Calendario prossimi spettacoli

31 gen
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 31 gennaio 2020
  • 20:45

di Stefano Massini

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  
NOTE DI REGIA

“Finché ci sarà una sola Majdanek sulla faccia della terra Dio sarà in qualche modo sotto processo”.
Ancora adesso esistono campi di detenzione o concentramento. Si alzano muri per contenere o respingere. La scenografia racconta questo. Le reti di filo spinato chiudono il fuori libero da quanto succede all’interno. Inizialmente l’ambiente buio e freddo sottolinea la cupa drammaticità dell’evento, successivamente la luce scolpisce i passaggi fondamentali e si concentra sui personaggi come a svelarne l’interiorità. La musica sottolinea gli stati d’animo, le emozioni e i sentimenti. Il padiglione 41 è un magazzino. Contiene le povere cose (abiti, foto, lettere, giocattoli) sequestrate agli uomini alle donne e ai bambini ridotti a un numero e ormai senza identità . E contiene anche oggetti di valore sottratti agli internati, trofei da poter vendere. Essi rendono ancora più efferata la vicenda, rappresentando l’ingordigia dell’animo umano che è pronto persino allo sterminio per sete di potere. Tutto questo si è basato su teorie filosofiche e ha cercato sostegno su motivazioni economiche, politiche e religiose per giustificare il fatto di essere nel giusto. E’ l’esaltazione dell’uomo che arriva a sentirsi Dio. Per non dimenticare… ma l’uomo troppo spesso dimentica troppo in fretta.
La regia rende omaggio allo scomparso maestro Aldo Signoretti che con le sue opere sul tema ha costituito fonte di ispirazione.

 

LUBLINO / MAJDANEK

Situato a due chilometri da Lublino, fino al maggio del 1942 è un Lager destinato in parte ai prigionieri di guerra sovietici e in parte ad accogliere polacchi espulsi dai territori destinati a essere colonizzati da insediamenti tedeschi.
A partire dalla metà del 1942, con l’arrivo di migliaia di ebrei da Lublino, dalla Boemia, dalla Slovacchia e dalla Polonia in genere, il Lager, oltre a mantenere la sua prima carattersitica di campo di concentramento e lavoro forzato, diventa centro di sterminio per ebrei mediante il gas e uccisioni all’aperto.
Mentre nei primi tempi i detenuti (in prevalenza uomini) portano la classica divisa zebrata dei Lager tedeschi, con l’arrivo delle famiglie di ebrei (uomini donne e bambini) e l’espansione del sistema dei Lager in tutta Europa, l’abbigliamento degli internati viene recuperato dai magazzini dei beni sequestrati e nel campo si possono vedere detenuti del primo periodo con la divisa a righe e una maggioranza di detenuti vestiti con abiti civili (sempre sporchi e maleodoranti oltre che strappati e rotti).
A Majdanek non viene tatuato il numero di matricola sul braccio (come accade unicamente ai detenuti di Auschwitz), ma il numero di matricola è cucito sui vestiti. Poiché, tuttavia, i trasferimenti di ebrei da Auschwitz sono frequenti e riguardano qualche migliaio di prigionieri è possibile incontrare anche detenuti di Majdanek con il numero di matricola sul braccio.
La più grande esecuzione all’aperto di prigionieri della storia dei Lager avviene a Majdanek. L’operazione «festa del raccolto» del 3 novembre 1943 è il nome in codice dello sterminio degli ebrei ancora in vita a Majdanek. Migliaia di ebrei vennero fucilati senza interruzione dalle 6 alle 17, mentre degli altoparlanti diffondevano le note dei walzer di Johann Strauss.
Si stima che le vittime della giornata raggiunsero le 18.000.
La cifra degli ebrei, uomini donne e bambini che hanno perso la vita a Majdanek oggi è stimata intorno alle 60.000 vittime.

Sessi Frediano

 

L’AUTORE

Laureato all’università di Firenze, Stefano Massini a 24 anni inizia a frequentare l’ambiente teatrale durante il servizio civile collaborando con il “Maggio Musicale “ . Nel 2001 è assistente volontario di Luca Ronconi al Piccolo Teatro di  Milano. Inizia a sperimentare la scrittura scenica e dal 2005 decolla la sua attività di drammaturgo, vincendo all’unanimità il Premio Tonelli per l’opera originale “L’odore assordante del bianco”. Massini ha vinto sette premi della critica tra Francia, Italia, Germania e Spagna e i suoi testi si sono imposti oltre i confini italiani come autentico fenomeno. Prendendo spunto dagli eventi successivi alla crisi economica del 2008 Massini scrive “Lehman Trilogy” tradotta in 15 lingue, rappresentata sui palcoscenici di tutto il mondo e celebrata da Broadway  al West End di Londra. Nel 2015 viene designato , alla scomparsa di Ronconi, nuovo consulente artistico del Piccolo Teatro di Milano. Nell’autunno 2017 esce il secondo romanzo per Mondatori “L’interpretatore dei sogni” da cui è stato tratto uno spettacolo teatrale in scena al Piccolo Teatro scrive inoltre “L’Italia senza Moro” da cui è stata tratta l’omonima trasmissione televisiva di e con Luca Zingaretti.

 

L’OPERA

“Processo a Dio” di Stefano Massini è un processo in piena regola dove la verità storica dell’Olocausto è incarnata e rivissuta da personaggi immaginari.
Polonia, estate del 1944: l’ultima notte nel padiglione 41 del lager dopo la liberazione da parte dei Russi: Elga Firsch attrice di Francoforte deportata a Majdanek; consapevole della ferita impressa indelebilmente  nella sua anima per la disumana violenza subita, decide di processare Dio per la sua imperdonabile lontananza dalla devastazione che ha colpito il suo popolo. I capi d’imputazione, scanditi senza esitazione dalle dimostrazioni di Elga, sono raggruppati in cinque passaggi chiave: gli ebrei sono stati ridotti in schiavitù, sono stati massacrati sistematicamente, sono stati venduti, sono stati illusi e traditi, e infine, seppure creati a immagine e somiglianza di Dio, sono stati privati della loro umanità.
I due saggi Solomon e Mordechai, scampati  all’eccidio, assumono il ruolo delicato di giudici.
Il rabbino Nachman, talvolta imbarazzato, sente il dovere di sostenere le tesi dei testi sacri per garantire la difesa dell’imputato Dio.
Il giovane Adek, figlio del rabbino, irrequieto e desideroso di vendetta, verbalizza gli atti del processo.
Il capitano Reinhard con lunghi silenzi rappresenta il silenzio di Dio.
Il dialogo è fluido e incalzante. La scrittura, efficace ed essenziale, scava nel profondo dei sentimenti.
Nel dramma l’uomo appare come una marionetta: ma fino a che punto è colpevole chi muove i fili?
Come non interrogarsi anche oggi sull’incongruenza nel mondo?

1 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 1 febbraio 2020
  • 20:45

di Stefano Massini

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  
NOTE DI REGIA

“Finché ci sarà una sola Majdanek sulla faccia della terra Dio sarà in qualche modo sotto processo”.
Ancora adesso esistono campi di detenzione o concentramento. Si alzano muri per contenere o respingere. La scenografia racconta questo. Le reti di filo spinato chiudono il fuori libero da quanto succede all’interno. Inizialmente l’ambiente buio e freddo sottolinea la cupa drammaticità dell’evento, successivamente la luce scolpisce i passaggi fondamentali e si concentra sui personaggi come a svelarne l’interiorità. La musica sottolinea gli stati d’animo, le emozioni e i sentimenti. Il padiglione 41 è un magazzino. Contiene le povere cose (abiti, foto, lettere, giocattoli) sequestrate agli uomini alle donne e ai bambini ridotti a un numero e ormai senza identità . E contiene anche oggetti di valore sottratti agli internati, trofei da poter vendere. Essi rendono ancora più efferata la vicenda, rappresentando l’ingordigia dell’animo umano che è pronto persino allo sterminio per sete di potere. Tutto questo si è basato su teorie filosofiche e ha cercato sostegno su motivazioni economiche, politiche e religiose per giustificare il fatto di essere nel giusto. E’ l’esaltazione dell’uomo che arriva a sentirsi Dio. Per non dimenticare… ma l’uomo troppo spesso dimentica troppo in fretta.
La regia rende omaggio allo scomparso maestro Aldo Signoretti che con le sue opere sul tema ha costituito fonte di ispirazione.

 

LUBLINO / MAJDANEK

Situato a due chilometri da Lublino, fino al maggio del 1942 è un Lager destinato in parte ai prigionieri di guerra sovietici e in parte ad accogliere polacchi espulsi dai territori destinati a essere colonizzati da insediamenti tedeschi.
A partire dalla metà del 1942, con l’arrivo di migliaia di ebrei da Lublino, dalla Boemia, dalla Slovacchia e dalla Polonia in genere, il Lager, oltre a mantenere la sua prima carattersitica di campo di concentramento e lavoro forzato, diventa centro di sterminio per ebrei mediante il gas e uccisioni all’aperto.
Mentre nei primi tempi i detenuti (in prevalenza uomini) portano la classica divisa zebrata dei Lager tedeschi, con l’arrivo delle famiglie di ebrei (uomini donne e bambini) e l’espansione del sistema dei Lager in tutta Europa, l’abbigliamento degli internati viene recuperato dai magazzini dei beni sequestrati e nel campo si possono vedere detenuti del primo periodo con la divisa a righe e una maggioranza di detenuti vestiti con abiti civili (sempre sporchi e maleodoranti oltre che strappati e rotti).
A Majdanek non viene tatuato il numero di matricola sul braccio (come accade unicamente ai detenuti di Auschwitz), ma il numero di matricola è cucito sui vestiti. Poiché, tuttavia, i trasferimenti di ebrei da Auschwitz sono frequenti e riguardano qualche migliaio di prigionieri è possibile incontrare anche detenuti di Majdanek con il numero di matricola sul braccio.
La più grande esecuzione all’aperto di prigionieri della storia dei Lager avviene a Majdanek. L’operazione «festa del raccolto» del 3 novembre 1943 è il nome in codice dello sterminio degli ebrei ancora in vita a Majdanek. Migliaia di ebrei vennero fucilati senza interruzione dalle 6 alle 17, mentre degli altoparlanti diffondevano le note dei walzer di Johann Strauss.
Si stima che le vittime della giornata raggiunsero le 18.000.
La cifra degli ebrei, uomini donne e bambini che hanno perso la vita a Majdanek oggi è stimata intorno alle 60.000 vittime.

Sessi Frediano

 

L’AUTORE

Laureato all’università di Firenze, Stefano Massini a 24 anni inizia a frequentare l’ambiente teatrale durante il servizio civile collaborando con il “Maggio Musicale “ . Nel 2001 è assistente volontario di Luca Ronconi al Piccolo Teatro di  Milano. Inizia a sperimentare la scrittura scenica e dal 2005 decolla la sua attività di drammaturgo, vincendo all’unanimità il Premio Tonelli per l’opera originale “L’odore assordante del bianco”. Massini ha vinto sette premi della critica tra Francia, Italia, Germania e Spagna e i suoi testi si sono imposti oltre i confini italiani come autentico fenomeno. Prendendo spunto dagli eventi successivi alla crisi economica del 2008 Massini scrive “Lehman Trilogy” tradotta in 15 lingue, rappresentata sui palcoscenici di tutto il mondo e celebrata da Broadway  al West End di Londra. Nel 2015 viene designato , alla scomparsa di Ronconi, nuovo consulente artistico del Piccolo Teatro di Milano. Nell’autunno 2017 esce il secondo romanzo per Mondatori “L’interpretatore dei sogni” da cui è stato tratto uno spettacolo teatrale in scena al Piccolo Teatro scrive inoltre “L’Italia senza Moro” da cui è stata tratta l’omonima trasmissione televisiva di e con Luca Zingaretti.

 

L’OPERA

“Processo a Dio” di Stefano Massini è un processo in piena regola dove la verità storica dell’Olocausto è incarnata e rivissuta da personaggi immaginari.
Polonia, estate del 1944: l’ultima notte nel padiglione 41 del lager dopo la liberazione da parte dei Russi: Elga Firsch attrice di Francoforte deportata a Majdanek; consapevole della ferita impressa indelebilmente  nella sua anima per la disumana violenza subita, decide di processare Dio per la sua imperdonabile lontananza dalla devastazione che ha colpito il suo popolo. I capi d’imputazione, scanditi senza esitazione dalle dimostrazioni di Elga, sono raggruppati in cinque passaggi chiave: gli ebrei sono stati ridotti in schiavitù, sono stati massacrati sistematicamente, sono stati venduti, sono stati illusi e traditi, e infine, seppure creati a immagine e somiglianza di Dio, sono stati privati della loro umanità.
I due saggi Solomon e Mordechai, scampati  all’eccidio, assumono il ruolo delicato di giudici.
Il rabbino Nachman, talvolta imbarazzato, sente il dovere di sostenere le tesi dei testi sacri per garantire la difesa dell’imputato Dio.
Il giovane Adek, figlio del rabbino, irrequieto e desideroso di vendetta, verbalizza gli atti del processo.
Il capitano Reinhard con lunghi silenzi rappresenta il silenzio di Dio.
Il dialogo è fluido e incalzante. La scrittura, efficace ed essenziale, scava nel profondo dei sentimenti.
Nel dramma l’uomo appare come una marionetta: ma fino a che punto è colpevole chi muove i fili?
Come non interrogarsi anche oggi sull’incongruenza nel mondo?

3 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • lunedì 3 febbraio 2020
  • 21:00

TRAVESTITA DA UOMO CIRCUMNAVIGÒ IL GLOBO

a cura di Diego Fusari

Serata ad ingresso libero


 
dettagli  
7 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 7 febbraio 2020
  • 20:45

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

8 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 8 febbraio 2020
  • 20:45

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
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L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

9 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 9 febbraio 2020
  • 16:00

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

10 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • lunedì 10 febbraio 2020
  • 21:00

LA VIAGGIATRICE DEI DESERTI

a cura di Maria Grazia Bettini

Serata ad ingresso libero


 
dettagli  
14 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 14 febbraio 2020
  • 20:45

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

15 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 15 febbraio 2020
  • 20:45

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

16 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 16 febbraio 2020
  • 16:00

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

17 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • lunedì 17 febbraio 2020
  • 21:00

LA PRIMA DONNA OCCIDENTALE A LHASA

a cura di Andrea Flora

Serata ad ingresso libero


 
dettagli  
21 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 21 febbraio 2020
  • 20:45

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

22 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 22 febbraio 2020
  • 20:45

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

23 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 23 febbraio 2020
  • 16:00

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

24 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • lunedì 24 febbraio 2020
  • 21:00

LA PRIMA PILOTA DI AEREI

a cura di Marco Federici

Serata ad ingresso libero


 
dettagli  
28 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 28 febbraio 2020
  • 20:45

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

29 feb
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 29 febbraio 2020
  • 20:45

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

1 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 1 marzo 2020
  • 16:00

di Molière

Regia di Mario Zolin


 
dettagli  

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

2 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • lunedì 2 marzo 2020
  • 21:00

LA PRIMA DONNA CHE GIRÒ IL MONDO IN BICICLETTA

a cura di Marina Alberini

Serata ad ingresso libero


 
dettagli  
7 mar
  • Teatro di Palazzo d&rsquoArco
  • sabato 7 marzo 2020
  • 20:45

TESTIMONIANZE DI DEPORTATE POLITICHE
tratto da LE VERFÜGBAR AUX ENFERS. UNE OPÉRETTE À RAVENSBRÜCK
di Germaine Tillion

traduzione di Chiara Prezzavento
introduce Frediano Sessi

Serata ad ingresso libero


 
dettagli  
8 mar
  • Teatro di Palazzo d&rsquoArco
  • domenica 8 marzo 2020
  • 16:00

TESTIMONIANZE DI DEPORTATE POLITICHE
tratto da LE VERFÜGBAR AUX ENFERS. UNE OPÉRETTE À RAVENSBRÜCK
di Germaine Tillion

traduzione di Chiara Prezzavento
introduce Frediano Sessi

Serata ad ingresso libero


 
dettagli  
9 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • lunedì 9 marzo 2020
  • 21:00

IL GIRO DEL MONDO IN 72 GIORNI

a cura di Chiara Prezzavento

Serata ad ingresso libero


 
dettagli  
12 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • giovedì 12 marzo 2020
  • 20:45

di Antov Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso. l’autore e la moglie accompagnano gli spettatori all’ascolto di alcuni famosi atti unici, che lui stesso definisce "scherzi" raccontando il loro rapporto reale.


L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di   rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.

Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.


La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

13 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 13 marzo 2020
  • 20:45

di Antov Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso. l’autore e la moglie accompagnano gli spettatori all’ascolto di alcuni famosi atti unici, che lui stesso definisce "scherzi" raccontando il loro rapporto reale.


L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di   rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.

Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.


La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

14 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 14 marzo 2020
  • 20:45

di Antov Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso. l’autore e la moglie accompagnano gli spettatori all’ascolto di alcuni famosi atti unici, che lui stesso definisce "scherzi" raccontando il loro rapporto reale.


L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di   rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.

Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.


La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

15 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 15 marzo 2020
  • 16:00

di Antov Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso. l’autore e la moglie accompagnano gli spettatori all’ascolto di alcuni famosi atti unici, che lui stesso definisce "scherzi" raccontando il loro rapporto reale.


L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di   rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.

Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.


La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

20 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 20 marzo 2020
  • 20:45

di Antov Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso. l’autore e la moglie accompagnano gli spettatori all’ascolto di alcuni famosi atti unici, che lui stesso definisce "scherzi" raccontando il loro rapporto reale.


L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di   rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.

Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.


La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

21 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 21 marzo 2020
  • 20:45

di Antov Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso. l’autore e la moglie accompagnano gli spettatori all’ascolto di alcuni famosi atti unici, che lui stesso definisce "scherzi" raccontando il loro rapporto reale.


L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di   rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.

Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.


La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

22 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 22 marzo 2020
  • 16:00

di Antov Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso. l’autore e la moglie accompagnano gli spettatori all’ascolto di alcuni famosi atti unici, che lui stesso definisce "scherzi" raccontando il loro rapporto reale.


L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di   rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.

Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.


La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

26 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • giovedì 26 marzo 2020
  • 20:45

di Antov Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso. l’autore e la moglie accompagnano gli spettatori all’ascolto di alcuni famosi atti unici, che lui stesso definisce "scherzi" raccontando il loro rapporto reale.


L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di   rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.

Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.


La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

28 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 28 marzo 2020
  • 20:45

di Antov Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso. l’autore e la moglie accompagnano gli spettatori all’ascolto di alcuni famosi atti unici, che lui stesso definisce "scherzi" raccontando il loro rapporto reale.


L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di   rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.

Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.


La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

29 mar
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 29 marzo 2020
  • 16:00

di Antov Cechov

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

Gli “scherzi” o “vaudeville”, come li chiama Cechov, ruotano attorno a piccoli fatti che servono da pretesti per mettere in funzione un meccanismo e svilupparlo in un crescendo vorticoso. l’autore e la moglie accompagnano gli spettatori all’ascolto di alcuni famosi atti unici, che lui stesso definisce "scherzi" raccontando il loro rapporto reale.


L’orso propone l’eterno tema dell’amore immediato e incoercibile. Una vedova, desiderosa di   rimanere per sempre lontana dal mondo, riceve la visita di un creditore del defunto marito e, dopo una lite furiosa, nasce un amore passionale e repentino.

Una domanda di matrimonio è l’occasione per assistere al ruvido approccio di due inaciditi rampolli di buona famiglia, fra ruggini antiche, battibecchi, riappacificazioni e comici squarci di futura vita matrimoniale.


La notte prima del processo si svolge in una stazione di posta, dove una giovane donna tradisce l’anziano marito con un giocatore d’azzardo che il giorno dopo subirà un processo.

3 apr
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 3 aprile 2020
  • 20:45

di Ginette Beauvois-Garcin

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

 Vi spiegherò come mi è venuta l’idea di scrivere: "Il Clan delle Vedove"

di Ginette Beauvais-Garcin

Vi starete dicendo, leggendo queste prime righe: ma chi gliel’ha chiesto! E’ vero, ma siccome mi viene sempre fatta questa domanda, non dovrò far altro che far leggere questo foglio. Jackie Sardou* ed io, ci conosciamo da… Jackie aveva appena sposato Fernand, Michel non era ancora nato, (questo mi permette di dire che praticamente ho conosciuto Michel in stato di fabbricazione …). Dopo, ho lavorato con loro sulla Butte dove la Parigi cantante e frizzante veniva ad ascoltare Femand. Che narratore, che cantante e che bravo attore. Poi le nostre strade si sono separate, ma l’amicizia e l’affetto erano sempre presenti. Siccome la vita non è sempre divertente, Fernand se n’è andato per sempre. Ci siamo rivisti più spesso, mio marito Robert Beauvais è andato a raggiungere Fernand, un altro amico, Michel Audiard, ha fatto lo stesso. Cribri, sua moglie, si è aggiunta a noi. Tutte vedove! Per cercare di tirarci su, organizzavo delle cene a casa mia, e Jackie faceva lo stesso; poi una sera, eravamo tutte a tavola, nove vedove, da cui l’idea del clan. Non avevo mai scritto in vita mia, essendo la moglie di una persona che sapeva allineare le frasi così bene (penso che Beauvais mi tenga sempre per mano). Dunque ho scritto la commedia per Jackie Sardou, perché è un personaggio molto colorito e perché mai nessuno le aveva dato l’opportunità di diventare una star (che è adesso grazie a me, e ne sono fiera). Ma tutto questo non sarebbe mai esistito se Dominique Villard (che, a quanto pare, non tiene troppo ai suoi soldi) non avesse deciso di produrre lei stessa la commedia e di trovarne il titolo. Insomma, ancora una storia di donne! No, un uomo c’è stato, François Guérin, che è stato il primo a leggere la commedia, ha avuto fiducia in me e l’ha messa in scena. Bisogna ammetterlo.

 

NOTE DI REGIA

Il clan delle vedove "Vivere felici la solitudine e’ uno stato di grazia", una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin,andato in scena per la prima volta nel 1991,con protagonista la stessa autrice. Uno spettacolo tutto, o quasi, al femminile (tranne Adolfo Vaini ,Matteo Bertoni e i piccoli Federico e Davide Cantarelli), dove tre ex mogli (Francesca Campogalliani, Loredana Sartorello e Gabriella Pezzoli), vedove e inseparabili amiche, scoprono la doppia vita tenuta ben nascosta dai loro cari estinti: figli illegittimi (Valentina Durantini e Giulia Cavicchini), amanti procaci (Antonella Farina), e voraci, vizi e vizietti in menage paralleli. E alla fine, Marcelle, Jackie e Rose, le tre protagoniste, capiscono che in fondo, essere vedove, non e’ poi del tutto spiacevole. "Una cinica conclusione, ma molto realistica".  "Sola" è bello! Perché oggigiorno è un po’ tramontata la figura della vedova inconsolabile. Adesso le donne, anche se restano senza marito a una certa età, sanno abbastanza cogliere gli ultimi attimi fuggenti, insomma, si consolano eccome. Riprendono gusto alla vita, riescono a fare scelte che prima non potevano realizzare perché non erano loro consentite, si reinventano la quotidianità, magari fanno viaggi, incontrano persone, si distraggono. Ed è proprio questo l’argomento dello spettacolo. Se parliamo della solitudine in generale, allora si può affermare che e’ una grande conquista e non un ripiego. È uno stato di grazia".
Sono rimasta affascinata da questa commedia perché una donna e per di più attrice è riuscita a descrivere meravigliosamente le donne con ironia e senza autocommiserazione o indulgenza. Questo "Clan delle vedove", ad esempio, apparentemente contro gli uomini, in realta mette a nudo tutte le nostre debolezze esaltandole come virtù e facendo amare tutti i personaggi femminili per la loro verità e umanità.
E la regia non ha fatto altro che "riprendere" come in documentario gli aspetti più simpatici,ironici e sdrammatizzanti lasciando massima libertà di espressione ai personaggi femminili e sorridendo dei difetti maschili.

 

C’è allegria nel «Clan delle vedove»

di Walter Cortella

L’Accademia Campogalliani di Mantova approda ancora una volta al L. Rossi per presentare «Il clan delle vedove», una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin, scritta ormai venti anni fa, ma che a dispetto del tempo trascorso conserva ancora la freschezza e il brio di allora. Merito anche della regista Maria Grazia Bettini che ha saputo dare all’azione il giusto ritmo e i tempi della comicità.
La trama della commedia è semplice: un banale e ridicolo incidente domestico provoca la morte del marito di Rose (Francesca Campogalliani) che viene subito circondata dall’affetto di due amiche, anch’esse vedove, i cui mariti avevano a lungo coltivato relazioni extra coniugali. Nasce così un «clan» e le tre donne, dopo il primo comprensibile momento di dolore, decidono di riprendersi la loro vita, della quale i rispettivi mariti le avevano in qualche modo defraudate. Vogliono cambiar vita e con una buona dose di cinismo, capiscono che in fondo la condizione vedovile non è del tutto spiacevole. Si ripetono che è finito il tempo delle vedove inconsolabili, vestite perennemente a lutto e che è giunto il momento di vivere al meglio gli attimi fuggenti che la vita può ancora regalare. Fanno grandi progetti per riscattarsi dalla quotidianità della loro esistenza di mogli fedeli e dedite alle cure domestiche.
Ma nel momento più bello, in cui quei progetti sembrano potersi realizzare, arriva il fulmine a ciel sereno. Dal nulla sbuca Sophie Clouzot (Antonella Farina), una donna giovane e procace, che senza preamboli dichiara di essere stata per anni l’amante del marito di Rose. E come se non bastasse, da quella relazione sono nate due gemelle. Per Rose, da sempre assolutamente certa della fedeltà del marito, questo è un duro colpo. Sophie e le figlie costituiscono, inoltre, un grave pericolo poiché avanzano diritti concreti sull’eredità dell’uomo. Ma come spesso accade in commedie del genere, c’è posto anche per l’amore: Pierre (Matteo Bertoni) il figlio unico di Jackie (Gabriella Pezzoli) si innamora di una delle gemelle. E poiché «buon sangue non mente», anche lui ha un’amante. Insomma, il tradimento la fa proprio da padrone in questa storia. Malgrado gli infruttuosi tentativi di ridare lustro alle loro vite, le tre vedove continuano a consolarsi a vicenda e a fare progetti. La più effervescente è Marcelle (Loredana Sartorello), sempre in cerca di nuove esperienze amorose. Ma la sua delusione è grande quando il suo uomo, Jean Julien (Adolfo Vaini), di ritorno da un viaggio a Casablanca, si ripresenta… vestito da donna. La commedia è molto divertente e ricca di gustose gags sempre garbate e nel finale c’è ancora spazio per un coup de théâtre: la povera Rose, ormai rassegnata ad avere una famiglia allargata, scopre che il ragazzino del palazzo accanto è un altro figlio illegittimo del marito.
Il cast, completamente al femminile, si avvale di tre protagoniste di prim’ordine (nella foto, Campogalliani, Pezzoli e Sartorello), da sempre punti di forza della Compagnia, una delle più valide nel panorama del teatro amatoriale italiano. La loro alta professionalità ha reso più agevole il compito della regista che le ha lasciate libere nell’interpretazione dei singoli personaggi. Molto belli i costumi di Francesca Campogalliani e Diego Fusari, che ha curato anche la scenografia tradizionalmente borghese.

 

4 apr
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 4 aprile 2020
  • 20:45

di Ginette Beauvois-Garcin

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

 Vi spiegherò come mi è venuta l’idea di scrivere: "Il Clan delle Vedove"

di Ginette Beauvais-Garcin

Vi starete dicendo, leggendo queste prime righe: ma chi gliel’ha chiesto! E’ vero, ma siccome mi viene sempre fatta questa domanda, non dovrò far altro che far leggere questo foglio. Jackie Sardou* ed io, ci conosciamo da… Jackie aveva appena sposato Fernand, Michel non era ancora nato, (questo mi permette di dire che praticamente ho conosciuto Michel in stato di fabbricazione …). Dopo, ho lavorato con loro sulla Butte dove la Parigi cantante e frizzante veniva ad ascoltare Femand. Che narratore, che cantante e che bravo attore. Poi le nostre strade si sono separate, ma l’amicizia e l’affetto erano sempre presenti. Siccome la vita non è sempre divertente, Fernand se n’è andato per sempre. Ci siamo rivisti più spesso, mio marito Robert Beauvais è andato a raggiungere Fernand, un altro amico, Michel Audiard, ha fatto lo stesso. Cribri, sua moglie, si è aggiunta a noi. Tutte vedove! Per cercare di tirarci su, organizzavo delle cene a casa mia, e Jackie faceva lo stesso; poi una sera, eravamo tutte a tavola, nove vedove, da cui l’idea del clan. Non avevo mai scritto in vita mia, essendo la moglie di una persona che sapeva allineare le frasi così bene (penso che Beauvais mi tenga sempre per mano). Dunque ho scritto la commedia per Jackie Sardou, perché è un personaggio molto colorito e perché mai nessuno le aveva dato l’opportunità di diventare una star (che è adesso grazie a me, e ne sono fiera). Ma tutto questo non sarebbe mai esistito se Dominique Villard (che, a quanto pare, non tiene troppo ai suoi soldi) non avesse deciso di produrre lei stessa la commedia e di trovarne il titolo. Insomma, ancora una storia di donne! No, un uomo c’è stato, François Guérin, che è stato il primo a leggere la commedia, ha avuto fiducia in me e l’ha messa in scena. Bisogna ammetterlo.

 

NOTE DI REGIA

Il clan delle vedove "Vivere felici la solitudine e’ uno stato di grazia", una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin,andato in scena per la prima volta nel 1991,con protagonista la stessa autrice. Uno spettacolo tutto, o quasi, al femminile (tranne Adolfo Vaini ,Matteo Bertoni e i piccoli Federico e Davide Cantarelli), dove tre ex mogli (Francesca Campogalliani, Loredana Sartorello e Gabriella Pezzoli), vedove e inseparabili amiche, scoprono la doppia vita tenuta ben nascosta dai loro cari estinti: figli illegittimi (Valentina Durantini e Giulia Cavicchini), amanti procaci (Antonella Farina), e voraci, vizi e vizietti in menage paralleli. E alla fine, Marcelle, Jackie e Rose, le tre protagoniste, capiscono che in fondo, essere vedove, non e’ poi del tutto spiacevole. "Una cinica conclusione, ma molto realistica".  "Sola" è bello! Perché oggigiorno è un po’ tramontata la figura della vedova inconsolabile. Adesso le donne, anche se restano senza marito a una certa età, sanno abbastanza cogliere gli ultimi attimi fuggenti, insomma, si consolano eccome. Riprendono gusto alla vita, riescono a fare scelte che prima non potevano realizzare perché non erano loro consentite, si reinventano la quotidianità, magari fanno viaggi, incontrano persone, si distraggono. Ed è proprio questo l’argomento dello spettacolo. Se parliamo della solitudine in generale, allora si può affermare che e’ una grande conquista e non un ripiego. È uno stato di grazia".
Sono rimasta affascinata da questa commedia perché una donna e per di più attrice è riuscita a descrivere meravigliosamente le donne con ironia e senza autocommiserazione o indulgenza. Questo "Clan delle vedove", ad esempio, apparentemente contro gli uomini, in realta mette a nudo tutte le nostre debolezze esaltandole come virtù e facendo amare tutti i personaggi femminili per la loro verità e umanità.
E la regia non ha fatto altro che "riprendere" come in documentario gli aspetti più simpatici,ironici e sdrammatizzanti lasciando massima libertà di espressione ai personaggi femminili e sorridendo dei difetti maschili.

 

C’è allegria nel «Clan delle vedove»

di Walter Cortella

L’Accademia Campogalliani di Mantova approda ancora una volta al L. Rossi per presentare «Il clan delle vedove», una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin, scritta ormai venti anni fa, ma che a dispetto del tempo trascorso conserva ancora la freschezza e il brio di allora. Merito anche della regista Maria Grazia Bettini che ha saputo dare all’azione il giusto ritmo e i tempi della comicità.
La trama della commedia è semplice: un banale e ridicolo incidente domestico provoca la morte del marito di Rose (Francesca Campogalliani) che viene subito circondata dall’affetto di due amiche, anch’esse vedove, i cui mariti avevano a lungo coltivato relazioni extra coniugali. Nasce così un «clan» e le tre donne, dopo il primo comprensibile momento di dolore, decidono di riprendersi la loro vita, della quale i rispettivi mariti le avevano in qualche modo defraudate. Vogliono cambiar vita e con una buona dose di cinismo, capiscono che in fondo la condizione vedovile non è del tutto spiacevole. Si ripetono che è finito il tempo delle vedove inconsolabili, vestite perennemente a lutto e che è giunto il momento di vivere al meglio gli attimi fuggenti che la vita può ancora regalare. Fanno grandi progetti per riscattarsi dalla quotidianità della loro esistenza di mogli fedeli e dedite alle cure domestiche.
Ma nel momento più bello, in cui quei progetti sembrano potersi realizzare, arriva il fulmine a ciel sereno. Dal nulla sbuca Sophie Clouzot (Antonella Farina), una donna giovane e procace, che senza preamboli dichiara di essere stata per anni l’amante del marito di Rose. E come se non bastasse, da quella relazione sono nate due gemelle. Per Rose, da sempre assolutamente certa della fedeltà del marito, questo è un duro colpo. Sophie e le figlie costituiscono, inoltre, un grave pericolo poiché avanzano diritti concreti sull’eredità dell’uomo. Ma come spesso accade in commedie del genere, c’è posto anche per l’amore: Pierre (Matteo Bertoni) il figlio unico di Jackie (Gabriella Pezzoli) si innamora di una delle gemelle. E poiché «buon sangue non mente», anche lui ha un’amante. Insomma, il tradimento la fa proprio da padrone in questa storia. Malgrado gli infruttuosi tentativi di ridare lustro alle loro vite, le tre vedove continuano a consolarsi a vicenda e a fare progetti. La più effervescente è Marcelle (Loredana Sartorello), sempre in cerca di nuove esperienze amorose. Ma la sua delusione è grande quando il suo uomo, Jean Julien (Adolfo Vaini), di ritorno da un viaggio a Casablanca, si ripresenta… vestito da donna. La commedia è molto divertente e ricca di gustose gags sempre garbate e nel finale c’è ancora spazio per un coup de théâtre: la povera Rose, ormai rassegnata ad avere una famiglia allargata, scopre che il ragazzino del palazzo accanto è un altro figlio illegittimo del marito.
Il cast, completamente al femminile, si avvale di tre protagoniste di prim’ordine (nella foto, Campogalliani, Pezzoli e Sartorello), da sempre punti di forza della Compagnia, una delle più valide nel panorama del teatro amatoriale italiano. La loro alta professionalità ha reso più agevole il compito della regista che le ha lasciate libere nell’interpretazione dei singoli personaggi. Molto belli i costumi di Francesca Campogalliani e Diego Fusari, che ha curato anche la scenografia tradizionalmente borghese.

 

5 apr
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 5 aprile 2020
  • 16:00

di Ginette Beauvois-Garcin

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

 Vi spiegherò come mi è venuta l’idea di scrivere: "Il Clan delle Vedove"

di Ginette Beauvais-Garcin

Vi starete dicendo, leggendo queste prime righe: ma chi gliel’ha chiesto! E’ vero, ma siccome mi viene sempre fatta questa domanda, non dovrò far altro che far leggere questo foglio. Jackie Sardou* ed io, ci conosciamo da… Jackie aveva appena sposato Fernand, Michel non era ancora nato, (questo mi permette di dire che praticamente ho conosciuto Michel in stato di fabbricazione …). Dopo, ho lavorato con loro sulla Butte dove la Parigi cantante e frizzante veniva ad ascoltare Femand. Che narratore, che cantante e che bravo attore. Poi le nostre strade si sono separate, ma l’amicizia e l’affetto erano sempre presenti. Siccome la vita non è sempre divertente, Fernand se n’è andato per sempre. Ci siamo rivisti più spesso, mio marito Robert Beauvais è andato a raggiungere Fernand, un altro amico, Michel Audiard, ha fatto lo stesso. Cribri, sua moglie, si è aggiunta a noi. Tutte vedove! Per cercare di tirarci su, organizzavo delle cene a casa mia, e Jackie faceva lo stesso; poi una sera, eravamo tutte a tavola, nove vedove, da cui l’idea del clan. Non avevo mai scritto in vita mia, essendo la moglie di una persona che sapeva allineare le frasi così bene (penso che Beauvais mi tenga sempre per mano). Dunque ho scritto la commedia per Jackie Sardou, perché è un personaggio molto colorito e perché mai nessuno le aveva dato l’opportunità di diventare una star (che è adesso grazie a me, e ne sono fiera). Ma tutto questo non sarebbe mai esistito se Dominique Villard (che, a quanto pare, non tiene troppo ai suoi soldi) non avesse deciso di produrre lei stessa la commedia e di trovarne il titolo. Insomma, ancora una storia di donne! No, un uomo c’è stato, François Guérin, che è stato il primo a leggere la commedia, ha avuto fiducia in me e l’ha messa in scena. Bisogna ammetterlo.

 

NOTE DI REGIA

Il clan delle vedove "Vivere felici la solitudine e’ uno stato di grazia", una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin,andato in scena per la prima volta nel 1991,con protagonista la stessa autrice. Uno spettacolo tutto, o quasi, al femminile (tranne Adolfo Vaini ,Matteo Bertoni e i piccoli Federico e Davide Cantarelli), dove tre ex mogli (Francesca Campogalliani, Loredana Sartorello e Gabriella Pezzoli), vedove e inseparabili amiche, scoprono la doppia vita tenuta ben nascosta dai loro cari estinti: figli illegittimi (Valentina Durantini e Giulia Cavicchini), amanti procaci (Antonella Farina), e voraci, vizi e vizietti in menage paralleli. E alla fine, Marcelle, Jackie e Rose, le tre protagoniste, capiscono che in fondo, essere vedove, non e’ poi del tutto spiacevole. "Una cinica conclusione, ma molto realistica".  "Sola" è bello! Perché oggigiorno è un po’ tramontata la figura della vedova inconsolabile. Adesso le donne, anche se restano senza marito a una certa età, sanno abbastanza cogliere gli ultimi attimi fuggenti, insomma, si consolano eccome. Riprendono gusto alla vita, riescono a fare scelte che prima non potevano realizzare perché non erano loro consentite, si reinventano la quotidianità, magari fanno viaggi, incontrano persone, si distraggono. Ed è proprio questo l’argomento dello spettacolo. Se parliamo della solitudine in generale, allora si può affermare che e’ una grande conquista e non un ripiego. È uno stato di grazia".
Sono rimasta affascinata da questa commedia perché una donna e per di più attrice è riuscita a descrivere meravigliosamente le donne con ironia e senza autocommiserazione o indulgenza. Questo "Clan delle vedove", ad esempio, apparentemente contro gli uomini, in realta mette a nudo tutte le nostre debolezze esaltandole come virtù e facendo amare tutti i personaggi femminili per la loro verità e umanità.
E la regia non ha fatto altro che "riprendere" come in documentario gli aspetti più simpatici,ironici e sdrammatizzanti lasciando massima libertà di espressione ai personaggi femminili e sorridendo dei difetti maschili.

 

C’è allegria nel «Clan delle vedove»

di Walter Cortella

L’Accademia Campogalliani di Mantova approda ancora una volta al L. Rossi per presentare «Il clan delle vedove», una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin, scritta ormai venti anni fa, ma che a dispetto del tempo trascorso conserva ancora la freschezza e il brio di allora. Merito anche della regista Maria Grazia Bettini che ha saputo dare all’azione il giusto ritmo e i tempi della comicità.
La trama della commedia è semplice: un banale e ridicolo incidente domestico provoca la morte del marito di Rose (Francesca Campogalliani) che viene subito circondata dall’affetto di due amiche, anch’esse vedove, i cui mariti avevano a lungo coltivato relazioni extra coniugali. Nasce così un «clan» e le tre donne, dopo il primo comprensibile momento di dolore, decidono di riprendersi la loro vita, della quale i rispettivi mariti le avevano in qualche modo defraudate. Vogliono cambiar vita e con una buona dose di cinismo, capiscono che in fondo la condizione vedovile non è del tutto spiacevole. Si ripetono che è finito il tempo delle vedove inconsolabili, vestite perennemente a lutto e che è giunto il momento di vivere al meglio gli attimi fuggenti che la vita può ancora regalare. Fanno grandi progetti per riscattarsi dalla quotidianità della loro esistenza di mogli fedeli e dedite alle cure domestiche.
Ma nel momento più bello, in cui quei progetti sembrano potersi realizzare, arriva il fulmine a ciel sereno. Dal nulla sbuca Sophie Clouzot (Antonella Farina), una donna giovane e procace, che senza preamboli dichiara di essere stata per anni l’amante del marito di Rose. E come se non bastasse, da quella relazione sono nate due gemelle. Per Rose, da sempre assolutamente certa della fedeltà del marito, questo è un duro colpo. Sophie e le figlie costituiscono, inoltre, un grave pericolo poiché avanzano diritti concreti sull’eredità dell’uomo. Ma come spesso accade in commedie del genere, c’è posto anche per l’amore: Pierre (Matteo Bertoni) il figlio unico di Jackie (Gabriella Pezzoli) si innamora di una delle gemelle. E poiché «buon sangue non mente», anche lui ha un’amante. Insomma, il tradimento la fa proprio da padrone in questa storia. Malgrado gli infruttuosi tentativi di ridare lustro alle loro vite, le tre vedove continuano a consolarsi a vicenda e a fare progetti. La più effervescente è Marcelle (Loredana Sartorello), sempre in cerca di nuove esperienze amorose. Ma la sua delusione è grande quando il suo uomo, Jean Julien (Adolfo Vaini), di ritorno da un viaggio a Casablanca, si ripresenta… vestito da donna. La commedia è molto divertente e ricca di gustose gags sempre garbate e nel finale c’è ancora spazio per un coup de théâtre: la povera Rose, ormai rassegnata ad avere una famiglia allargata, scopre che il ragazzino del palazzo accanto è un altro figlio illegittimo del marito.
Il cast, completamente al femminile, si avvale di tre protagoniste di prim’ordine (nella foto, Campogalliani, Pezzoli e Sartorello), da sempre punti di forza della Compagnia, una delle più valide nel panorama del teatro amatoriale italiano. La loro alta professionalità ha reso più agevole il compito della regista che le ha lasciate libere nell’interpretazione dei singoli personaggi. Molto belli i costumi di Francesca Campogalliani e Diego Fusari, che ha curato anche la scenografia tradizionalmente borghese.

 

17 apr
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 17 aprile 2020
  • 20:45

di Ginette Beauvois-Garcin

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

 Vi spiegherò come mi è venuta l’idea di scrivere: "Il Clan delle Vedove"

di Ginette Beauvais-Garcin

Vi starete dicendo, leggendo queste prime righe: ma chi gliel’ha chiesto! E’ vero, ma siccome mi viene sempre fatta questa domanda, non dovrò far altro che far leggere questo foglio. Jackie Sardou* ed io, ci conosciamo da… Jackie aveva appena sposato Fernand, Michel non era ancora nato, (questo mi permette di dire che praticamente ho conosciuto Michel in stato di fabbricazione …). Dopo, ho lavorato con loro sulla Butte dove la Parigi cantante e frizzante veniva ad ascoltare Femand. Che narratore, che cantante e che bravo attore. Poi le nostre strade si sono separate, ma l’amicizia e l’affetto erano sempre presenti. Siccome la vita non è sempre divertente, Fernand se n’è andato per sempre. Ci siamo rivisti più spesso, mio marito Robert Beauvais è andato a raggiungere Fernand, un altro amico, Michel Audiard, ha fatto lo stesso. Cribri, sua moglie, si è aggiunta a noi. Tutte vedove! Per cercare di tirarci su, organizzavo delle cene a casa mia, e Jackie faceva lo stesso; poi una sera, eravamo tutte a tavola, nove vedove, da cui l’idea del clan. Non avevo mai scritto in vita mia, essendo la moglie di una persona che sapeva allineare le frasi così bene (penso che Beauvais mi tenga sempre per mano). Dunque ho scritto la commedia per Jackie Sardou, perché è un personaggio molto colorito e perché mai nessuno le aveva dato l’opportunità di diventare una star (che è adesso grazie a me, e ne sono fiera). Ma tutto questo non sarebbe mai esistito se Dominique Villard (che, a quanto pare, non tiene troppo ai suoi soldi) non avesse deciso di produrre lei stessa la commedia e di trovarne il titolo. Insomma, ancora una storia di donne! No, un uomo c’è stato, François Guérin, che è stato il primo a leggere la commedia, ha avuto fiducia in me e l’ha messa in scena. Bisogna ammetterlo.

 

NOTE DI REGIA

Il clan delle vedove "Vivere felici la solitudine e’ uno stato di grazia", una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin,andato in scena per la prima volta nel 1991,con protagonista la stessa autrice. Uno spettacolo tutto, o quasi, al femminile (tranne Adolfo Vaini ,Matteo Bertoni e i piccoli Federico e Davide Cantarelli), dove tre ex mogli (Francesca Campogalliani, Loredana Sartorello e Gabriella Pezzoli), vedove e inseparabili amiche, scoprono la doppia vita tenuta ben nascosta dai loro cari estinti: figli illegittimi (Valentina Durantini e Giulia Cavicchini), amanti procaci (Antonella Farina), e voraci, vizi e vizietti in menage paralleli. E alla fine, Marcelle, Jackie e Rose, le tre protagoniste, capiscono che in fondo, essere vedove, non e’ poi del tutto spiacevole. "Una cinica conclusione, ma molto realistica".  "Sola" è bello! Perché oggigiorno è un po’ tramontata la figura della vedova inconsolabile. Adesso le donne, anche se restano senza marito a una certa età, sanno abbastanza cogliere gli ultimi attimi fuggenti, insomma, si consolano eccome. Riprendono gusto alla vita, riescono a fare scelte che prima non potevano realizzare perché non erano loro consentite, si reinventano la quotidianità, magari fanno viaggi, incontrano persone, si distraggono. Ed è proprio questo l’argomento dello spettacolo. Se parliamo della solitudine in generale, allora si può affermare che e’ una grande conquista e non un ripiego. È uno stato di grazia".
Sono rimasta affascinata da questa commedia perché una donna e per di più attrice è riuscita a descrivere meravigliosamente le donne con ironia e senza autocommiserazione o indulgenza. Questo "Clan delle vedove", ad esempio, apparentemente contro gli uomini, in realta mette a nudo tutte le nostre debolezze esaltandole come virtù e facendo amare tutti i personaggi femminili per la loro verità e umanità.
E la regia non ha fatto altro che "riprendere" come in documentario gli aspetti più simpatici,ironici e sdrammatizzanti lasciando massima libertà di espressione ai personaggi femminili e sorridendo dei difetti maschili.

 

C’è allegria nel «Clan delle vedove»

di Walter Cortella

L’Accademia Campogalliani di Mantova approda ancora una volta al L. Rossi per presentare «Il clan delle vedove», una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin, scritta ormai venti anni fa, ma che a dispetto del tempo trascorso conserva ancora la freschezza e il brio di allora. Merito anche della regista Maria Grazia Bettini che ha saputo dare all’azione il giusto ritmo e i tempi della comicità.
La trama della commedia è semplice: un banale e ridicolo incidente domestico provoca la morte del marito di Rose (Francesca Campogalliani) che viene subito circondata dall’affetto di due amiche, anch’esse vedove, i cui mariti avevano a lungo coltivato relazioni extra coniugali. Nasce così un «clan» e le tre donne, dopo il primo comprensibile momento di dolore, decidono di riprendersi la loro vita, della quale i rispettivi mariti le avevano in qualche modo defraudate. Vogliono cambiar vita e con una buona dose di cinismo, capiscono che in fondo la condizione vedovile non è del tutto spiacevole. Si ripetono che è finito il tempo delle vedove inconsolabili, vestite perennemente a lutto e che è giunto il momento di vivere al meglio gli attimi fuggenti che la vita può ancora regalare. Fanno grandi progetti per riscattarsi dalla quotidianità della loro esistenza di mogli fedeli e dedite alle cure domestiche.
Ma nel momento più bello, in cui quei progetti sembrano potersi realizzare, arriva il fulmine a ciel sereno. Dal nulla sbuca Sophie Clouzot (Antonella Farina), una donna giovane e procace, che senza preamboli dichiara di essere stata per anni l’amante del marito di Rose. E come se non bastasse, da quella relazione sono nate due gemelle. Per Rose, da sempre assolutamente certa della fedeltà del marito, questo è un duro colpo. Sophie e le figlie costituiscono, inoltre, un grave pericolo poiché avanzano diritti concreti sull’eredità dell’uomo. Ma come spesso accade in commedie del genere, c’è posto anche per l’amore: Pierre (Matteo Bertoni) il figlio unico di Jackie (Gabriella Pezzoli) si innamora di una delle gemelle. E poiché «buon sangue non mente», anche lui ha un’amante. Insomma, il tradimento la fa proprio da padrone in questa storia. Malgrado gli infruttuosi tentativi di ridare lustro alle loro vite, le tre vedove continuano a consolarsi a vicenda e a fare progetti. La più effervescente è Marcelle (Loredana Sartorello), sempre in cerca di nuove esperienze amorose. Ma la sua delusione è grande quando il suo uomo, Jean Julien (Adolfo Vaini), di ritorno da un viaggio a Casablanca, si ripresenta… vestito da donna. La commedia è molto divertente e ricca di gustose gags sempre garbate e nel finale c’è ancora spazio per un coup de théâtre: la povera Rose, ormai rassegnata ad avere una famiglia allargata, scopre che il ragazzino del palazzo accanto è un altro figlio illegittimo del marito.
Il cast, completamente al femminile, si avvale di tre protagoniste di prim’ordine (nella foto, Campogalliani, Pezzoli e Sartorello), da sempre punti di forza della Compagnia, una delle più valide nel panorama del teatro amatoriale italiano. La loro alta professionalità ha reso più agevole il compito della regista che le ha lasciate libere nell’interpretazione dei singoli personaggi. Molto belli i costumi di Francesca Campogalliani e Diego Fusari, che ha curato anche la scenografia tradizionalmente borghese.

 

18 apr
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 18 aprile 2020
  • 20:45

di Ginette Beauvois-Garcin

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

 Vi spiegherò come mi è venuta l’idea di scrivere: "Il Clan delle Vedove"

di Ginette Beauvais-Garcin

Vi starete dicendo, leggendo queste prime righe: ma chi gliel’ha chiesto! E’ vero, ma siccome mi viene sempre fatta questa domanda, non dovrò far altro che far leggere questo foglio. Jackie Sardou* ed io, ci conosciamo da… Jackie aveva appena sposato Fernand, Michel non era ancora nato, (questo mi permette di dire che praticamente ho conosciuto Michel in stato di fabbricazione …). Dopo, ho lavorato con loro sulla Butte dove la Parigi cantante e frizzante veniva ad ascoltare Femand. Che narratore, che cantante e che bravo attore. Poi le nostre strade si sono separate, ma l’amicizia e l’affetto erano sempre presenti. Siccome la vita non è sempre divertente, Fernand se n’è andato per sempre. Ci siamo rivisti più spesso, mio marito Robert Beauvais è andato a raggiungere Fernand, un altro amico, Michel Audiard, ha fatto lo stesso. Cribri, sua moglie, si è aggiunta a noi. Tutte vedove! Per cercare di tirarci su, organizzavo delle cene a casa mia, e Jackie faceva lo stesso; poi una sera, eravamo tutte a tavola, nove vedove, da cui l’idea del clan. Non avevo mai scritto in vita mia, essendo la moglie di una persona che sapeva allineare le frasi così bene (penso che Beauvais mi tenga sempre per mano). Dunque ho scritto la commedia per Jackie Sardou, perché è un personaggio molto colorito e perché mai nessuno le aveva dato l’opportunità di diventare una star (che è adesso grazie a me, e ne sono fiera). Ma tutto questo non sarebbe mai esistito se Dominique Villard (che, a quanto pare, non tiene troppo ai suoi soldi) non avesse deciso di produrre lei stessa la commedia e di trovarne il titolo. Insomma, ancora una storia di donne! No, un uomo c’è stato, François Guérin, che è stato il primo a leggere la commedia, ha avuto fiducia in me e l’ha messa in scena. Bisogna ammetterlo.

 

NOTE DI REGIA

Il clan delle vedove "Vivere felici la solitudine e’ uno stato di grazia", una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin,andato in scena per la prima volta nel 1991,con protagonista la stessa autrice. Uno spettacolo tutto, o quasi, al femminile (tranne Adolfo Vaini ,Matteo Bertoni e i piccoli Federico e Davide Cantarelli), dove tre ex mogli (Francesca Campogalliani, Loredana Sartorello e Gabriella Pezzoli), vedove e inseparabili amiche, scoprono la doppia vita tenuta ben nascosta dai loro cari estinti: figli illegittimi (Valentina Durantini e Giulia Cavicchini), amanti procaci (Antonella Farina), e voraci, vizi e vizietti in menage paralleli. E alla fine, Marcelle, Jackie e Rose, le tre protagoniste, capiscono che in fondo, essere vedove, non e’ poi del tutto spiacevole. "Una cinica conclusione, ma molto realistica".  "Sola" è bello! Perché oggigiorno è un po’ tramontata la figura della vedova inconsolabile. Adesso le donne, anche se restano senza marito a una certa età, sanno abbastanza cogliere gli ultimi attimi fuggenti, insomma, si consolano eccome. Riprendono gusto alla vita, riescono a fare scelte che prima non potevano realizzare perché non erano loro consentite, si reinventano la quotidianità, magari fanno viaggi, incontrano persone, si distraggono. Ed è proprio questo l’argomento dello spettacolo. Se parliamo della solitudine in generale, allora si può affermare che e’ una grande conquista e non un ripiego. È uno stato di grazia".
Sono rimasta affascinata da questa commedia perché una donna e per di più attrice è riuscita a descrivere meravigliosamente le donne con ironia e senza autocommiserazione o indulgenza. Questo "Clan delle vedove", ad esempio, apparentemente contro gli uomini, in realta mette a nudo tutte le nostre debolezze esaltandole come virtù e facendo amare tutti i personaggi femminili per la loro verità e umanità.
E la regia non ha fatto altro che "riprendere" come in documentario gli aspetti più simpatici,ironici e sdrammatizzanti lasciando massima libertà di espressione ai personaggi femminili e sorridendo dei difetti maschili.

 

C’è allegria nel «Clan delle vedove»

di Walter Cortella

L’Accademia Campogalliani di Mantova approda ancora una volta al L. Rossi per presentare «Il clan delle vedove», una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin, scritta ormai venti anni fa, ma che a dispetto del tempo trascorso conserva ancora la freschezza e il brio di allora. Merito anche della regista Maria Grazia Bettini che ha saputo dare all’azione il giusto ritmo e i tempi della comicità.
La trama della commedia è semplice: un banale e ridicolo incidente domestico provoca la morte del marito di Rose (Francesca Campogalliani) che viene subito circondata dall’affetto di due amiche, anch’esse vedove, i cui mariti avevano a lungo coltivato relazioni extra coniugali. Nasce così un «clan» e le tre donne, dopo il primo comprensibile momento di dolore, decidono di riprendersi la loro vita, della quale i rispettivi mariti le avevano in qualche modo defraudate. Vogliono cambiar vita e con una buona dose di cinismo, capiscono che in fondo la condizione vedovile non è del tutto spiacevole. Si ripetono che è finito il tempo delle vedove inconsolabili, vestite perennemente a lutto e che è giunto il momento di vivere al meglio gli attimi fuggenti che la vita può ancora regalare. Fanno grandi progetti per riscattarsi dalla quotidianità della loro esistenza di mogli fedeli e dedite alle cure domestiche.
Ma nel momento più bello, in cui quei progetti sembrano potersi realizzare, arriva il fulmine a ciel sereno. Dal nulla sbuca Sophie Clouzot (Antonella Farina), una donna giovane e procace, che senza preamboli dichiara di essere stata per anni l’amante del marito di Rose. E come se non bastasse, da quella relazione sono nate due gemelle. Per Rose, da sempre assolutamente certa della fedeltà del marito, questo è un duro colpo. Sophie e le figlie costituiscono, inoltre, un grave pericolo poiché avanzano diritti concreti sull’eredità dell’uomo. Ma come spesso accade in commedie del genere, c’è posto anche per l’amore: Pierre (Matteo Bertoni) il figlio unico di Jackie (Gabriella Pezzoli) si innamora di una delle gemelle. E poiché «buon sangue non mente», anche lui ha un’amante. Insomma, il tradimento la fa proprio da padrone in questa storia. Malgrado gli infruttuosi tentativi di ridare lustro alle loro vite, le tre vedove continuano a consolarsi a vicenda e a fare progetti. La più effervescente è Marcelle (Loredana Sartorello), sempre in cerca di nuove esperienze amorose. Ma la sua delusione è grande quando il suo uomo, Jean Julien (Adolfo Vaini), di ritorno da un viaggio a Casablanca, si ripresenta… vestito da donna. La commedia è molto divertente e ricca di gustose gags sempre garbate e nel finale c’è ancora spazio per un coup de théâtre: la povera Rose, ormai rassegnata ad avere una famiglia allargata, scopre che il ragazzino del palazzo accanto è un altro figlio illegittimo del marito.
Il cast, completamente al femminile, si avvale di tre protagoniste di prim’ordine (nella foto, Campogalliani, Pezzoli e Sartorello), da sempre punti di forza della Compagnia, una delle più valide nel panorama del teatro amatoriale italiano. La loro alta professionalità ha reso più agevole il compito della regista che le ha lasciate libere nell’interpretazione dei singoli personaggi. Molto belli i costumi di Francesca Campogalliani e Diego Fusari, che ha curato anche la scenografia tradizionalmente borghese.

 

19 apr
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 19 aprile 2020
  • 16:00

di Ginette Beauvois-Garcin

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

 Vi spiegherò come mi è venuta l’idea di scrivere: "Il Clan delle Vedove"

di Ginette Beauvais-Garcin

Vi starete dicendo, leggendo queste prime righe: ma chi gliel’ha chiesto! E’ vero, ma siccome mi viene sempre fatta questa domanda, non dovrò far altro che far leggere questo foglio. Jackie Sardou* ed io, ci conosciamo da… Jackie aveva appena sposato Fernand, Michel non era ancora nato, (questo mi permette di dire che praticamente ho conosciuto Michel in stato di fabbricazione …). Dopo, ho lavorato con loro sulla Butte dove la Parigi cantante e frizzante veniva ad ascoltare Femand. Che narratore, che cantante e che bravo attore. Poi le nostre strade si sono separate, ma l’amicizia e l’affetto erano sempre presenti. Siccome la vita non è sempre divertente, Fernand se n’è andato per sempre. Ci siamo rivisti più spesso, mio marito Robert Beauvais è andato a raggiungere Fernand, un altro amico, Michel Audiard, ha fatto lo stesso. Cribri, sua moglie, si è aggiunta a noi. Tutte vedove! Per cercare di tirarci su, organizzavo delle cene a casa mia, e Jackie faceva lo stesso; poi una sera, eravamo tutte a tavola, nove vedove, da cui l’idea del clan. Non avevo mai scritto in vita mia, essendo la moglie di una persona che sapeva allineare le frasi così bene (penso che Beauvais mi tenga sempre per mano). Dunque ho scritto la commedia per Jackie Sardou, perché è un personaggio molto colorito e perché mai nessuno le aveva dato l’opportunità di diventare una star (che è adesso grazie a me, e ne sono fiera). Ma tutto questo non sarebbe mai esistito se Dominique Villard (che, a quanto pare, non tiene troppo ai suoi soldi) non avesse deciso di produrre lei stessa la commedia e di trovarne il titolo. Insomma, ancora una storia di donne! No, un uomo c’è stato, François Guérin, che è stato il primo a leggere la commedia, ha avuto fiducia in me e l’ha messa in scena. Bisogna ammetterlo.

 

NOTE DI REGIA

Il clan delle vedove "Vivere felici la solitudine e’ uno stato di grazia", una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin,andato in scena per la prima volta nel 1991,con protagonista la stessa autrice. Uno spettacolo tutto, o quasi, al femminile (tranne Adolfo Vaini ,Matteo Bertoni e i piccoli Federico e Davide Cantarelli), dove tre ex mogli (Francesca Campogalliani, Loredana Sartorello e Gabriella Pezzoli), vedove e inseparabili amiche, scoprono la doppia vita tenuta ben nascosta dai loro cari estinti: figli illegittimi (Valentina Durantini e Giulia Cavicchini), amanti procaci (Antonella Farina), e voraci, vizi e vizietti in menage paralleli. E alla fine, Marcelle, Jackie e Rose, le tre protagoniste, capiscono che in fondo, essere vedove, non e’ poi del tutto spiacevole. "Una cinica conclusione, ma molto realistica".  "Sola" è bello! Perché oggigiorno è un po’ tramontata la figura della vedova inconsolabile. Adesso le donne, anche se restano senza marito a una certa età, sanno abbastanza cogliere gli ultimi attimi fuggenti, insomma, si consolano eccome. Riprendono gusto alla vita, riescono a fare scelte che prima non potevano realizzare perché non erano loro consentite, si reinventano la quotidianità, magari fanno viaggi, incontrano persone, si distraggono. Ed è proprio questo l’argomento dello spettacolo. Se parliamo della solitudine in generale, allora si può affermare che e’ una grande conquista e non un ripiego. È uno stato di grazia".
Sono rimasta affascinata da questa commedia perché una donna e per di più attrice è riuscita a descrivere meravigliosamente le donne con ironia e senza autocommiserazione o indulgenza. Questo "Clan delle vedove", ad esempio, apparentemente contro gli uomini, in realta mette a nudo tutte le nostre debolezze esaltandole come virtù e facendo amare tutti i personaggi femminili per la loro verità e umanità.
E la regia non ha fatto altro che "riprendere" come in documentario gli aspetti più simpatici,ironici e sdrammatizzanti lasciando massima libertà di espressione ai personaggi femminili e sorridendo dei difetti maschili.

 

C’è allegria nel «Clan delle vedove»

di Walter Cortella

L’Accademia Campogalliani di Mantova approda ancora una volta al L. Rossi per presentare «Il clan delle vedove», una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin, scritta ormai venti anni fa, ma che a dispetto del tempo trascorso conserva ancora la freschezza e il brio di allora. Merito anche della regista Maria Grazia Bettini che ha saputo dare all’azione il giusto ritmo e i tempi della comicità.
La trama della commedia è semplice: un banale e ridicolo incidente domestico provoca la morte del marito di Rose (Francesca Campogalliani) che viene subito circondata dall’affetto di due amiche, anch’esse vedove, i cui mariti avevano a lungo coltivato relazioni extra coniugali. Nasce così un «clan» e le tre donne, dopo il primo comprensibile momento di dolore, decidono di riprendersi la loro vita, della quale i rispettivi mariti le avevano in qualche modo defraudate. Vogliono cambiar vita e con una buona dose di cinismo, capiscono che in fondo la condizione vedovile non è del tutto spiacevole. Si ripetono che è finito il tempo delle vedove inconsolabili, vestite perennemente a lutto e che è giunto il momento di vivere al meglio gli attimi fuggenti che la vita può ancora regalare. Fanno grandi progetti per riscattarsi dalla quotidianità della loro esistenza di mogli fedeli e dedite alle cure domestiche.
Ma nel momento più bello, in cui quei progetti sembrano potersi realizzare, arriva il fulmine a ciel sereno. Dal nulla sbuca Sophie Clouzot (Antonella Farina), una donna giovane e procace, che senza preamboli dichiara di essere stata per anni l’amante del marito di Rose. E come se non bastasse, da quella relazione sono nate due gemelle. Per Rose, da sempre assolutamente certa della fedeltà del marito, questo è un duro colpo. Sophie e le figlie costituiscono, inoltre, un grave pericolo poiché avanzano diritti concreti sull’eredità dell’uomo. Ma come spesso accade in commedie del genere, c’è posto anche per l’amore: Pierre (Matteo Bertoni) il figlio unico di Jackie (Gabriella Pezzoli) si innamora di una delle gemelle. E poiché «buon sangue non mente», anche lui ha un’amante. Insomma, il tradimento la fa proprio da padrone in questa storia. Malgrado gli infruttuosi tentativi di ridare lustro alle loro vite, le tre vedove continuano a consolarsi a vicenda e a fare progetti. La più effervescente è Marcelle (Loredana Sartorello), sempre in cerca di nuove esperienze amorose. Ma la sua delusione è grande quando il suo uomo, Jean Julien (Adolfo Vaini), di ritorno da un viaggio a Casablanca, si ripresenta… vestito da donna. La commedia è molto divertente e ricca di gustose gags sempre garbate e nel finale c’è ancora spazio per un coup de théâtre: la povera Rose, ormai rassegnata ad avere una famiglia allargata, scopre che il ragazzino del palazzo accanto è un altro figlio illegittimo del marito.
Il cast, completamente al femminile, si avvale di tre protagoniste di prim’ordine (nella foto, Campogalliani, Pezzoli e Sartorello), da sempre punti di forza della Compagnia, una delle più valide nel panorama del teatro amatoriale italiano. La loro alta professionalità ha reso più agevole il compito della regista che le ha lasciate libere nell’interpretazione dei singoli personaggi. Molto belli i costumi di Francesca Campogalliani e Diego Fusari, che ha curato anche la scenografia tradizionalmente borghese.

 

24 apr
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • venerdì 24 aprile 2020
  • 20:45

di Ginette Beauvois-Garcin

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

 Vi spiegherò come mi è venuta l’idea di scrivere: "Il Clan delle Vedove"

di Ginette Beauvais-Garcin

Vi starete dicendo, leggendo queste prime righe: ma chi gliel’ha chiesto! E’ vero, ma siccome mi viene sempre fatta questa domanda, non dovrò far altro che far leggere questo foglio. Jackie Sardou* ed io, ci conosciamo da… Jackie aveva appena sposato Fernand, Michel non era ancora nato, (questo mi permette di dire che praticamente ho conosciuto Michel in stato di fabbricazione …). Dopo, ho lavorato con loro sulla Butte dove la Parigi cantante e frizzante veniva ad ascoltare Femand. Che narratore, che cantante e che bravo attore. Poi le nostre strade si sono separate, ma l’amicizia e l’affetto erano sempre presenti. Siccome la vita non è sempre divertente, Fernand se n’è andato per sempre. Ci siamo rivisti più spesso, mio marito Robert Beauvais è andato a raggiungere Fernand, un altro amico, Michel Audiard, ha fatto lo stesso. Cribri, sua moglie, si è aggiunta a noi. Tutte vedove! Per cercare di tirarci su, organizzavo delle cene a casa mia, e Jackie faceva lo stesso; poi una sera, eravamo tutte a tavola, nove vedove, da cui l’idea del clan. Non avevo mai scritto in vita mia, essendo la moglie di una persona che sapeva allineare le frasi così bene (penso che Beauvais mi tenga sempre per mano). Dunque ho scritto la commedia per Jackie Sardou, perché è un personaggio molto colorito e perché mai nessuno le aveva dato l’opportunità di diventare una star (che è adesso grazie a me, e ne sono fiera). Ma tutto questo non sarebbe mai esistito se Dominique Villard (che, a quanto pare, non tiene troppo ai suoi soldi) non avesse deciso di produrre lei stessa la commedia e di trovarne il titolo. Insomma, ancora una storia di donne! No, un uomo c’è stato, François Guérin, che è stato il primo a leggere la commedia, ha avuto fiducia in me e l’ha messa in scena. Bisogna ammetterlo.

 

NOTE DI REGIA

Il clan delle vedove "Vivere felici la solitudine e’ uno stato di grazia", una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin,andato in scena per la prima volta nel 1991,con protagonista la stessa autrice. Uno spettacolo tutto, o quasi, al femminile (tranne Adolfo Vaini ,Matteo Bertoni e i piccoli Federico e Davide Cantarelli), dove tre ex mogli (Francesca Campogalliani, Loredana Sartorello e Gabriella Pezzoli), vedove e inseparabili amiche, scoprono la doppia vita tenuta ben nascosta dai loro cari estinti: figli illegittimi (Valentina Durantini e Giulia Cavicchini), amanti procaci (Antonella Farina), e voraci, vizi e vizietti in menage paralleli. E alla fine, Marcelle, Jackie e Rose, le tre protagoniste, capiscono che in fondo, essere vedove, non e’ poi del tutto spiacevole. "Una cinica conclusione, ma molto realistica".  "Sola" è bello! Perché oggigiorno è un po’ tramontata la figura della vedova inconsolabile. Adesso le donne, anche se restano senza marito a una certa età, sanno abbastanza cogliere gli ultimi attimi fuggenti, insomma, si consolano eccome. Riprendono gusto alla vita, riescono a fare scelte che prima non potevano realizzare perché non erano loro consentite, si reinventano la quotidianità, magari fanno viaggi, incontrano persone, si distraggono. Ed è proprio questo l’argomento dello spettacolo. Se parliamo della solitudine in generale, allora si può affermare che e’ una grande conquista e non un ripiego. È uno stato di grazia".
Sono rimasta affascinata da questa commedia perché una donna e per di più attrice è riuscita a descrivere meravigliosamente le donne con ironia e senza autocommiserazione o indulgenza. Questo "Clan delle vedove", ad esempio, apparentemente contro gli uomini, in realta mette a nudo tutte le nostre debolezze esaltandole come virtù e facendo amare tutti i personaggi femminili per la loro verità e umanità.
E la regia non ha fatto altro che "riprendere" come in documentario gli aspetti più simpatici,ironici e sdrammatizzanti lasciando massima libertà di espressione ai personaggi femminili e sorridendo dei difetti maschili.

 

C’è allegria nel «Clan delle vedove»

di Walter Cortella

L’Accademia Campogalliani di Mantova approda ancora una volta al L. Rossi per presentare «Il clan delle vedove», una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin, scritta ormai venti anni fa, ma che a dispetto del tempo trascorso conserva ancora la freschezza e il brio di allora. Merito anche della regista Maria Grazia Bettini che ha saputo dare all’azione il giusto ritmo e i tempi della comicità.
La trama della commedia è semplice: un banale e ridicolo incidente domestico provoca la morte del marito di Rose (Francesca Campogalliani) che viene subito circondata dall’affetto di due amiche, anch’esse vedove, i cui mariti avevano a lungo coltivato relazioni extra coniugali. Nasce così un «clan» e le tre donne, dopo il primo comprensibile momento di dolore, decidono di riprendersi la loro vita, della quale i rispettivi mariti le avevano in qualche modo defraudate. Vogliono cambiar vita e con una buona dose di cinismo, capiscono che in fondo la condizione vedovile non è del tutto spiacevole. Si ripetono che è finito il tempo delle vedove inconsolabili, vestite perennemente a lutto e che è giunto il momento di vivere al meglio gli attimi fuggenti che la vita può ancora regalare. Fanno grandi progetti per riscattarsi dalla quotidianità della loro esistenza di mogli fedeli e dedite alle cure domestiche.
Ma nel momento più bello, in cui quei progetti sembrano potersi realizzare, arriva il fulmine a ciel sereno. Dal nulla sbuca Sophie Clouzot (Antonella Farina), una donna giovane e procace, che senza preamboli dichiara di essere stata per anni l’amante del marito di Rose. E come se non bastasse, da quella relazione sono nate due gemelle. Per Rose, da sempre assolutamente certa della fedeltà del marito, questo è un duro colpo. Sophie e le figlie costituiscono, inoltre, un grave pericolo poiché avanzano diritti concreti sull’eredità dell’uomo. Ma come spesso accade in commedie del genere, c’è posto anche per l’amore: Pierre (Matteo Bertoni) il figlio unico di Jackie (Gabriella Pezzoli) si innamora di una delle gemelle. E poiché «buon sangue non mente», anche lui ha un’amante. Insomma, il tradimento la fa proprio da padrone in questa storia. Malgrado gli infruttuosi tentativi di ridare lustro alle loro vite, le tre vedove continuano a consolarsi a vicenda e a fare progetti. La più effervescente è Marcelle (Loredana Sartorello), sempre in cerca di nuove esperienze amorose. Ma la sua delusione è grande quando il suo uomo, Jean Julien (Adolfo Vaini), di ritorno da un viaggio a Casablanca, si ripresenta… vestito da donna. La commedia è molto divertente e ricca di gustose gags sempre garbate e nel finale c’è ancora spazio per un coup de théâtre: la povera Rose, ormai rassegnata ad avere una famiglia allargata, scopre che il ragazzino del palazzo accanto è un altro figlio illegittimo del marito.
Il cast, completamente al femminile, si avvale di tre protagoniste di prim’ordine (nella foto, Campogalliani, Pezzoli e Sartorello), da sempre punti di forza della Compagnia, una delle più valide nel panorama del teatro amatoriale italiano. La loro alta professionalità ha reso più agevole il compito della regista che le ha lasciate libere nell’interpretazione dei singoli personaggi. Molto belli i costumi di Francesca Campogalliani e Diego Fusari, che ha curato anche la scenografia tradizionalmente borghese.

 

25 apr
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • sabato 25 aprile 2020
  • 20:45

di Ginette Beauvois-Garcin

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

 Vi spiegherò come mi è venuta l’idea di scrivere: "Il Clan delle Vedove"

di Ginette Beauvais-Garcin

Vi starete dicendo, leggendo queste prime righe: ma chi gliel’ha chiesto! E’ vero, ma siccome mi viene sempre fatta questa domanda, non dovrò far altro che far leggere questo foglio. Jackie Sardou* ed io, ci conosciamo da… Jackie aveva appena sposato Fernand, Michel non era ancora nato, (questo mi permette di dire che praticamente ho conosciuto Michel in stato di fabbricazione …). Dopo, ho lavorato con loro sulla Butte dove la Parigi cantante e frizzante veniva ad ascoltare Femand. Che narratore, che cantante e che bravo attore. Poi le nostre strade si sono separate, ma l’amicizia e l’affetto erano sempre presenti. Siccome la vita non è sempre divertente, Fernand se n’è andato per sempre. Ci siamo rivisti più spesso, mio marito Robert Beauvais è andato a raggiungere Fernand, un altro amico, Michel Audiard, ha fatto lo stesso. Cribri, sua moglie, si è aggiunta a noi. Tutte vedove! Per cercare di tirarci su, organizzavo delle cene a casa mia, e Jackie faceva lo stesso; poi una sera, eravamo tutte a tavola, nove vedove, da cui l’idea del clan. Non avevo mai scritto in vita mia, essendo la moglie di una persona che sapeva allineare le frasi così bene (penso che Beauvais mi tenga sempre per mano). Dunque ho scritto la commedia per Jackie Sardou, perché è un personaggio molto colorito e perché mai nessuno le aveva dato l’opportunità di diventare una star (che è adesso grazie a me, e ne sono fiera). Ma tutto questo non sarebbe mai esistito se Dominique Villard (che, a quanto pare, non tiene troppo ai suoi soldi) non avesse deciso di produrre lei stessa la commedia e di trovarne il titolo. Insomma, ancora una storia di donne! No, un uomo c’è stato, François Guérin, che è stato il primo a leggere la commedia, ha avuto fiducia in me e l’ha messa in scena. Bisogna ammetterlo.

 

NOTE DI REGIA

Il clan delle vedove "Vivere felici la solitudine e’ uno stato di grazia", una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin,andato in scena per la prima volta nel 1991,con protagonista la stessa autrice. Uno spettacolo tutto, o quasi, al femminile (tranne Adolfo Vaini ,Matteo Bertoni e i piccoli Federico e Davide Cantarelli), dove tre ex mogli (Francesca Campogalliani, Loredana Sartorello e Gabriella Pezzoli), vedove e inseparabili amiche, scoprono la doppia vita tenuta ben nascosta dai loro cari estinti: figli illegittimi (Valentina Durantini e Giulia Cavicchini), amanti procaci (Antonella Farina), e voraci, vizi e vizietti in menage paralleli. E alla fine, Marcelle, Jackie e Rose, le tre protagoniste, capiscono che in fondo, essere vedove, non e’ poi del tutto spiacevole. "Una cinica conclusione, ma molto realistica".  "Sola" è bello! Perché oggigiorno è un po’ tramontata la figura della vedova inconsolabile. Adesso le donne, anche se restano senza marito a una certa età, sanno abbastanza cogliere gli ultimi attimi fuggenti, insomma, si consolano eccome. Riprendono gusto alla vita, riescono a fare scelte che prima non potevano realizzare perché non erano loro consentite, si reinventano la quotidianità, magari fanno viaggi, incontrano persone, si distraggono. Ed è proprio questo l’argomento dello spettacolo. Se parliamo della solitudine in generale, allora si può affermare che e’ una grande conquista e non un ripiego. È uno stato di grazia".
Sono rimasta affascinata da questa commedia perché una donna e per di più attrice è riuscita a descrivere meravigliosamente le donne con ironia e senza autocommiserazione o indulgenza. Questo "Clan delle vedove", ad esempio, apparentemente contro gli uomini, in realta mette a nudo tutte le nostre debolezze esaltandole come virtù e facendo amare tutti i personaggi femminili per la loro verità e umanità.
E la regia non ha fatto altro che "riprendere" come in documentario gli aspetti più simpatici,ironici e sdrammatizzanti lasciando massima libertà di espressione ai personaggi femminili e sorridendo dei difetti maschili.

 

C’è allegria nel «Clan delle vedove»

di Walter Cortella

L’Accademia Campogalliani di Mantova approda ancora una volta al L. Rossi per presentare «Il clan delle vedove», una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin, scritta ormai venti anni fa, ma che a dispetto del tempo trascorso conserva ancora la freschezza e il brio di allora. Merito anche della regista Maria Grazia Bettini che ha saputo dare all’azione il giusto ritmo e i tempi della comicità.
La trama della commedia è semplice: un banale e ridicolo incidente domestico provoca la morte del marito di Rose (Francesca Campogalliani) che viene subito circondata dall’affetto di due amiche, anch’esse vedove, i cui mariti avevano a lungo coltivato relazioni extra coniugali. Nasce così un «clan» e le tre donne, dopo il primo comprensibile momento di dolore, decidono di riprendersi la loro vita, della quale i rispettivi mariti le avevano in qualche modo defraudate. Vogliono cambiar vita e con una buona dose di cinismo, capiscono che in fondo la condizione vedovile non è del tutto spiacevole. Si ripetono che è finito il tempo delle vedove inconsolabili, vestite perennemente a lutto e che è giunto il momento di vivere al meglio gli attimi fuggenti che la vita può ancora regalare. Fanno grandi progetti per riscattarsi dalla quotidianità della loro esistenza di mogli fedeli e dedite alle cure domestiche.
Ma nel momento più bello, in cui quei progetti sembrano potersi realizzare, arriva il fulmine a ciel sereno. Dal nulla sbuca Sophie Clouzot (Antonella Farina), una donna giovane e procace, che senza preamboli dichiara di essere stata per anni l’amante del marito di Rose. E come se non bastasse, da quella relazione sono nate due gemelle. Per Rose, da sempre assolutamente certa della fedeltà del marito, questo è un duro colpo. Sophie e le figlie costituiscono, inoltre, un grave pericolo poiché avanzano diritti concreti sull’eredità dell’uomo. Ma come spesso accade in commedie del genere, c’è posto anche per l’amore: Pierre (Matteo Bertoni) il figlio unico di Jackie (Gabriella Pezzoli) si innamora di una delle gemelle. E poiché «buon sangue non mente», anche lui ha un’amante. Insomma, il tradimento la fa proprio da padrone in questa storia. Malgrado gli infruttuosi tentativi di ridare lustro alle loro vite, le tre vedove continuano a consolarsi a vicenda e a fare progetti. La più effervescente è Marcelle (Loredana Sartorello), sempre in cerca di nuove esperienze amorose. Ma la sua delusione è grande quando il suo uomo, Jean Julien (Adolfo Vaini), di ritorno da un viaggio a Casablanca, si ripresenta… vestito da donna. La commedia è molto divertente e ricca di gustose gags sempre garbate e nel finale c’è ancora spazio per un coup de théâtre: la povera Rose, ormai rassegnata ad avere una famiglia allargata, scopre che il ragazzino del palazzo accanto è un altro figlio illegittimo del marito.
Il cast, completamente al femminile, si avvale di tre protagoniste di prim’ordine (nella foto, Campogalliani, Pezzoli e Sartorello), da sempre punti di forza della Compagnia, una delle più valide nel panorama del teatro amatoriale italiano. La loro alta professionalità ha reso più agevole il compito della regista che le ha lasciate libere nell’interpretazione dei singoli personaggi. Molto belli i costumi di Francesca Campogalliani e Diego Fusari, che ha curato anche la scenografia tradizionalmente borghese.

 

26 apr
  • Teatro di Palazzo d’Arco
  • domenica 26 aprile 2020
  • 16:00

di Ginette Beauvois-Garcin

Regia di Maria Grazia Bettini


 
dettagli  

 Vi spiegherò come mi è venuta l’idea di scrivere: "Il Clan delle Vedove"

di Ginette Beauvais-Garcin

Vi starete dicendo, leggendo queste prime righe: ma chi gliel’ha chiesto! E’ vero, ma siccome mi viene sempre fatta questa domanda, non dovrò far altro che far leggere questo foglio. Jackie Sardou* ed io, ci conosciamo da… Jackie aveva appena sposato Fernand, Michel non era ancora nato, (questo mi permette di dire che praticamente ho conosciuto Michel in stato di fabbricazione …). Dopo, ho lavorato con loro sulla Butte dove la Parigi cantante e frizzante veniva ad ascoltare Femand. Che narratore, che cantante e che bravo attore. Poi le nostre strade si sono separate, ma l’amicizia e l’affetto erano sempre presenti. Siccome la vita non è sempre divertente, Fernand se n’è andato per sempre. Ci siamo rivisti più spesso, mio marito Robert Beauvais è andato a raggiungere Fernand, un altro amico, Michel Audiard, ha fatto lo stesso. Cribri, sua moglie, si è aggiunta a noi. Tutte vedove! Per cercare di tirarci su, organizzavo delle cene a casa mia, e Jackie faceva lo stesso; poi una sera, eravamo tutte a tavola, nove vedove, da cui l’idea del clan. Non avevo mai scritto in vita mia, essendo la moglie di una persona che sapeva allineare le frasi così bene (penso che Beauvais mi tenga sempre per mano). Dunque ho scritto la commedia per Jackie Sardou, perché è un personaggio molto colorito e perché mai nessuno le aveva dato l’opportunità di diventare una star (che è adesso grazie a me, e ne sono fiera). Ma tutto questo non sarebbe mai esistito se Dominique Villard (che, a quanto pare, non tiene troppo ai suoi soldi) non avesse deciso di produrre lei stessa la commedia e di trovarne il titolo. Insomma, ancora una storia di donne! No, un uomo c’è stato, François Guérin, che è stato il primo a leggere la commedia, ha avuto fiducia in me e l’ha messa in scena. Bisogna ammetterlo.

 

NOTE DI REGIA

Il clan delle vedove "Vivere felici la solitudine e’ uno stato di grazia", una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin,andato in scena per la prima volta nel 1991,con protagonista la stessa autrice. Uno spettacolo tutto, o quasi, al femminile (tranne Adolfo Vaini ,Matteo Bertoni e i piccoli Federico e Davide Cantarelli), dove tre ex mogli (Francesca Campogalliani, Loredana Sartorello e Gabriella Pezzoli), vedove e inseparabili amiche, scoprono la doppia vita tenuta ben nascosta dai loro cari estinti: figli illegittimi (Valentina Durantini e Giulia Cavicchini), amanti procaci (Antonella Farina), e voraci, vizi e vizietti in menage paralleli. E alla fine, Marcelle, Jackie e Rose, le tre protagoniste, capiscono che in fondo, essere vedove, non e’ poi del tutto spiacevole. "Una cinica conclusione, ma molto realistica".  "Sola" è bello! Perché oggigiorno è un po’ tramontata la figura della vedova inconsolabile. Adesso le donne, anche se restano senza marito a una certa età, sanno abbastanza cogliere gli ultimi attimi fuggenti, insomma, si consolano eccome. Riprendono gusto alla vita, riescono a fare scelte che prima non potevano realizzare perché non erano loro consentite, si reinventano la quotidianità, magari fanno viaggi, incontrano persone, si distraggono. Ed è proprio questo l’argomento dello spettacolo. Se parliamo della solitudine in generale, allora si può affermare che e’ una grande conquista e non un ripiego. È uno stato di grazia".
Sono rimasta affascinata da questa commedia perché una donna e per di più attrice è riuscita a descrivere meravigliosamente le donne con ironia e senza autocommiserazione o indulgenza. Questo "Clan delle vedove", ad esempio, apparentemente contro gli uomini, in realta mette a nudo tutte le nostre debolezze esaltandole come virtù e facendo amare tutti i personaggi femminili per la loro verità e umanità.
E la regia non ha fatto altro che "riprendere" come in documentario gli aspetti più simpatici,ironici e sdrammatizzanti lasciando massima libertà di espressione ai personaggi femminili e sorridendo dei difetti maschili.

 

C’è allegria nel «Clan delle vedove»

di Walter Cortella

L’Accademia Campogalliani di Mantova approda ancora una volta al L. Rossi per presentare «Il clan delle vedove», una divertente commedia di Ginette Beauvais Garcin, scritta ormai venti anni fa, ma che a dispetto del tempo trascorso conserva ancora la freschezza e il brio di allora. Merito anche della regista Maria Grazia Bettini che ha saputo dare all’azione il giusto ritmo e i tempi della comicità.
La trama della commedia è semplice: un banale e ridicolo incidente domestico provoca la morte del marito di Rose (Francesca Campogalliani) che viene subito circondata dall’affetto di due amiche, anch’esse vedove, i cui mariti avevano a lungo coltivato relazioni extra coniugali. Nasce così un «clan» e le tre donne, dopo il primo comprensibile momento di dolore, decidono di riprendersi la loro vita, della quale i rispettivi mariti le avevano in qualche modo defraudate. Vogliono cambiar vita e con una buona dose di cinismo, capiscono che in fondo la condizione vedovile non è del tutto spiacevole. Si ripetono che è finito il tempo delle vedove inconsolabili, vestite perennemente a lutto e che è giunto il momento di vivere al meglio gli attimi fuggenti che la vita può ancora regalare. Fanno grandi progetti per riscattarsi dalla quotidianità della loro esistenza di mogli fedeli e dedite alle cure domestiche.
Ma nel momento più bello, in cui quei progetti sembrano potersi realizzare, arriva il fulmine a ciel sereno. Dal nulla sbuca Sophie Clouzot (Antonella Farina), una donna giovane e procace, che senza preamboli dichiara di essere stata per anni l’amante del marito di Rose. E come se non bastasse, da quella relazione sono nate due gemelle. Per Rose, da sempre assolutamente certa della fedeltà del marito, questo è un duro colpo. Sophie e le figlie costituiscono, inoltre, un grave pericolo poiché avanzano diritti concreti sull’eredità dell’uomo. Ma come spesso accade in commedie del genere, c’è posto anche per l’amore: Pierre (Matteo Bertoni) il figlio unico di Jackie (Gabriella Pezzoli) si innamora di una delle gemelle. E poiché «buon sangue non mente», anche lui ha un’amante. Insomma, il tradimento la fa proprio da padrone in questa storia. Malgrado gli infruttuosi tentativi di ridare lustro alle loro vite, le tre vedove continuano a consolarsi a vicenda e a fare progetti. La più effervescente è Marcelle (Loredana Sartorello), sempre in cerca di nuove esperienze amorose. Ma la sua delusione è grande quando il suo uomo, Jean Julien (Adolfo Vaini), di ritorno da un viaggio a Casablanca, si ripresenta… vestito da donna. La commedia è molto divertente e ricca di gustose gags sempre garbate e nel finale c’è ancora spazio per un coup de théâtre: la povera Rose, ormai rassegnata ad avere una famiglia allargata, scopre che il ragazzino del palazzo accanto è un altro figlio illegittimo del marito.
Il cast, completamente al femminile, si avvale di tre protagoniste di prim’ordine (nella foto, Campogalliani, Pezzoli e Sartorello), da sempre punti di forza della Compagnia, una delle più valide nel panorama del teatro amatoriale italiano. La loro alta professionalità ha reso più agevole il compito della regista che le ha lasciate libere nell’interpretazione dei singoli personaggi. Molto belli i costumi di Francesca Campogalliani e Diego Fusari, che ha curato anche la scenografia tradizionalmente borghese.