CITRA - la principessa guerriera
Madana, Vasanta, dei, e poi Citraṅgadā, di stirpe regale, e infine Arjuna, principe della casa dei Kurus. Citraṅgadā, tanto valorosa nella caccia e in guerra quanto poco avvenente, si innamora di Arjuna, bellissimo e valoroso, e riesce a ottenere dal dio dell’amore di diventare a sua volta bellissima e irresistibile per un anno, legando a sé Arjuna. Ma alla fine Citrāṅgadā capisce che il suo desiderio più profondo è essere amata da Arjuna per quello che è e non per quello che appare.
Ecco il mio primo incontro con il teatro indiano, senza dubbio stimolante, perché affrontare la regia di un testo di teatro indiano è una sfida eccitante e complessa al tempo stesso. La mia esperienza di regia “occidentale” deve approcciarsi ad una drammaturgia fondata sulla fisicità e l’estetica rituale, con una fusione di recitazione, danza e canto in un’unica performance scenica.
Gli spazi e le atmosfere vanno studiati per evocare uno stato d’animo universale con una scenografia minimalista lasciata all’immaginazione dello spettatore, ammaliato da un linguaggio straordinariamente ricco, evocativo ed immaginifico che crea meravigliosi paradisi terrestri. Così, attraverso le parole e i gesti dell’attore con luci e colori codificati per indicare la natura dei personaggi, prende vita uno spettacolo ricco di suggestioni e di contenuti nuovi ed antichi,
Anche il ritmo e i tempi teatrali cambiano nella rappresentazione indiana, ove ho fatto prevalere lentezza e intensità con una narrazione epica.
In questo lavoro specifico ho comunque cercato di fondere il nostro teatro con quello indiano per mettere in risalto il tema sociale attualissimo: l’identità del genere e della bellezza interiore verso quella esteriore. Lo spettatore potrà riflettere su temi come la fluidità di genere, la psicologia dell’identità e la decostruzione dei ruoli.
Al termine del testo la Principessa guerriera esprime un’affermazione sconvolgente e modernissima: “Io sono Citraṅgadā. Né dea, né semplice donna. Sono ciò che vedi.”
Nel momento finale, quindi, Citraṅgadā sceglie di essere una donna vera, in cui la forza del personaggio risiede nella sintesi degli opposti. Scegliendo di preferire una rottura violenta alla perpetuazione della finzione e della menzogna, dimostra di rifiutare l’oggettificazione della sua persona. E di esprimere con grande coerenza una modernità e un’attualità inconfutabili.