R.U.R. - LA FABBRICA DEI ROBOT
musiche Maria Elena Mazzella
cori Ensemble vocale Concentus Noe ETS
R.U.R. Rossum’s Universal Robots, scritta nel 1920, è l’opera teatrale che introduce nella cultura mondiale il termine «robot». Nella prima metà degli anni venti si afferma sui palcoscenici di tutto il mondo con grande rapidità: nel 1921 è in scena a Praga e Aquisgrana, un anno dopo a Varsavia, Belgrado e New York, nel 1923 a Berlino, Vienna, Londra e Zurigo, nel 1924 a Parigi, Bruxelles, Stoccolma e Tokio. Utopia planetaria che coinvolge il destino dell’intera umanità, propone una riflessione sulle paure ancestrali che l’uomo del xx secolo prova di fronte alla rapidità senza precedenti con cui il progresso scientifico avanza. La creazione di un uomo artificiale, il suo sfruttamento nel mercato del lavoro e perfino lo scoppio di guerre distruttive sono all’epoca temi già noti, ma la grande novità del dramma tragicomico di Karel Čapek consiste nel ridurre al minimo la distanza tra creatura artificiale e umana. Il robot è un operaio artificiale non meccanico, è una replica semplificata dell’uomo: nelle intenzioni dell’autore, R.U.R. è un grido d’allarme, «un ammonimento alla società tecnologica, perché si avveda in tempo del baratro in cui sta precipitando». Sarà però l’aspetto spettacolare e drammatico della lotta tra uomini e robot a catturare l’attenzione degli spettatori e a inaugurare un filone che avrà grande successo letterario e cinematografico lungo tutto il Novecento e oltre.
Il professor Alberto Jori, che ringrazio, mi ha dato la possibilità di mettere in scena un adattamento che, di fatto, è una riscrittura e un omaggio: liberare R.U.R dalla patina del tempo per attualizzarlo e farlo esplodere in tutta la sua potenza moderna. E restituire all’Italia un testo che nel resto del mondo sta vivendo una nuova, importante riscoperta. Ambientato in un’isola lontano dal mondo abitato, la messa in scena sfrutta un luogo non realista fatto di trasparenze, nel quale i robot si evolvono a fronte dei loro creatori decadenti e disconnessi dalla realtà. L’idea centrale è che la civiltà umana si sia rifugiata in un’illusione di normalità passata, mentre il mondo fuori e dentro si sta trasformando in una catena di montaggio. La trasparenza spessa e deformata dà l’idea di una serra per gli ultimi umani, per trasmettere al pubblico un senso di claustrofobia e mancanza d’aria. La scenografia è come spezzata tra futuro e passato, pareti non pareti e mobili tradizionali. Lo spettatore viene proiettato in un’esperienza immersiva e destabilizzante, che anticipa la paura per il nuovo e il diverso. L’estetica degli anni Cinquanta non è soltanto una scelta visiva. È una chiave di lettura. Le superfici lucide, i telefoni, le uniformi, le geometrie industriali convivono con un’ombra più inquietante. Quella dell’atomo. Quella della produzione di massa. Quella della standardizzazione. Il robot di R.U.R. diventa così il perfetto prodotto dell’epoca: progettato per essere identico, prevedibile, efficiente. Un essere umano senza ciò che la società considera superfluo. Senza esitazioni. Senza desideri. Senza libertà. Lo spettacolo è arricchito da cori antichi e coreografie moderne, proprio per far comprendere meglio il percorso dell’umanità verso l’automazione e la moderna intelligenza artificiale.