro verità e umanità.
E la regia non ha fatto altro che "riprendere" come in documentario gli aspetti più simpatici,ironici e sdrammatizzanti lasciando massima libertà di espressione ai personaggi femminili e sorridendo dei difetti maschili.

 

C’è allegria nel «Clan delle vedove»

di Walter Cortella

L’Accademia Campogalliani di Mantova approda ancora una volta al L. Rossi per presentare «Il clan delle vedove», una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin, scritta ormai venti anni fa, ma che a dispetto del tempo trascorso conserva ancora la freschezza e il brio di allora. Merito anche della regista Maria Grazia Bettini che ha saputo dare all’azione il giusto ritmo e i tempi della comicità.
La trama della commedia è semplice: un banale e ridicolo incidente domestico provoca la morte del marito di Rose (Francesca Campogalliani) che viene subito circondata dall’affetto di due amiche, anch’esse vedove, i cui mariti avevano a lungo coltivato relazioni extra coniugali. Nasce così un «clan» e le tre donne, dopo il primo comprensibile momento di dolore, decidono di riprendersi la loro vita, della quale i rispettivi mariti le avevano in qualche modo defraudate. Vogliono cambiar vita e con una buona dose di cinismo, capiscono che in fondo la condizione vedovile non è del tutto spiacevole. Si ripetono che è finito il tempo delle vedove inconsolabili, vestite perennemente a lutto e che è giunto il momento di vivere al meglio gli attimi fuggenti che la vita può ancora regalare. Fanno grandi progetti per riscattarsi dalla quotidianità della loro esistenza di mogli fedeli e dedite alle cure domestiche.
Ma nel momento più bello, in cui quei progetti sembrano potersi realizzare, arriva il fulmine a ciel sereno. Dal nulla sbuca Sophie Clouzot (Antonella Farina), una donna giovane e procace, che senza preamboli dichiara di essere stata per anni l’amante del marito di Rose. E come se non bastasse, da quella relazione sono nate due gemelle. Per Rose, da sempre assolutamente certa della fedeltà del marito, questo è un duro colpo. Sophie e le figlie costituiscono, inoltre, un grave pericolo poiché avanzano diritti concreti sull’eredità dell’uomo. Ma come spesso accade in commedie del genere, c’è posto anche per l’amore: Pierre (Matteo Bertoni) il figlio unico di Jackie (Gabriella Pezzoli) si innamora di una delle gemelle. E poiché «buon sangue non mente», anche lui ha un’amante. Insomma, il tradimento la fa proprio da padrone in questa storia. Malgrado gli infruttuosi tentativi di ridare lustro alle loro vite, le tre vedove continuano a consolarsi a vicenda e a fare progetti. La più effervescente è Marcelle (Loredana Sartorello), sempre in cerca di nuove esperienze amorose. Ma la sua delusione è grande quando il suo uomo, Jean Julien (Adolfo Vaini), di ritorno da un viaggio a Casablanca, si ripresenta… vestito da donna. La commedia è molto divertente e ricca di gustose gags sempre garbate e nel finale c’è ancora spazio per un coup de théâtre: la povera Rose, ormai rassegnata ad avere una famiglia allargata, scopre che il ragazzino del palazzo accanto è un altro figlio illegittimo del marito.
Il cast, completamente al femminile, si avvale di tre protagoniste di prim’ordine (nella foto, Campogalliani, Pezzoli e Sartorello), da sempre punti di forza della Compagnia, una delle più valide nel panorama del teatro amatoriale italiano. La loro alta professionalità ha reso più agevole il compito della regista che le ha lasciate libere nell’interpretazione dei singoli personaggi. Molto belli i costumi di Francesca Campogalliani e Diego Fusari, che ha curato anche la scenografia tradizionalmente borghese.

 

5 apr
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 5 aprile 2020
  • 16:00

di Ginette Beauvois-Garcin

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

 Vi spiegherò come mi è venuta l’idea di scrivere: "Il Clan delle Vedove"

di Ginette Beauvais-Garcin

Vi starete dicendo, leggendo queste prime righe: ma chi gliel’ha chiesto! E’ vero, ma siccome mi viene sempre fatta questa domanda, non dovrò far altro che far leggere questo foglio. Jackie Sardou* ed io, ci conosciamo da… Jackie aveva appena sposato Fernand, Michel non era ancora nato, (questo mi permette di dire che praticamente ho conosciuto Michel in stato di fabbricazione …). Dopo, ho lavorato con loro sulla Butte dove la Parigi cantante e frizzante veniva ad ascoltare Femand. Che narratore, che cantante e che bravo attore. Poi le nostre strade si sono separate, ma l’amicizia e l’affetto erano sempre presenti. Siccome la vita non è sempre divertente, Fernand se n’è andato per sempre. Ci siamo rivisti più spesso, mio marito Robert Beauvais è andato a raggiungere Fernand, un altro amico, Michel Audiard, ha fatto lo stesso. Cribri, sua moglie, si è aggiunta a noi. Tutte vedove! Per cercare di tirarci su, organizzavo delle cene a casa mia, e Jackie faceva lo stesso; poi una sera, eravamo tutte a tavola, nove vedove, da cui l’idea del clan. Non avevo mai scritto in vita mia, essendo la moglie di una persona che sapeva allineare le frasi così bene (penso che Beauvais mi tenga sempre per mano). Dunque ho scritto la commedia per Jackie Sardou, perché è un personaggio molto colorito e perché mai nessuno le aveva dato l’opportunità di diventare una star (che è adesso grazie a me, e ne sono fiera). Ma tutto questo non sarebbe mai esistito se Dominique Villard (che, a quanto pare, non tiene troppo ai suoi soldi) non avesse deciso di produrre lei stessa la commedia e di trovarne il titolo. Insomma, ancora una storia di donne! No, un uomo c’è stato, François Guérin, che è stato il primo a leggere la commedia, ha avuto fiducia in me e l’ha messa in scena. Bisogna ammetterlo.

 

NOTE DI REGIA

Il clan delle vedove "Vivere felici la solitudine e’ uno stato di grazia", una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin,andato in scena per la prima volta nel 1991,con protagonista la stessa autrice. Uno spettacolo tutto, o quasi, al femminile (tranne Adolfo Vaini ,Matteo Bertoni e i piccoli Federico e Davide Cantarelli), dove tre ex mogli (Francesca Campogalliani, Loredana Sartorello e Gabriella Pezzoli), vedove e inseparabili amiche, scoprono la doppia vita tenuta ben nascosta dai loro cari estinti: figli illegittimi (Valentina Durantini e Giulia Cavicchini), amanti procaci (Antonella Farina), e voraci, vizi e vizietti in menage paralleli. E alla fine, Marcelle, Jackie e Rose, le tre protagoniste, capiscono che in fondo, essere vedove, non e’ poi del tutto spiacevole. "Una cinica conclusione, ma molto realistica".  "Sola" è bello! Perché oggigiorno è un po’ tramontata la figura della vedova inconsolabile. Adesso le donne, anche se restano senza marito a una certa età, sanno abbastanza cogliere gli ultimi attimi fuggenti, insomma, si consolano eccome. Riprendono gusto alla vita, riescono a fare scelte che prima non potevano realizzare perché non erano loro consentite, si reinventano la quotidianità, magari fanno viaggi, incontrano persone, si distraggono. Ed è proprio questo l’argomento dello spettacolo. Se parliamo della solitudine in generale, allora si può affermare che e’ una grande conquista e non un ripiego. È uno stato di grazia".
Sono rimasta affascinata da questa commedia perché una donna e per di più attrice è riuscita a descrivere meravigliosamente le donne con ironia e senza autocommiserazione o indulgenza. Questo "Clan delle vedove", ad esempio, apparentemente contro gli uomini, in realta mette a nudo tutte le nostre debolezze esaltandole come virtù e facendo amare tutti i personaggi femminili per la loro verità e umanità.
E la regia non ha fatto altro che "riprendere" come in documentario gli aspetti più simpatici,ironici e sdrammatizzanti lasciando massima libertà di espressione ai personaggi femminili e sorridendo dei difetti maschili.

 

C’è allegria nel «Clan delle vedove»

di Walter Cortella

L’Accademia Campogalliani di Mantova approda ancora una volta al L. Rossi per presentare «Il clan delle vedove», una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin, scritta ormai venti anni fa, ma che a dispetto del tempo trascorso conserva ancora la freschezza e il brio di allora. Merito anche della regista Maria Grazia Bettini che ha saputo dare all’azione il giusto ritmo e i tempi della comicità.
La trama della commedia è semplice: un banale e ridicolo incidente domestico provoca la morte del marito di Rose (Francesca Campogalliani) che viene subito circondata dall’affetto di due amiche, anch’esse vedove, i cui mariti avevano a lungo coltivato relazioni extra coniugali. Nasce così un «clan» e le tre donne, dopo il primo comprensibile momento di dolore, decidono di riprendersi la loro vita, della quale i rispettivi mariti le avevano in qualche modo defraudate. Vogliono cambiar vita e con una buona dose di cinismo, capiscono che in fondo la condizione vedovile non è del tutto spiacevole. Si ripetono che è finito il tempo delle vedove inconsolabili, vestite perennemente a lutto e che è giunto il momento di vivere al meglio gli attimi fuggenti che la vita può ancora regalare. Fanno grandi progetti per riscattarsi dalla quotidianità della loro esistenza di mogli fedeli e dedite alle cure domestiche.
Ma nel momento più bello, in cui quei progetti sembrano potersi realizzare, arriva il fulmine a ciel sereno. Dal nulla sbuca Sophie Clouzot (Antonella Farina), una donna giovane e procace, che senza preamboli dichiara di essere stata per anni l’amante del marito di Rose. E come se non bastasse, da quella relazione sono nate due gemelle. Per Rose, da sempre assolutamente certa della fedeltà del marito, questo è un duro colpo. Sophie e le figlie costituiscono, inoltre, un grave pericolo poiché avanzano diritti concreti sull’eredità dell’uomo. Ma come spesso accade in commedie del genere, c’è posto anche per l’amore: Pierre (Matteo Bertoni) il figlio unico di Jackie (Gabriella Pezzoli) si innamora di una delle gemelle. E poiché «buon sangue non mente», anche lui ha un’amante. Insomma, il tradimento la fa proprio da padrone in questa storia. Malgrado gli infruttuosi tentativi di ridare lustro alle loro vite, le tre vedove continuano a consolarsi a vicenda e a fare progetti. La più effervescente è Marcelle (Loredana Sartorello), sempre in cerca di nuove esperienze amorose. Ma la sua delusione è grande quando il suo uomo, Jean Julien (Adolfo Vaini), di ritorno da un viaggio a Casablanca, si ripresenta… vestito da donna. La commedia è molto divertente e ricca di gustose gags sempre garbate e nel finale c’è ancora spazio per un coup de théâtre: la povera Rose, ormai rassegnata ad avere una famiglia allargata, scopre che il ragazzino del palazzo accanto è un altro figlio illegittimo del marito.
Il cast, completamente al femminile, si avvale di tre protagoniste di prim’ordine (nella foto, Campogalliani, Pezzoli e Sartorello), da sempre punti di forza della Compagnia, una delle più valide nel panorama del teatro amatoriale italiano. La loro alta professionalità ha reso più agevole il compito della regista che le ha lasciate libere nell’interpretazione dei singoli personaggi. Molto belli i costumi di Francesca Campogalliani e Diego Fusari, che ha curato anche la scenografia tradizionalmente borghese.

 

17 apr
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 17 aprile 2020
  • 20:45

di Ginette Beauvois-Garcin

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

 Vi spiegherò come mi è venuta l’idea di scrivere: "Il Clan delle Vedove"

di Ginette Beauvais-Garcin

Vi starete dicendo, leggendo queste prime righe: ma chi gliel’ha chiesto! E’ vero, ma siccome mi viene sempre fatta questa domanda, non dovrò far altro che far leggere questo foglio. Jackie Sardou* ed io, ci conosciamo da… Jackie aveva appena sposato Fernand, Michel non era ancora nato, (questo mi permette di dire che praticamente ho conosciuto Michel in stato di fabbricazione …). Dopo, ho lavorato con loro sulla Butte dove la Parigi cantante e frizzante veniva ad ascoltare Femand. Che narratore, che cantante e che bravo attore. Poi le nostre strade si sono separate, ma l’amicizia e l’affetto erano sempre presenti. Siccome la vita non è sempre divertente, Fernand se n’è andato per sempre. Ci siamo rivisti più spesso, mio marito Robert Beauvais è andato a raggiungere Fernand, un altro amico, Michel Audiard, ha fatto lo stesso. Cribri, sua moglie, si è aggiunta a noi. Tutte vedove! Per cercare di tirarci su, organizzavo delle cene a casa mia, e Jackie faceva lo stesso; poi una sera, eravamo tutte a tavola, nove vedove, da cui l’idea del clan. Non avevo mai scritto in vita mia, essendo la moglie di una persona che sapeva allineare le frasi così bene (penso che Beauvais mi tenga sempre per mano). Dunque ho scritto la commedia per Jackie Sardou, perché è un personaggio molto colorito e perché mai nessuno le aveva dato l’opportunità di diventare una star (che è adesso grazie a me, e ne sono fiera). Ma tutto questo non sarebbe mai esistito se Dominique Villard (che, a quanto pare, non tiene troppo ai suoi soldi) non avesse deciso di produrre lei stessa la commedia e di trovarne il titolo. Insomma, ancora una storia di donne! No, un uomo c’è stato, François Guérin, che è stato il primo a leggere la commedia, ha avuto fiducia in me e l’ha messa in scena. Bisogna ammetterlo.

 

NOTE DI REGIA

Il clan delle vedove "Vivere felici la solitudine e’ uno stato di grazia", una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin,andato in scena per la prima volta nel 1991,con protagonista la stessa autrice. Uno spettacolo tutto, o quasi, al femminile (tranne Adolfo Vaini ,Matteo Bertoni e i piccoli Federico e Davide Cantarelli), dove tre ex mogli (Francesca Campogalliani, Loredana Sartorello e Gabriella Pezzoli), vedove e inseparabili amiche, scoprono la doppia vita tenuta ben nascosta dai loro cari estinti: figli illegittimi (Valentina Durantini e Giulia Cavicchini), amanti procaci (Antonella Farina), e voraci, vizi e vizietti in menage paralleli. E alla fine, Marcelle, Jackie e Rose, le tre protagoniste, capiscono che in fondo, essere vedove, non e’ poi del tutto spiacevole. "Una cinica conclusione, ma molto realistica".  "Sola" è bello! Perché oggigiorno è un po’ tramontata la figura della vedova inconsolabile. Adesso le donne, anche se restano senza marito a una certa età, sanno abbastanza cogliere gli ultimi attimi fuggenti, insomma, si consolano eccome. Riprendono gusto alla vita, riescono a fare scelte che prima non potevano realizzare perché non erano loro consentite, si reinventano la quotidianità, magari fanno viaggi, incontrano persone, si distraggono. Ed è proprio questo l’argomento dello spettacolo. Se parliamo della solitudine in generale, allora si può affermare che e’ una grande conquista e non un ripiego. È uno stato di grazia".
Sono rimasta affascinata da questa commedia perché una donna e per di più attrice è riuscita a descrivere meravigliosamente le donne con ironia e senza autocommiserazione o indulgenza. Questo "Clan delle vedove", ad esempio, apparentemente contro gli uomini, in realta mette a nudo tutte le nostre debolezze esaltandole come virtù e facendo amare tutti i personaggi femminili per la loro verità e umanità.
E la regia non ha fatto altro che "riprendere" come in documentario gli aspetti più simpatici,ironici e sdrammatizzanti lasciando massima libertà di espressione ai personaggi femminili e sorridendo dei difetti maschili.

 

C’è allegria nel «Clan delle vedove»

di Walter Cortella

L’Accademia Campogalliani di Mantova approda ancora una volta al L. Rossi per presentare «Il clan delle vedove», una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin, scritta ormai venti anni fa, ma che a dispetto del tempo trascorso conserva ancora la freschezza e il brio di allora. Merito anche della regista Maria Grazia Bettini che ha saputo dare all’azione il giusto ritmo e i tempi della comicità.
La trama della commedia è semplice: un banale e ridicolo incidente domestico provoca la morte del marito di Rose (Francesca Campogalliani) che viene subito circondata dall’affetto di due amiche, anch’esse vedove, i cui mariti avevano a lungo coltivato relazioni extra coniugali. Nasce così un «clan» e le tre donne, dopo il primo comprensibile momento di dolore, decidono di riprendersi la loro vita, della quale i rispettivi mariti le avevano in qualche modo defraudate. Vogliono cambiar vita e con una buona dose di cinismo, capiscono che in fondo la condizione vedovile non è del tutto spiacevole. Si ripetono che è finito il tempo delle vedove inconsolabili, vestite perennemente a lutto e che è giunto il momento di vivere al meglio gli attimi fuggenti che la vita può ancora regalare. Fanno grandi progetti per riscattarsi dalla quotidianità della loro esistenza di mogli fedeli e dedite alle cure domestiche.
Ma nel momento più bello, in cui quei progetti sembrano potersi realizzare, arriva il fulmine a ciel sereno. Dal nulla sbuca Sophie Clouzot (Antonella Farina), una donna giovane e procace, che senza preamboli dichiara di essere stata per anni l’amante del marito di Rose. E come se non bastasse, da quella relazione sono nate due gemelle. Per Rose, da sempre assolutamente certa della fedeltà del marito, questo è un duro colpo. Sophie e le figlie costituiscono, inoltre, un grave pericolo poiché avanzano diritti concreti sull’eredità dell’uomo. Ma come spesso accade in commedie del genere, c’è posto anche per l’amore: Pierre (Matteo Bertoni) il figlio unico di Jackie (Gabriella Pezzoli) si innamora di una delle gemelle. E poiché «buon sangue non mente», anche lui ha un’amante. Insomma, il tradimento la fa proprio da padrone in questa storia. Malgrado gli infruttuosi tentativi di ridare lustro alle loro vite, le tre vedove continuano a consolarsi a vicenda e a fare progetti. La più effervescente è Marcelle (Loredana Sartorello), sempre in cerca di nuove esperienze amorose. Ma la sua delusione è grande quando il suo uomo, Jean Julien (Adolfo Vaini), di ritorno da un viaggio a Casablanca, si ripresenta… vestito da donna. La commedia è molto divertente e ricca di gustose gags sempre garbate e nel finale c’è ancora spazio per un coup de théâtre: la povera Rose, ormai rassegnata ad avere una famiglia allargata, scopre che il ragazzino del palazzo accanto è un altro figlio illegittimo del marito.
Il cast, completamente al femminile, si avvale di tre protagoniste di prim’ordine (nella foto, Campogalliani, Pezzoli e Sartorello), da sempre punti di forza della Compagnia, una delle più valide nel panorama del teatro amatoriale italiano. La loro alta professionalità ha reso più agevole il compito della regista che le ha lasciate libere nell’interpretazione dei singoli personaggi. Molto belli i costumi di Francesca Campogalliani e Diego Fusari, che ha curato anche la scenografia tradizionalmente borghese.

 

18 apr
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 18 aprile 2020
  • 20:45

di Ginette Beauvois-Garcin

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

 Vi spiegherò come mi è venuta l’idea di scrivere: "Il Clan delle Vedove"

di Ginette Beauvais-Garcin

Vi starete dicendo, leggendo queste prime righe: ma chi gliel’ha chiesto! E’ vero, ma siccome mi viene sempre fatta questa domanda, non dovrò far altro che far leggere questo foglio. Jackie Sardou* ed io, ci conosciamo da… Jackie aveva appena sposato Fernand, Michel non era ancora nato, (questo mi permette di dire che praticamente ho conosciuto Michel in stato di fabbricazione …). Dopo, ho lavorato con loro sulla Butte dove la Parigi cantante e frizzante veniva ad ascoltare Femand. Che narratore, che cantante e che bravo attore. Poi le nostre strade si sono separate, ma l’amicizia e l’affetto erano sempre presenti. Siccome la vita non è sempre divertente, Fernand se n’è andato per sempre. Ci siamo rivisti più spesso, mio marito Robert Beauvais è andato a raggiungere Fernand, un altro amico, Michel Audiard, ha fatto lo stesso. Cribri, sua moglie, si è aggiunta a noi. Tutte vedove! Per cercare di tirarci su, organizzavo delle cene a casa mia, e Jackie faceva lo stesso; poi una sera, eravamo tutte a tavola, nove vedove, da cui l’idea del clan. Non avevo mai scritto in vita mia, essendo la moglie di una persona che sapeva allineare le frasi così bene (penso che Beauvais mi tenga sempre per mano). Dunque ho scritto la commedia per Jackie Sardou, perché è un personaggio molto colorito e perché mai nessuno le aveva dato l’opportunità di diventare una star (che è adesso grazie a me, e ne sono fiera). Ma tutto questo non sarebbe mai esistito se Dominique Villard (che, a quanto pare, non tiene troppo ai suoi soldi) non avesse deciso di produrre lei stessa la commedia e di trovarne il titolo. Insomma, ancora una storia di donne! No, un uomo c’è stato, François Guérin, che è stato il primo a leggere la commedia, ha avuto fiducia in me e l’ha messa in scena. Bisogna ammetterlo.

 

NOTE DI REGIA

Il clan delle vedove "Vivere felici la solitudine e’ uno stato di grazia", una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin,andato in scena per la prima volta nel 1991,con protagonista la stessa autrice. Uno spettacolo tutto, o quasi, al femminile (tranne Adolfo Vaini ,Matteo Bertoni e i piccoli Federico e Davide Cantarelli), dove tre ex mogli (Francesca Campogalliani, Loredana Sartorello e Gabriella Pezzoli), vedove e inseparabili amiche, scoprono la doppia vita tenuta ben nascosta dai loro cari estinti: figli illegittimi (Valentina Durantini e Giulia Cavicchini), amanti procaci (Antonella Farina), e voraci, vizi e vizietti in menage paralleli. E alla fine, Marcelle, Jackie e Rose, le tre protagoniste, capiscono che in fondo, essere vedove, non e’ poi del tutto spiacevole. "Una cinica conclusione, ma molto realistica".  "Sola" è bello! Perché oggigiorno è un po’ tramontata la figura della vedova inconsolabile. Adesso le donne, anche se restano senza marito a una certa età, sanno abbastanza cogliere gli ultimi attimi fuggenti, insomma, si consolano eccome. Riprendono gusto alla vita, riescono a fare scelte che prima non potevano realizzare perché non erano loro consentite, si reinventano la quotidianità, magari fanno viaggi, incontrano persone, si distraggono. Ed è proprio questo l’argomento dello spettacolo. Se parliamo della solitudine in generale, allora si può affermare che e’ una grande conquista e non un ripiego. È uno stato di grazia".
Sono rimasta affascinata da questa commedia perché una donna e per di più attrice è riuscita a descrivere meravigliosamente le donne con ironia e senza autocommiserazione o indulgenza. Questo "Clan delle vedove", ad esempio, apparentemente contro gli uomini, in realta mette a nudo tutte le nostre debolezze esaltandole come virtù e facendo amare tutti i personaggi femminili per la loro verità e umanità.
E la regia non ha fatto altro che "riprendere" come in documentario gli aspetti più simpatici,ironici e sdrammatizzanti lasciando massima libertà di espressione ai personaggi femminili e sorridendo dei difetti maschili.

 

C’è allegria nel «Clan delle vedove»

di Walter Cortella

L’Accademia Campogalliani di Mantova approda ancora una volta al L. Rossi per presentare «Il clan delle vedove», una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin, scritta ormai venti anni fa, ma che a dispetto del tempo trascorso conserva ancora la freschezza e il brio di allora. Merito anche della regista Maria Grazia Bettini che ha saputo dare all’azione il giusto ritmo e i tempi della comicità.
La trama della commedia è semplice: un banale e ridicolo incidente domestico provoca la morte del marito di Rose (Francesca Campogalliani) che viene subito circondata dall’affetto di due amiche, anch’esse vedove, i cui mariti avevano a lungo coltivato relazioni extra coniugali. Nasce così un «clan» e le tre donne, dopo il primo comprensibile momento di dolore, decidono di riprendersi la loro vita, della quale i rispettivi mariti le avevano in qualche modo defraudate. Vogliono cambiar vita e con una buona dose di cinismo, capiscono che in fondo la condizione vedovile non è del tutto spiacevole. Si ripetono che è finito il tempo delle vedove inconsolabili, vestite perennemente a lutto e che è giunto il momento di vivere al meglio gli attimi fuggenti che la vita può ancora regalare. Fanno grandi progetti per riscattarsi dalla quotidianità della loro esistenza di mogli fedeli e dedite alle cure domestiche.
Ma nel momento più bello, in cui quei progetti sembrano potersi realizzare, arriva il fulmine a ciel sereno. Dal nulla sbuca Sophie Clouzot (Antonella Farina), una donna giovane e procace, che senza preamboli dichiara di essere stata per anni l’amante del marito di Rose. E come se non bastasse, da quella relazione sono nate due gemelle. Per Rose, da sempre assolutamente certa della fedeltà del marito, questo è un duro colpo. Sophie e le figlie costituiscono, inoltre, un grave pericolo poiché avanzano diritti concreti sull’eredità dell’uomo. Ma come spesso accade in commedie del genere, c’è posto anche per l’amore: Pierre (Matteo Bertoni) il figlio unico di Jackie (Gabriella Pezzoli) si innamora di una delle gemelle. E poiché «buon sangue non mente», anche lui ha un’amante. Insomma, il tradimento la fa proprio da padrone in questa storia. Malgrado gli infruttuosi tentativi di ridare lustro alle loro vite, le tre vedove continuano a consolarsi a vicenda e a fare progetti. La più effervescente è Marcelle (Loredana Sartorello), sempre in cerca di nuove esperienze amorose. Ma la sua delusione è grande quando il suo uomo, Jean Julien (Adolfo Vaini), di ritorno da un viaggio a Casablanca, si ripresenta… vestito da donna. La commedia è molto divertente e ricca di gustose gags sempre garbate e nel finale c’è ancora spazio per un coup de théâtre: la povera Rose, ormai rassegnata ad avere una famiglia allargata, scopre che il ragazzino del palazzo accanto è un altro figlio illegittimo del marito.
Il cast, completamente al femminile, si avvale di tre protagoniste di prim’ordine (nella foto, Campogalliani, Pezzoli e Sartorello), da sempre punti di forza della Compagnia, una delle più valide nel panorama del teatro amatoriale italiano. La loro alta professionalità ha reso più agevole il compito della regista che le ha lasciate libere nell’interpretazione dei singoli personaggi. Molto belli i costumi di Francesca Campogalliani e Diego Fusari, che ha curato anche la scenografia tradizionalmente borghese.

 

19 apr
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 19 aprile 2020
  • 16:00

di Ginette Beauvois-Garcin

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

 Vi spiegherò come mi è venuta l’idea di scrivere: "Il Clan delle Vedove"

di Ginette Beauvais-Garcin

Vi starete dicendo, leggendo queste prime righe: ma chi gliel’ha chiesto! E’ vero, ma siccome mi viene sempre fatta questa domanda, non dovrò far altro che far leggere questo foglio. Jackie Sardou* ed io, ci conosciamo da… Jackie aveva appena sposato Fernand, Michel non era ancora nato, (questo mi permette di dire che praticamente ho conosciuto Michel in stato di fabbricazione …). Dopo, ho lavorato con loro sulla Butte dove la Parigi cantante e frizzante veniva ad ascoltare Femand. Che narratore, che cantante e che bravo attore. Poi le nostre strade si sono separate, ma l’amicizia e l’affetto erano sempre presenti. Siccome la vita non è sempre divertente, Fernand se n’è andato per sempre. Ci siamo rivisti più spesso, mio marito Robert Beauvais è andato a raggiungere Fernand, un altro amico, Michel Audiard, ha fatto lo stesso. Cribri, sua moglie, si è aggiunta a noi. Tutte vedove! Per cercare di tirarci su, organizzavo delle cene a casa mia, e Jackie faceva lo stesso; poi una sera, eravamo tutte a tavola, nove vedove, da cui l’idea del clan. Non avevo mai scritto in vita mia, essendo la moglie di una persona che sapeva allineare le frasi così bene (penso che Beauvais mi tenga sempre per mano). Dunque ho scritto la commedia per Jackie Sardou, perché è un personaggio molto colorito e perché mai nessuno le aveva dato l’opportunità di diventare una star (che è adesso grazie a me, e ne sono fiera). Ma tutto questo non sarebbe mai esistito se Dominique Villard (che, a quanto pare, non tiene troppo ai suoi soldi) non avesse deciso di produrre lei stessa la commedia e di trovarne il titolo. Insomma, ancora una storia di donne! No, un uomo c’è stato, François Guérin, che è stato il primo a leggere la commedia, ha avuto fiducia in me e l’ha messa in scena. Bisogna ammetterlo.

 

NOTE DI REGIA

Il clan delle vedove "Vivere felici la solitudine e’ uno stato di grazia", una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin,andato in scena per la prima volta nel 1991,con protagonista la stessa autrice. Uno spettacolo tutto, o quasi, al femminile (tranne Adolfo Vaini ,Matteo Bertoni e i piccoli Federico e Davide Cantarelli), dove tre ex mogli (Francesca Campogalliani, Loredana Sartorello e Gabriella Pezzoli), vedove e inseparabili amiche, scoprono la doppia vita tenuta ben nascosta dai loro cari estinti: figli illegittimi (Valentina Durantini e Giulia Cavicchini), amanti procaci (Antonella Farina), e voraci, vizi e vizietti in menage paralleli. E alla fine, Marcelle, Jackie e Rose, le tre protagoniste, capiscono che in fondo, essere vedove, non e’ poi del tutto spiacevole. "Una cinica conclusione, ma molto realistica".  "Sola" è bello! Perché oggigiorno è un po’ tramontata la figura della vedova inconsolabile. Adesso le donne, anche se restano senza marito a una certa età, sanno abbastanza cogliere gli ultimi attimi fuggenti, insomma, si consolano eccome. Riprendono gusto alla vita, riescono a fare scelte che prima non potevano realizzare perché non erano loro consentite, si reinventano la quotidianità, magari fanno viaggi, incontrano persone, si distraggono. Ed è proprio questo l’argomento dello spettacolo. Se parliamo della solitudine in generale, allora si può affermare che e’ una grande conquista e non un ripiego. È uno stato di grazia".
Sono rimasta affascinata da questa commedia perché una donna e per di più attrice è riuscita a descrivere meravigliosamente le donne con ironia e senza autocommiserazione o indulgenza. Questo "Clan delle vedove", ad esempio, apparentemente contro gli uomini, in realta mette a nudo tutte le nostre debolezze esaltandole come virtù e facendo amare tutti i personaggi femminili per la loro verità e umanità.
E la regia non ha fatto altro che "riprendere" come in documentario gli aspetti più simpatici,ironici e sdrammatizzanti lasciando massima libertà di espressione ai personaggi femminili e sorridendo dei difetti maschili.

 

C’è allegria nel «Clan delle vedove»

di Walter Cortella

L’Accademia Campogalliani di Mantova approda ancora una volta al L. Rossi per presentare «Il clan delle vedove», una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin, scritta ormai venti anni fa, ma che a dispetto del tempo trascorso conserva ancora la freschezza e il brio di allora. Merito anche della regista Maria Grazia Bettini che ha saputo dare all’azione il giusto ritmo e i tempi della comicità.
La trama della commedia è semplice: un banale e ridicolo incidente domestico provoca la morte del marito di Rose (Francesca Campogalliani) che viene subito circondata dall’affetto di due amiche, anch’esse vedove, i cui mariti avevano a lungo coltivato relazioni extra coniugali. Nasce così un «clan» e le tre donne, dopo il primo comprensibile momento di dolore, decidono di riprendersi la loro vita, della quale i rispettivi mariti le avevano in qualche modo defraudate. Vogliono cambiar vita e con una buona dose di cinismo, capiscono che in fondo la condizione vedovile non è del tutto spiacevole. Si ripetono che è finito il tempo delle vedove inconsolabili, vestite perennemente a lutto e che è giunto il momento di vivere al meglio gli attimi fuggenti che la vita può ancora regalare. Fanno grandi progetti per riscattarsi dalla quotidianità della loro esistenza di mogli fedeli e dedite alle cure domestiche.
Ma nel momento più bello, in cui quei progetti sembrano potersi realizzare, arriva il fulmine a ciel sereno. Dal nulla sbuca Sophie Clouzot (Antonella Farina), una donna giovane e procace, che senza preamboli dichiara di essere stata per anni l’amante del marito di Rose. E come se non bastasse, da quella relazione sono nate due gemelle. Per Rose, da sempre assolutamente certa della fedeltà del marito, questo è un duro colpo. Sophie e le figlie costituiscono, inoltre, un grave pericolo poiché avanzano diritti concreti sull’eredità dell’uomo. Ma come spesso accade in commedie del genere, c’è posto anche per l’amore: Pierre (Matteo Bertoni) il figlio unico di Jackie (Gabriella Pezzoli) si innamora di una delle gemelle. E poiché «buon sangue non mente», anche lui ha un’amante. Insomma, il tradimento la fa proprio da padrone in questa storia. Malgrado gli infruttuosi tentativi di ridare lustro alle loro vite, le tre vedove continuano a consolarsi a vicenda e a fare progetti. La più effervescente è Marcelle (Loredana Sartorello), sempre in cerca di nuove esperienze amorose. Ma la sua delusione è grande quando il suo uomo, Jean Julien (Adolfo Vaini), di ritorno da un viaggio a Casablanca, si ripresenta… vestito da donna. La commedia è molto divertente e ricca di gustose gags sempre garbate e nel finale c’è ancora spazio per un coup de théâtre: la povera Rose, ormai rassegnata ad avere una famiglia allargata, scopre che il ragazzino del palazzo accanto è un altro figlio illegittimo del marito.
Il cast, completamente al femminile, si avvale di tre protagoniste di prim’ordine (nella foto, Campogalliani, Pezzoli e Sartorello), da sempre punti di forza della Compagnia, una delle più valide nel panorama del teatro amatoriale italiano. La loro alta professionalità ha reso più agevole il compito della regista che le ha lasciate libere nell’interpretazione dei singoli personaggi. Molto belli i costumi di Francesca Campogalliani e Diego Fusari, che ha curato anche la scenografia tradizionalmente borghese.

 

24 apr
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 24 aprile 2020
  • 20:45

di Ginette Beauvois-Garcin

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

 Vi spiegherò come mi è venuta l’idea di scrivere: "Il Clan delle Vedove"

di Ginette Beauvais-Garcin

Vi starete dicendo, leggendo queste prime righe: ma chi gliel’ha chiesto! E’ vero, ma siccome mi viene sempre fatta questa domanda, non dovrò far altro che far leggere questo foglio. Jackie Sardou* ed io, ci conosciamo da… Jackie aveva appena sposato Fernand, Michel non era ancora nato, (questo mi permette di dire che praticamente ho conosciuto Michel in stato di fabbricazione …). Dopo, ho lavorato con loro sulla Butte dove la Parigi cantante e frizzante veniva ad ascoltare Femand. Che narratore, che cantante e che bravo attore. Poi le nostre strade si sono separate, ma l’amicizia e l’affetto erano sempre presenti. Siccome la vita non è sempre divertente, Fernand se n’è andato per sempre. Ci siamo rivisti più spesso, mio marito Robert Beauvais è andato a raggiungere Fernand, un altro amico, Michel Audiard, ha fatto lo stesso. Cribri, sua moglie, si è aggiunta a noi. Tutte vedove! Per cercare di tirarci su, organizzavo delle cene a casa mia, e Jackie faceva lo stesso; poi una sera, eravamo tutte a tavola, nove vedove, da cui l’idea del clan. Non avevo mai scritto in vita mia, essendo la moglie di una persona che sapeva allineare le frasi così bene (penso che Beauvais mi tenga sempre per mano). Dunque ho scritto la commedia per Jackie Sardou, perché è un personaggio molto colorito e perché mai nessuno le aveva dato l’opportunità di diventare una star (che è adesso grazie a me, e ne sono fiera). Ma tutto questo non sarebbe mai esistito se Dominique Villard (che, a quanto pare, non tiene troppo ai suoi soldi) non avesse deciso di produrre lei stessa la commedia e di trovarne il titolo. Insomma, ancora una storia di donne! No, un uomo c’è stato, François Guérin, che è stato il primo a leggere la commedia, ha avuto fiducia in me e l’ha messa in scena. Bisogna ammetterlo.

 

NOTE DI REGIA

Il clan delle vedove "Vivere felici la solitudine e’ uno stato di grazia", una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin,andato in scena per la prima volta nel 1991,con protagonista la stessa autrice. Uno spettacolo tutto, o quasi, al femminile (tranne Adolfo Vaini ,Matteo Bertoni e i piccoli Federico e Davide Cantarelli), dove tre ex mogli (Francesca Campogalliani, Loredana Sartorello e Gabriella Pezzoli), vedove e inseparabili amiche, scoprono la doppia vita tenuta ben nascosta dai loro cari estinti: figli illegittimi (Valentina Durantini e Giulia Cavicchini), amanti procaci (Antonella Farina), e voraci, vizi e vizietti in menage paralleli. E alla fine, Marcelle, Jackie e Rose, le tre protagoniste, capiscono che in fondo, essere vedove, non e’ poi del tutto spiacevole. "Una cinica conclusione, ma molto realistica".  "Sola" è bello! Perché oggigiorno è un po’ tramontata la figura della vedova inconsolabile. Adesso le donne, anche se restano senza marito a una certa età, sanno abbastanza cogliere gli ultimi attimi fuggenti, insomma, si consolano eccome. Riprendono gusto alla vita, riescono a fare scelte che prima non potevano realizzare perché non erano loro consentite, si reinventano la quotidianità, magari fanno viaggi, incontrano persone, si distraggono. Ed è proprio questo l’argomento dello spettacolo. Se parliamo della solitudine in generale, allora si può affermare che e’ una grande conquista e non un ripiego. È uno stato di grazia".
Sono rimasta affascinata da questa commedia perché una donna e per di più attrice è riuscita a descrivere meravigliosamente le donne con ironia e senza autocommiserazione o indulgenza. Questo "Clan delle vedove", ad esempio, apparentemente contro gli uomini, in realta mette a nudo tutte le nostre debolezze esaltandole come virtù e facendo amare tutti i personaggi femminili per la loro verità e umanità.
E la regia non ha fatto altro che "riprendere" come in documentario gli aspetti più simpatici,ironici e sdrammatizzanti lasciando massima libertà di espressione ai personaggi femminili e sorridendo dei difetti maschili.

 

C’è allegria nel «Clan delle vedove»

di Walter Cortella

L’Accademia Campogalliani di Mantova approda ancora una volta al L. Rossi per presentare «Il clan delle vedove», una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin, scritta ormai venti anni fa, ma che a dispetto del tempo trascorso conserva ancora la freschezza e il brio di allora. Merito anche della regista Maria Grazia Bettini che ha saputo dare all’azione il giusto ritmo e i tempi della comicità.
La trama della commedia è semplice: un banale e ridicolo incidente domestico provoca la morte del marito di Rose (Francesca Campogalliani) che viene subito circondata dall’affetto di due amiche, anch’esse vedove, i cui mariti avevano a lungo coltivato relazioni extra coniugali. Nasce così un «clan» e le tre donne, dopo il primo comprensibile momento di dolore, decidono di riprendersi la loro vita, della quale i rispettivi mariti le avevano in qualche modo defraudate. Vogliono cambiar vita e con una buona dose di cinismo, capiscono che in fondo la condizione vedovile non è del tutto spiacevole. Si ripetono che è finito il tempo delle vedove inconsolabili, vestite perennemente a lutto e che è giunto il momento di vivere al meglio gli attimi fuggenti che la vita può ancora regalare. Fanno grandi progetti per riscattarsi dalla quotidianità della loro esistenza di mogli fedeli e dedite alle cure domestiche.
Ma nel momento più bello, in cui quei progetti sembrano potersi realizzare, arriva il fulmine a ciel sereno. Dal nulla sbuca Sophie Clouzot (Antonella Farina), una donna giovane e procace, che senza preamboli dichiara di essere stata per anni l’amante del marito di Rose. E come se non bastasse, da quella relazione sono nate due gemelle. Per Rose, da sempre assolutamente certa della fedeltà del marito, questo è un duro colpo. Sophie e le figlie costituiscono, inoltre, un grave pericolo poiché avanzano diritti concreti sull’eredità dell’uomo. Ma come spesso accade in commedie del genere, c’è posto anche per l’amore: Pierre (Matteo Bertoni) il figlio unico di Jackie (Gabriella Pezzoli) si innamora di una delle gemelle. E poiché «buon sangue non mente», anche lui ha un’amante. Insomma, il tradimento la fa proprio da padrone in questa storia. Malgrado gli infruttuosi tentativi di ridare lustro alle loro vite, le tre vedove continuano a consolarsi a vicenda e a fare progetti. La più effervescente è Marcelle (Loredana Sartorello), sempre in cerca di nuove esperienze amorose. Ma la sua delusione è grande quando il suo uomo, Jean Julien (Adolfo Vaini), di ritorno da un viaggio a Casablanca, si ripresenta… vestito da donna. La commedia è molto divertente e ricca di gustose gags sempre garbate e nel finale c’è ancora spazio per un coup de théâtre: la povera Rose, ormai rassegnata ad avere una famiglia allargata, scopre che il ragazzino del palazzo accanto è un altro figlio illegittimo del marito.
Il cast, completamente al femminile, si avvale di tre protagoniste di prim’ordine (nella foto, Campogalliani, Pezzoli e Sartorello), da sempre punti di forza della Compagnia, una delle più valide nel panorama del teatro amatoriale italiano. La loro alta professionalità ha reso più agevole il compito della regista che le ha lasciate libere nell’interpretazione dei singoli personaggi. Molto belli i costumi di Francesca Campogalliani e Diego Fusari, che ha curato anche la scenografia tradizionalmente borghese.

 

25 apr
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 25 aprile 2020
  • 20:45

di Ginette Beauvois-Garcin

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

 Vi spiegherò come mi è venuta l’idea di scrivere: "Il Clan delle Vedove"

di Ginette Beauvais-Garcin

Vi starete dicendo, leggendo queste prime righe: ma chi gliel’ha chiesto! E’ vero, ma siccome mi viene sempre fatta questa domanda, non dovrò far altro che far leggere questo foglio. Jackie Sardou* ed io, ci conosciamo da… Jackie aveva appena sposato Fernand, Michel non era ancora nato, (questo mi permette di dire che praticamente ho conosciuto Michel in stato di fabbricazione …). Dopo, ho lavorato con loro sulla Butte dove la Parigi cantante e frizzante veniva ad ascoltare Femand. Che narratore, che cantante e che bravo attore. Poi le nostre strade si sono separate, ma l’amicizia e l’affetto erano sempre presenti. Siccome la vita non è sempre divertente, Fernand se n’è andato per sempre. Ci siamo rivisti più spesso, mio marito Robert Beauvais è andato a raggiungere Fernand, un altro amico, Michel Audiard, ha fatto lo stesso. Cribri, sua moglie, si è aggiunta a noi. Tutte vedove! Per cercare di tirarci su, organizzavo delle cene a casa mia, e Jackie faceva lo stesso; poi una sera, eravamo tutte a tavola, nove vedove, da cui l’idea del clan. Non avevo mai scritto in vita mia, essendo la moglie di una persona che sapeva allineare le frasi così bene (penso che Beauvais mi tenga sempre per mano). Dunque ho scritto la commedia per Jackie Sardou, perché è un personaggio molto colorito e perché mai nessuno le aveva dato l’opportunità di diventare una star (che è adesso grazie a me, e ne sono fiera). Ma tutto questo non sarebbe mai esistito se Dominique Villard (che, a quanto pare, non tiene troppo ai suoi soldi) non avesse deciso di produrre lei stessa la commedia e di trovarne il titolo. Insomma, ancora una storia di donne! No, un uomo c’è stato, François Guérin, che è stato il primo a leggere la commedia, ha avuto fiducia in me e l’ha messa in scena. Bisogna ammetterlo.

 

NOTE DI REGIA

Il clan delle vedove "Vivere felici la solitudine e’ uno stato di grazia", una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin,andato in scena per la prima volta nel 1991,con protagonista la stessa autrice. Uno spettacolo tutto, o quasi, al femminile (tranne Adolfo Vaini ,Matteo Bertoni e i piccoli Federico e Davide Cantarelli), dove tre ex mogli (Francesca Campogalliani, Loredana Sartorello e Gabriella Pezzoli), vedove e inseparabili amiche, scoprono la doppia vita tenuta ben nascosta dai loro cari estinti: figli illegittimi (Valentina Durantini e Giulia Cavicchini), amanti procaci (Antonella Farina), e voraci, vizi e vizietti in menage paralleli. E alla fine, Marcelle, Jackie e Rose, le tre protagoniste, capiscono che in fondo, essere vedove, non e’ poi del tutto spiacevole. "Una cinica conclusione, ma molto realistica".  "Sola" è bello! Perché oggigiorno è un po’ tramontata la figura della vedova inconsolabile. Adesso le donne, anche se restano senza marito a una certa età, sanno abbastanza cogliere gli ultimi attimi fuggenti, insomma, si consolano eccome. Riprendono gusto alla vita, riescono a fare scelte che prima non potevano realizzare perché non erano loro consentite, si reinventano la quotidianità, magari fanno viaggi, incontrano persone, si distraggono. Ed è proprio questo l’argomento dello spettacolo. Se parliamo della solitudine in generale, allora si può affermare che e’ una grande conquista e non un ripiego. È uno stato di grazia".
Sono rimasta affascinata da questa commedia perché una donna e per di più attrice è riuscita a descrivere meravigliosamente le donne con ironia e senza autocommiserazione o indulgenza. Questo "Clan delle vedove", ad esempio, apparentemente contro gli uomini, in realta mette a nudo tutte le nostre debolezze esaltandole come virtù e facendo amare tutti i personaggi femminili per la loro verità e umanità.
E la regia non ha fatto altro che "riprendere" come in documentario gli aspetti più simpatici,ironici e sdrammatizzanti lasciando massima libertà di espressione ai personaggi femminili e sorridendo dei difetti maschili.

 

C’è allegria nel «Clan delle vedove»

di Walter Cortella

L’Accademia Campogalliani di Mantova approda ancora una volta al L. Rossi per presentare «Il clan delle vedove», una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin, scritta ormai venti anni fa, ma che a dispetto del tempo trascorso conserva ancora la freschezza e il brio di allora. Merito anche della regista Maria Grazia Bettini che ha saputo dare all’azione il giusto ritmo e i tempi della comicità.
La trama della commedia è semplice: un banale e ridicolo incidente domestico provoca la morte del marito di Rose (Francesca Campogalliani) che viene subito circondata dall’affetto di due amiche, anch’esse vedove, i cui mariti avevano a lungo coltivato relazioni extra coniugali. Nasce così un «clan» e le tre donne, dopo il primo comprensibile momento di dolore, decidono di riprendersi la loro vita, della quale i rispettivi mariti le avevano in qualche modo defraudate. Vogliono cambiar vita e con una buona dose di cinismo, capiscono che in fondo la condizione vedovile non è del tutto spiacevole. Si ripetono che è finito il tempo delle vedove inconsolabili, vestite perennemente a lutto e che è giunto il momento di vivere al meglio gli attimi fuggenti che la vita può ancora regalare. Fanno grandi progetti per riscattarsi dalla quotidianità della loro esistenza di mogli fedeli e dedite alle cure domestiche.
Ma nel momento più bello, in cui quei progetti sembrano potersi realizzare, arriva il fulmine a ciel sereno. Dal nulla sbuca Sophie Clouzot (Antonella Farina), una donna giovane e procace, che senza preamboli dichiara di essere stata per anni l’amante del marito di Rose. E come se non bastasse, da quella relazione sono nate due gemelle. Per Rose, da sempre assolutamente certa della fedeltà del marito, questo è un duro colpo. Sophie e le figlie costituiscono, inoltre, un grave pericolo poiché avanzano diritti concreti sull’eredità dell’uomo. Ma come spesso accade in commedie del genere, c’è posto anche per l’amore: Pierre (Matteo Bertoni) il figlio unico di Jackie (Gabriella Pezzoli) si innamora di una delle gemelle. E poiché «buon sangue non mente», anche lui ha un’amante. Insomma, il tradimento la fa proprio da padrone in questa storia. Malgrado gli infruttuosi tentativi di ridare lustro alle loro vite, le tre vedove continuano a consolarsi a vicenda e a fare progetti. La più effervescente è Marcelle (Loredana Sartorello), sempre in cerca di nuove esperienze amorose. Ma la sua delusione è grande quando il suo uomo, Jean Julien (Adolfo Vaini), di ritorno da un viaggio a Casablanca, si ripresenta… vestito da donna. La commedia è molto divertente e ricca di gustose gags sempre garbate e nel finale c’è ancora spazio per un coup de théâtre: la povera Rose, ormai rassegnata ad avere una famiglia allargata, scopre che il ragazzino del palazzo accanto è un altro figlio illegittimo del marito.
Il cast, completamente al femminile, si avvale di tre protagoniste di prim’ordine (nella foto, Campogalliani, Pezzoli e Sartorello), da sempre punti di forza della Compagnia, una delle più valide nel panorama del teatro amatoriale italiano. La loro alta professionalità ha reso più agevole il compito della regista che le ha lasciate libere nell’interpretazione dei singoli personaggi. Molto belli i costumi di Francesca Campogalliani e Diego Fusari, che ha curato anche la scenografia tradizionalmente borghese.

 

26 apr
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 26 aprile 2020
  • 16:00

di Ginette Beauvois-Garcin

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

 Vi spiegherò come mi è venuta l’idea di scrivere: "Il Clan delle Vedove"

di Ginette Beauvais-Garcin

Vi starete dicendo, leggendo queste prime righe: ma chi gliel’ha chiesto! E’ vero, ma siccome mi viene sempre fatta questa domanda, non dovrò far altro che far leggere questo foglio. Jackie Sardou* ed io, ci conosciamo da… Jackie aveva appena sposato Fernand, Michel non era ancora nato, (questo mi permette di dire che praticamente ho conosciuto Michel in stato di fabbricazione …). Dopo, ho lavorato con loro sulla Butte dove la Parigi cantante e frizzante veniva ad ascoltare Femand. Che narratore, che cantante e che bravo attore. Poi le nostre strade si sono separate, ma l’amicizia e l’affetto erano sempre presenti. Siccome la vita non è sempre divertente, Fernand se n’è andato per sempre. Ci siamo rivisti più spesso, mio marito Robert Beauvais è andato a raggiungere Fernand, un altro amico, Michel Audiard, ha fatto lo stesso. Cribri, sua moglie, si è aggiunta a noi. Tutte vedove! Per cercare di tirarci su, organizzavo delle cene a casa mia, e Jackie faceva lo stesso; poi una sera, eravamo tutte a tavola, nove vedove, da cui l’idea del clan. Non avevo mai scritto in vita mia, essendo la moglie di una persona che sapeva allineare le frasi così bene (penso che Beauvais mi tenga sempre per mano). Dunque ho scritto la commedia per Jackie Sardou, perché è un personaggio molto colorito e perché mai nessuno le aveva dato l’opportunità di diventare una star (che è adesso grazie a me, e ne sono fiera). Ma tutto questo non sarebbe mai esistito se Dominique Villard (che, a quanto pare, non tiene troppo ai suoi soldi) non avesse deciso di produrre lei stessa la commedia e di trovarne il titolo. Insomma, ancora una storia di donne! No, un uomo c’è stato, François Guérin, che è stato il primo a leggere la commedia, ha avuto fiducia in me e l’ha messa in scena. Bisogna ammetterlo.

 

NOTE DI REGIA

Il clan delle vedove "Vivere felici la solitudine e’ uno stato di grazia", una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin,andato in scena per la prima volta nel 1991,con protagonista la stessa autrice. Uno spettacolo tutto, o quasi, al femminile (tranne Adolfo Vaini ,Matteo Bertoni e i piccoli Federico e Davide Cantarelli), dove tre ex mogli (Francesca Campogalliani, Loredana Sartorello e Gabriella Pezzoli), vedove e inseparabili amiche, scoprono la doppia vita tenuta ben nascosta dai loro cari estinti: figli illegittimi (Valentina Durantini e Giulia Cavicchini), amanti procaci (Antonella Farina), e voraci, vizi e vizietti in menage paralleli. E alla fine, Marcelle, Jackie e Rose, le tre protagoniste, capiscono che in fondo, essere vedove, non e’ poi del tutto spiacevole. "Una cinica conclusione, ma molto realistica".  "Sola" è bello! Perché oggigiorno è un po’ tramontata la figura della vedova inconsolabile. Adesso le donne, anche se restano senza marito a una certa età, sanno abbastanza cogliere gli ultimi attimi fuggenti, insomma, si consolano eccome. Riprendono gusto alla vita, riescono a fare scelte che prima non potevano realizzare perché non erano loro consentite, si reinventano la quotidianità, magari fanno viaggi, incontrano persone, si distraggono. Ed è proprio questo l’argomento dello spettacolo. Se parliamo della solitudine in generale, allora si può affermare che e’ una grande conquista e non un ripiego. È uno stato di grazia".
Sono rimasta affascinata da questa commedia perché una donna e per di più attrice è riuscita a descrivere meravigliosamente le donne con ironia e senza autocommiserazione o indulgenza. Questo "Clan delle vedove", ad esempio, apparentemente contro gli uomini, in realta mette a nudo tutte le nostre debolezze esaltandole come virtù e facendo amare tutti i personaggi femminili per la loro verità e umanità.
E la regia non ha fatto altro che "riprendere" come in documentario gli aspetti più simpatici,ironici e sdrammatizzanti lasciando massima libertà di espressione ai personaggi femminili e sorridendo dei difetti maschili.

 

C’è allegria nel «Clan delle vedove»

di Walter Cortella

L’Accademia Campogalliani di Mantova approda ancora una volta al L. Rossi per presentare «Il clan delle vedove», una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin, scritta ormai venti anni fa, ma che a dispetto del tempo trascorso conserva ancora la freschezza e il brio di allora. Merito anche della regista Maria Grazia Bettini che ha saputo dare all’azione il giusto ritmo e i tempi della comicità.
La trama della commedia è semplice: un banale e ridicolo incidente domestico provoca la morte del marito di Rose (Francesca Campogalliani) che viene subito circondata dall’affetto di due amiche, anch’esse vedove, i cui mariti avevano a lungo coltivato relazioni extra coniugali. Nasce così un «clan» e le tre donne, dopo il primo comprensibile momento di dolore, decidono di riprendersi la loro vita, della quale i rispettivi mariti le avevano in qualche modo defraudate. Vogliono cambiar vita e con una buona dose di cinismo, capiscono che in fondo la condizione vedovile non è del tutto spiacevole. Si ripetono che è finito il tempo delle vedove inconsolabili, vestite perennemente a lutto e che è giunto il momento di vivere al meglio gli attimi fuggenti che la vita può ancora regalare. Fanno grandi progetti per riscattarsi dalla quotidianità della loro esistenza di mogli fedeli e dedite alle cure domestiche.
Ma nel momento più bello, in cui quei progetti sembrano potersi realizzare, arriva il fulmine a ciel sereno. Dal nulla sbuca Sophie Clouzot (Antonella Farina), una donna giovane e procace, che senza preamboli dichiara di essere stata per anni l’amante del marito di Rose. E come se non bastasse, da quella relazione sono nate due gemelle. Per Rose, da sempre assolutamente certa della fedeltà del marito, questo è un duro colpo. Sophie e le figlie costituiscono, inoltre, un grave pericolo poiché avanzano diritti concreti sull’eredità dell’uomo. Ma come spesso accade in commedie del genere, c’è posto anche per l’amore: Pierre (Matteo Bertoni) il figlio unico di Jackie (Gabriella Pezzoli) si innamora di una delle gemelle. E poiché «buon sangue non mente», anche lui ha un’amante. Insomma, il tradimento la fa proprio da padrone in questa storia. Malgrado gli infruttuosi tentativi di ridare lustro alle loro vite, le tre vedove continuano a consolarsi a vicenda e a fare progetti. La più effervescente è Marcelle (Loredana Sartorello), sempre in cerca di nuove esperienze amorose. Ma la sua delusione è grande quando il suo uomo, Jean Julien (Adolfo Vaini), di ritorno da un viaggio a Casablanca, si ripresenta… vestito da donna. La commedia è molto divertente e ricca di gustose gags sempre garbate e nel finale c’è ancora spazio per un coup de théâtre: la povera Rose, ormai rassegnata ad avere una famiglia allargata, scopre che il ragazzino del palazzo accanto è un altro figlio illegittimo del marito.
Il cast, completamente al femminile, si avvale di tre protagoniste di prim’ordine (nella foto, Campogalliani, Pezzoli e Sartorello), da sempre punti di forza della Compagnia, una delle più valide nel panorama del teatro amatoriale italiano. La loro alta professionalità ha reso più agevole il compito della regista che le ha lasciate libere nell’interpretazione dei singoli personaggi. Molto belli i costumi di Francesca Campogalliani e Diego Fusari, che ha curato anche la scenografia tradizionalmente borghese.