LAMPI D’IMBECILLITÀ
QUANDO SCRIVO MI GUIDANO LAMPI D’IMBECILLITA’
Achille Campanile
Attorno al 1920 il giovane Campanile fa il lavoro oscuro del cronista. Un giorno deve passare una mesta e patetica vicenda cimiteriale. Una povera vedova che per tanti anni ha portato quotidianamente fiori sulla tomba del marito, un mattino viene trovata riversa accanto alla lapide. Si è suicidata. “Tanto va la gatta al lardo…” è il titolo che Campanile sceglie per il suo articolo. Silvio D’Amico, allora direttore della terza pagina, sobbalza: costui o è pazzo o è un genio, e lo chiama con sé. Dobbiamo convenire con il direttore: Campanile era un genio, un genio dell’assurdo, a volte tenero, a volte feroce, un genio in grado di esplorare l’universo dove il linguaggio smette di essere un mezzo di comunicazione logica per diventare un ingranaggio comico.
A differenza di altri umoristi, Campanile spesso non punta sui difetti dei personaggi, ma sulle incongruenze linguistiche attraverso il paradosso e la trasformazione di ordinarie situazioni in sketches surreali che portano alla rottura delle regole conversazionali usando un linguaggio ricco di doppi sensi e giochi di parole.
L’eccezionalità della pagina di Campanile è di non essere nata come eccezione, come effrazione a una regola ma come la più stravagante e inverosimile delle investigazioni che siano mai state condotte sulla realtà: poche battute, due battute o addirittura una battuta gli erano sufficienti per portare alla luce una situazione drammatica e creare un mondo assolutamente libero.
UN GIORNO, AVENDO BISOGNO DI QUATTRINI MI PRESENTAI ALLO SPORTELLO DI UNA BANCA E DISSI AL CASSIERE: “PER FAVORE, MI POTREBBE PRESTARE CENTO LIRE?” IL CASSIERE MI DISSE: ”MA SA CHE LEI E’ UN UMORISTA!” COSI’ SCOPRII DI ESSERLO.
Achille Campanile