Stagione teatrale in corso

SPECIALE SETTANTENNALE E MANTOVA CAPITALE DELLA CULTURA


giovedì, 21 aprile 2016 - ore 21:00

Teatro Bibiena

La visita di Wolfgang Amadeus Mozart a Mantova

a cura di Diego Fusari

ingresso libero

Al pianoforte

Gianmarco Carnazza

 

allievo del maestro Salvatore Spanò, Direttore del Conservatorio

“Lucio Campiani di Mantova

 

 

Programma esecuzioni musicali:

 

 

Wolfgang Amadeus Mozart

Sonata per pianoforte in do maggiore2º movimento

 

"Mozart Reincarnato"

dal film

La leggenda del pianista sull’oceano (1998)

 

 

Wolfgang Amadeus Mozart

Fantasia in Re minore KV 397 per pianoforte



L’incontro con Mantova di Wolfgang Amadeus Mozart in uno spettacolo rievocativo del soggiorno mantovano del giovane musicista salisburghese, accompagnato dal padre Leopold, in occasione del primo viaggio in Italia tra la fine del 1769 e l’inizio del 1770, dopo aver sostato a Rovereto e Verona. I Mozart arrivarono a Mantova il 10 gennaio 1770 grazie ad una lettera di presentazione del conte Giorgio D’Arco, gran maestro di Corte a Salisburgo, al cugino mantovano Giovan Battista Gherardo; in città furono ospiti delle più illustri famiglie ed assistettero a ricevimenti e spettacoli teatrali. La serata più importante fu il memorabile concerto che il giovane Amadeus, all’epoca ancora tredicenne, tenne con il padre nel nuovo Teatrino dell’Accademia la sera del 16 gennaio 1770, riscuotendo un clamoroso successo tra la nobiltà locale e gli esperti musicisti che lo consacrarono astro nascente nel panorama musicale contemporaneo. Il soggiorno mantovano coincide con una delle pagine più significative per la storia del teatro mantovano ed italiano nell’età teresiana, non solo per la presenza del giovane talento musicale, ma anche perché l’episodio resta legato all’inaugurazione dell’incomparabile teatrino di Antonio Galli Bibiena, voluto dalla Reale Accademia di Scienze, Lettere ed Arti istituita qualche anno prima dall’Imperatrice Maria Teresa d’Austria.
 

sabato, 30 aprile 2016 - dalle ore 15:00 alle 18:00
sabato, 14 maggio 2016 - dalle ore 14:30 alle 17:00

Palazzo D’Arco

Vivaci riflessi del passato

a cura di Diego Fusari

Sabato 30 aprile e sabato 14 maggio, nell’ambito della programmazione degli eventi di Mantova Capitale Italiana della Cultura 2016, che per il mese di aprile sono dedicati al Settecento, l’Accademia Teatrale Campogalliani, con la Fondazione D’Arco, ha ideato un percorso di visita al Palazzo D’Arco animato da alcuni personaggi significativi per la storia della casata.
Il percorso guidato di visita al Museo sarà infatti animato da performance di attori della Compagnia Teatrale Campogalliani: come fugaci riflessi dallo specchio del passato alcuni personaggi in costume d’epoca rievocheranno illustri membri della famiglia d’Arco.
Nel corso della visita guidata i visitatori incontreranno il conte Giovanni Battista Gherardo nel salone degli antenati che racconterà l’origine del palazzo nelle sue forme attuali, nella biblioteca sarà Carlo D’Arco,storico insigne, che parlerà dei suoi studi e delle sue pubblicazioni; nella sala vittoriana o sala rossa Giovanna De’Capitani D’Arzago intratterrà il pubblico con un accenno alla sua partecipazione alle vicende patriottiche della storia risorgimentale mantovana.
Il percorso proseguirà nel museo naturalistico dove il conte Luigi D’Arco spiegherà l’origine delle raccolte ivi conservate e per finire nella stanza da letto dell’ultima discendente Giovanna, la contessa leggerà alcune poesie di sua composizione ed esprimerà la sua volontà testamentaria di lasciare il palazzo aperto al pubblico per tramite della Fondazione che ora lo presiede.
I personaggi sopracitati saranno interpretati da Diego Fusari (Giovanni Battista Gherardo), Mario Zolin (Carlo D’Arco), Maddalena Airaghi ( Giovanna De’ Capitani D’Arzago), Mauro Missimi ( Luigi D’Arco) e Francesca Campogalliani ( Giovanna D’Arco Guidi Di Bagno). Per tutto il palazzo e nel giardino passeggeranno personaggi in costume d’epoca che , come i protagonisti della storia contribuiranno a dare l’illusione ai visitatori di trovarsi immersi nel passato e a rendere ancora più vivo un palazzo perfettamente conservato ed arredato ora restituito alla città in forma splendente.
All’evento è stato dato il titolo "Vivaci riflessi dal passato" e sarà possibile partecipare presentandosi alla biglietteria del Museo ed acquistando il normale biglietto d’ingresso, che è già comprensivo della visita guidata.
 

 

venerdì, 6 e sabato 7 maggio 2016 - ore 21:00

Teatro d’Arco

Matilde & Mathilda

di Edgarda Ferri

Regia di Italo Scaietta

ingresso libero

Una storia, tre voci che s’intrecciano, sospese fuori dallo spazio e dal tempo: la prima, quella di Mathilda di Canossa, la seconda quella di Matilde, donna del nostro tempo, la terza quella della Storia.

venerdì, 13 maggio 2016 - ore 18:00

Biblioteca Teresiana - Sala delle Vedute

Baracca & Burattini

Regia di Aldo Signoretti
ripresa da Maria Grazia Bettini

ingresso libero fino ad esaurimento posti, con priorità per coloro che avranno prenotato per primi telefonando al numero 0376 338 450

Nel 2016 l’Accademia festeggia il suo Settantennale impegnandosi nella produzione di nuovi spettacoli, riprendendone alcuni dal suo repertorio e partecipando ai progetti per Mantova Capitale Italiana della Cultura. In quest’ambito, e più precisamente nella sezione di Mantova Contemporanea, si collocano due eventi  che concorrono insieme a celebrare il traguardo eccezionale raggiunto dall’Accademia e il personaggio di cui porta orgogliosa il nome:  Francesco Campogalliani.

La riduzione di un allestimento più articolato messo in scena dieci anni fa per un’idea di Aldo Signoretti con la scrittura teatrale di Alberto Cattini e la presentazione del Fondo Francesco ed Ettore Campogalliani, custodito presso la Biblioteca Teresiana, creano ora un incontro singolare e vivo fra gli spettatori e l’eccelso burattinaio, artista di grande fascino creativo, di indiscussa onestà intellettuale, poeta di solida vena nostrana, uomo di seria cultura che conosce i classici, sa di musica, di letteratura e di filosofia, che ha avuto l’ammirazione di Ermete Novelli, Ermete Zacconi, Cesare Zavattini, Trilussa, Federico Fellini. 

Ora saranno gli attori, fattisi per incanto straordinari e chiassosi burattini, a rappresentare due farse per teatro di figura: SANDRONE AI BAGNI DI SALSOMAGGIORE e IL MERLO ma, una volta usciti dalla baracca per dialogare con il loro creatore, ecco che riveleranno appieno la loro identità umana. E il burattinaio, che proprio così li aveva sempre considerati, uomini, anche migliori di quelli veri, sale in palcoscenico, protagonista della propria storia, si racconta e s’intrattiene con la “lignea famiglia” usando parole e pensieri tratti proprio dal Fondo che ora si presenta al pubblico nella molteplicità delle sue testimonianze: burattini, copioni, borderò, bozzetti, musiche, locandine, scritti in prosa e in poesia, corrispondenza, stralci di giornale.

E allora, come non pensare che anche per noi che ne tramandiamo l’arte e il nome, possano essere profetiche le parole che scrisse un giorno Tomaso Monicelli: “Perché http://www.teatro-campogalliani.it. Campogalliani è una ditta che non deve morire”.

27 e 28 maggio 2016 - ore 21:00
29 maggio 2016 - ore 16:00

Teatro d’Arco

OPS! Mi scappa da ridere!

SAGGIO DELLA SCUOLA DI TEATRO CAMPOGALLIANI

Regia di Maria Grazia Bettini e Mario Zolin

Gli autori e le opere

Stefano Benni (1947-vivente)
I suoi romanzi e racconti contengono, non solo tramite la costruzione di mondi e situazioni immaginarie, una forte satira della società italiana degli ultimi decenni. Il suo stile di scrittura fa ampio uso di giochi di parole, neologismi e parodie di altri stili letterari.

Achille Campanile (1899-1977)
Nel mondo della cultura degli anni Venti, Campanile non tardò a far notare una spiccata vocazione per una composizione anticonvenzionale ed incline alla ricerca dell’effetto. E’ stato variamente accostato alle ricerche sull’assurdo di Ionesco ed al surrealismo, ma secondo alcune visioni costituirebbe un unicum, un caso pienamente a sé e di non facile comparazione. In particolare Umberto Eco ne analizzò lo stile e la modernità del suo umorismo paradossale e surreale.

Georges Courteline (1858-1929)
E’ stato un poeta, scrittore e drammaturgo francese, nonché accademico di Francia. Fu un autore dalla spiccata vena umoristica e i suoi lavori di drammaturgo e romanziere sono quasi sempre caratterizzati da una forte vena satirica, spesso esilaranti, comunque beffardi verso le incongruenze notate frequentando l’élite altoborghese parigina del tempo. Courteline fece dei dialoghi l’arma vincente per disegnare i caratteri che andava definendo nelle sue prose.

Aldo Nicolaj (1920-2004)
Una vita movimentata, dalla deportazione in Germania durante la guerra al soggiorno in Sudamerica come addetto culturale all’Ambasciata del Guatemala, al trasferimento a Roma. Filo conduttore di questi anni e dei successivi è la produzione incessante di testi teatrali, commedie e atti unici. Nelle sue commedie, molto rappresentate all’estero seppe sperimentare diversi stili, passando con disinvoltura dal simbolismo al neorealismo, dal surrealismo al teatro dell’assurdo.

Karl Valentin (1882-1948)
E’ stato un cabarettista, attore teatrale e produttore cinematografico tedesco, che ha avuto una influenza significativa sulla cultura tedesca al tempo della Repubblica di Weimar. Esponente di spicco del cabaret tedesco, Valentin fu attore comico di innovazione, tanto da divenire in breve tempo un punto di riferimento per artisti che da lui presero spunto, come il drammaturgo e teorico del teatro tedesco Bertolt Brecht. Scrisse numerosi sketch comici. Leggendaria la sua cooperazione con Liesl Karlstadt. Lo humour talvolta dadaista di Karl Valentin è strettamente legato alla lingua e alla mentalità bavarese.

Cos’hanno in comune autori come Georges Courteline, Achille Campanile, Stefano Benni, Karl Valentin e Aldo Nicolai? Anche se vissuti in Paesi e periodi diversi, questi autori teatrali sono accomunati da una spiccata vocazione per tutto ciò che è anticonvenzionale e per una sagace vena umoristica. I dialoghi delle loro opere sono spesso esilaranti, caratterizzati da una forte impronta di ironia e di satira, con cui si prendono gioco beffardamente delle incongruenze della società piccolo borghese in cui vivono. Spesso contaminati dal Teatro dell’assurdo, scrivono con linguaggio paradossale, farcito di non-sense, giochi di parole, neologismi ed aforismi, creando sul palcoscenico situazioni comiche e surreali. Dal loro ricco repertorio di commedie, monologhi e dialoghi, gli allievi del Primo Corso di teatro dell’Accademia Campogalliani interpreteranno le opere sopra indicate.
 

sabato, 28 maggio 2016 - ore 22:30

Lungorio, sotto le ex Beccherie

Dracula

a cura di Maria Grazia Bettini, per MANTOVA CREATIVA

ingresso libero

Nel 1897 lo scrittore irlandese Bram Stoker pubblica il romanzo “DRACULA” nel quale, ispirandosi alla figura del sanguinario Vlad III di Valacchia narra l’inquietante vicenda del conte vampiro che vive nel castello immerso nei boschi della Transilvania.
Gli attori della Campogalliani, sul Lungorio sotto le ex Beccherie, leggeranno una riduzione teatrale per farvi rivivere un’atmosfera di suspense e paura, in compagnia di un Vampiro!



Lettura drammatizzata di riduzione teatrale con musiche e immagini
Sembra incredibile che dietro le figure vampiresche che ci vengono presentate nella modernità, si celi una tradizione secolare che risale addirittura oltre al medioevo. Nel 1897 lo scrittore Irlandese Bram Stoker pubblicò il romanzo "Dracula", nel quale, ispirandosi alla figura di Vlad III di Valacchia, affrontò la vicenda di un conte vampiro nascosto nel suo castello immerso fra i boschi della Transilvania. Questo romanzo ebbe un enorme successo ed oltre ad essere divenuto uno dei racconti classici più noti della letteratura, ha reso Dracula il simbolo del vampirismo.
In tutti i romanzi, fedeli alla tradizione gotica, il vampiro conduce uno stile di vita romantico e decadente sullo sfondo di atmosfere cupe e misteriose: castelli, cimiteri, foreste, ecc. Egli è quasi sempre circondato da "creature della notte" fra cui pipistrelli e lupi, che incutono terrore a chi li incontra e che rappresentano il pericolo. Nell’800 il Vampiro veniva considerato l’incarnazione del male, l’ombra del passato, l’irrazionalità e l’inspiegabilità dell’inconscio, il buio. Lo stesso Freud definì: "palude fangosa dell’occultismo" l’insieme di superstizioni e spiritismo.
L’eroe che sconfigge i Vampiri è infatti nella maggior parte dei casi uno scienziato, rappresentante del progresso ed eroe del Positivismo, anche se paradossalmente utilizza strumenti non proprio scientifici come paletti di frassino, croci d’argento e acqua santa, ma soprattutto ricorre alla fede, che vince ogni male.

giovedì, 30 giugno 2016 - ore 19:00

PARCO DELL’ARTE
festa di chiusura per Mantova Contemporanea

Pillole di teatro

Regia di
Maria Grazia Bettini

ACQUA E SAPONE

di Aldo Nicolaj

Francesca si gode la sua cella di prigione, dalla quale sono banditi germi, polvere e acari, nell’esaltazione di un furore tanto igienico quanto criminale. Si è creata un mondo nel quale la sua visione si sovrappone alla realtà, proponendone un’interpretazione ironica e graffiante che ci fa dubitare della nostra. Francesca entra in scena in penombra, delimita con uno scotch il suo campo d’azione e vi ci accede contemporaneamente alla luce che la rivela di bianco vestita. E’ entusiasta del lavandino dove scorre un’acqua limpida tutta per lei. Può lavarsi quanto vuole e catturare granelli di polvere prima che si posino in attesa di esser spolverati. Ringrazia il cielo di esser stata rinchiusa per sempre e di aver meritato l’isolamento così da non dover condividere nulla con le sporcaccione che non hanno idea di cosa sia la pulizia. Anche lei, durante la guerra, è stata costretta a fare di necessità virtù: sparito il sapone, riempitosi il mondo di sozzoni, ha pensato di trasformare il loro grasso, meravigliandosi che i più sporchi dessero vita al migliore. Con grandi occhi, piccole pause, acqua che scorre e uno sgabello brandito per fermare una suorina che vorrebbe farle prendere un’ora d’aria, può definirsi un personaggio tanto irragionevole quanto accattivante.
 

L’IMPERDONABILE

di Roberto Mazzucco

Dopo anni di lunga e consolidata amicizia, un rispettabile impiegato di banca si sfoga per aver scoperto le malefatte e i tradimenti compiuti alle sue spalle dal suo migliore amico di infanzia: l’inappuntabile Faustino. A poco a poco viene a galla la torbida e perversa personalità dell’insospettabile amico con finale a sorpresa.

 

IL CADAVERE

di Aldo Nicolaj

Il testo ha come protagoniste Giulia, giovane vedova di Vittorio, e l’amica, la signora De Crampon. Insieme evocano il marito della prima, «il caro estinto» appunto. Più il discorso e le confidenze avanzano, più la figura di Vittorio si rivela mostruosa e ambigua. Si scoprirà infatti che il morto era un uomo crudele: non solo aveva rapporti con vecchie, bambine e uomini, ma tra le sue innumerevoli conquiste poteva vantare anche quella della signora de Crampon. La varietà delle situazioni e delle atmosfere produce un mix comicamente esplosivo che oscilla tra leggerezza e gravità, come tutto il teatro di De Obaldia.

 

ACQUA MINERALE

di Achille Campanile

Come tanti altri episodi narrati o contenuti nelle commedie di Campanile, anche il dialogo "Acqua minerale" prende spunto dalla realtà ed in particolare da un momento importante della vita dello scrittore. Campanile è diventato padre per la nascita del figlio Gaetano, ma questa nascita è scaturita dall’unione solo religiosa con Giuseppina Bellavita, non avendo ancora, lo scrittore, ottenuto l’annullamento del precedente matrimonio. Quindi una unione, a quei tempi considerata "illegittima" e "naturale". Tutto ciò diventa il pretesto per un esilarante scambio di battute in un serratissimo dialogo con un cameriere a proposito dell’ordinazione delle bevande al ristorante. Giocando sull’equivoco che può nascere dall’uso delle parole "naturale"- "minerale" e “legittimo", Campanile inserisce la sua vicenda personale che lo angoscia, risolvendola in modo ironico. Alla fine non si sa più se è l’acqua ad essere minerale o naturale o legittima o, viceversa, il figlio.


venerdì, 1 luglio 2016 - ore 21:30

Parco delle Bertone

in collaborazione con Amici dei Musei

Baracca e Burattini

regia di Aldo Signoretti
ripresa da Maria Grazia Bettini

Nel 2016 l’Accademia festeggia il suo Settantennale impegnandosi nella produzione di nuovi spettacoli, riprendendone alcuni dal suo repertorio e partecipando ai progetti per Mantova Capitale Italiana della Cultura. In quest’ambito, e più precisamente nella sezione di Mantova Contemporanea, si collocano due eventi  che concorrono insieme a celebrare il traguardo eccezionale raggiunto dall’Accademia e il personaggio di cui porta orgogliosa il nome:  Francesco Campogalliani.

La riduzione di un allestimento più articolato messo in scena dieci anni fa per un’idea di Aldo Signoretti con la scrittura teatrale di Alberto Cattini e la presentazione del Fondo Francesco ed Ettore Campogalliani, custodito presso la Biblioteca Teresiana, creano ora un incontro singolare e vivo fra gli spettatori e l’eccelso burattinaio, artista di grande fascino creativo, di indiscussa onestà intellettuale, poeta di solida vena nostrana, uomo di seria cultura che conosce i classici, sa di musica, di letteratura e di filosofia, che ha avuto l’ammirazione di Ermete Novelli, Ermete Zacconi, Cesare Zavattini, Trilussa, Federico Fellini. 

Ora saranno gli attori, fattisi per incanto straordinari e chiassosi burattini, a rappresentare due farse per teatro di figura: SANDRONE AI BAGNI DI SALSOMAGGIORE e IL MERLO ma, una volta usciti dalla baracca per dialogare con il loro creatore, ecco che riveleranno appieno la loro identità umana. E il burattinaio, che proprio così li aveva sempre considerati, uomini, anche migliori di quelli veri, sale in palcoscenico, protagonista della propria storia, si racconta e s’intrattiene con la “lignea famiglia” usando parole e pensieri tratti proprio dal Fondo che ora si presenta al pubblico nella molteplicità delle sue testimonianze: burattini, copioni, borderò, bozzetti, musiche, locandine, scritti in prosa e in poesia, corrispondenza, stralci di giornale.

E allora, come non pensare che anche per noi che ne tramandiamo l’arte e il nome, possano essere profetiche le parole che scrisse un giorno Tomaso Monicelli: “Perché http://www.teatro-campogalliani.it. Campogalliani è una ditta che non deve morire”.

martedì, 5 luglio 2016 - ore 21:30

Suzzara - cortile Piazzalunga

Baracca & Burattini

Suzzara 2016
Cinema, Teatro e Musica all’aperto

Nel 2016 l’Accademia festeggia il suo Settantennale impegnandosi nella produzione di nuovi spettacoli, riprendendone alcuni dal suo repertorio e partecipando ai progetti per Mantova Capitale Italiana della Cultura. In quest’ambito, e più precisamente nella sezione di Mantova Contemporanea, si collocano due eventi  che concorrono insieme a celebrare il traguardo eccezionale raggiunto dall’Accademia e il personaggio di cui porta orgogliosa il nome:  Francesco Campogalliani.

La riduzione di un allestimento più articolato messo in scena dieci anni fa per un’idea di Aldo Signoretti con la scrittura teatrale di Alberto Cattini e la presentazione del Fondo Francesco ed Ettore Campogalliani, custodito presso la Biblioteca Teresiana, creano ora un incontro singolare e vivo fra gli spettatori e l’eccelso burattinaio, artista di grande fascino creativo, di indiscussa onestà intellettuale, poeta di solida vena nostrana, uomo di seria cultura che conosce i classici, sa di musica, di letteratura e di filosofia, che ha avuto l’ammirazione di Ermete Novelli, Ermete Zacconi, Cesare Zavattini, Trilussa, Federico Fellini. 

Ora saranno gli attori, fattisi per incanto straordinari e chiassosi burattini, a rappresentare due farse per teatro di figura: SANDRONE AI BAGNI DI SALSOMAGGIORE e IL MERLO ma, una volta usciti dalla baracca per dialogare con il loro creatore, ecco che riveleranno appieno la loro identità umana. E il burattinaio, che proprio così li aveva sempre considerati, uomini, anche migliori di quelli veri, sale in palcoscenico, protagonista della propria storia, si racconta e s’intrattiene con la “lignea famiglia” usando parole e pensieri tratti proprio dal Fondo che ora si presenta al pubblico nella molteplicità delle sue testimonianze: burattini, copioni, borderò, bozzetti, musiche, locandine, scritti in prosa e in poesia, corrispondenza, stralci di giornale.

E allora, come non pensare che anche per noi che ne tramandiamo l’arte e il nome, possano essere profetiche le parole che scrisse un giorno Tomaso Monicelli: “Perché http://www.teatro-campogalliani.it. Campogalliani è una ditta che non deve morire”.

venerdì, 8 luglio 2016 - ore 21:30

Parco delle Bertone

Shakespeare dreams

in collaborazione con Amici dei Musei

Regia di Maria Grazia Bettini

L’universo delle opere shakespeariane è popolato di personaggi che abitano ed agiscono su vari piani e dimensioni sospese. Esseri ed energie che nel sogno vivono di un interscambio continuo, riportandoci poi alla dinamica della ragione, che conosciamo come riferimento e luogo della cosiddetta razionalità e comunicazione. Nel luogo di riferimento viene così riportata, assimilata e riadattata ogni immagine ed esperienza vissuta nelle altre dimensioni mentali e fisiche. Per Shakespeare molte di queste esperienze avvengono nei boschi, nei giardini, quasi sempre in ore notturne.
Nella notte shakesperiana arriva di tutto... Alcune volte i luoghi sono interni o vicinanze di stanze e torri di castelli(il fantasma del padre di AMLETO), ma sempre nella notte, stato oscuro di abbandono, perdita di dimensione logica, con possibili spostamenti di tempo e di livelli. L’intreccio delle trame diviene volutamente difficoltoso da seguire, si intersecano vari piani dei racconti, che successivamente confluiranno e si chiariranno in vista del finale.
Commedia di ambiente boschivo, dove avvengono prodigi tra personaggi umani ed animali è IL SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE, scritta tra il 1595 e 1596. Una commedia fantastica e vivace, omaggio di Shakespeare all’innamoramento cieco e folle. La vita delle strade londinesi si mescola al mondo magico dei folletti in una storia romantica ed intricata, pare fosse stata ideata per festeggiare le nozze del maestro inglese. Un sogno senza fondo per dare la dimensione di un infinito universo interiore.
Nel dramma di MACBETH Shakespeare usa il sangue, il coltello o il pugnale come simboli, anche qui e’ la notte accompagnata da uno stato allucinatorio incalzante e folle che porta la coppia dei due assassini a scoprirsi, autodenunciandosi. Un mondo che si trasforma, che diviene un incubo, perdendo ogni possibile riferimento al quotidiano, scandito dalle tormentose, oscure predizioni delle tre streghe. Le streghe della predizione di Macbeth influenzeranno tutta l’opera, innalzandolo prima e portandolo alla perdizione poi.
Qualunque sapore abbiano, siano essi sogni od incubi, il loro sapore cambia ed abbraccia piani differenti.
Ne LA TEMPESTA, abbiamo la definizione contenutistica del significato del sogno, che interagisce con gli altri stati umani: Prospero: Noi siamo fatti della stessa sostanza materiale di cui sono fatti i sogni, e la nostra breve vita è ruotante nel sonno.
In Shakespeare il sogno diviene premonizione, indicazione da percorrere, rivelazione, sempre coinvolgimento completo, totalizzante. Il sogno sembra apparire il nostro riferimento reale, perché? Se dovessimo rispondere alla domanda: noi cosa siamo? Potremmo dire: noi siamo il sogno, cioè: siamo fatti della materia di cui son fatti i sogni, per dirla come Shakespeare ci indica nella sua opera testamentaria: La tempesta.

venerdì, 15 luglio 2016 - ore 21:00

Villimpenta

OPS! Mi scappa da ridere!

Regia di Maria Grazia Bettini

Gli autori e le opere


René de Obaldia
è un drammaturgo e poeta francese, membro dell’Académie française. Cresciuto a Parigi, studiò al lycée Condorcet e la sua carriera iniziò nel 1960 grazie a Jean Vilar, che presentò la sua prima grande opera, Génousie, al Théâtre national populaire. Poi scrisse Le Satyre de la Villette, presentata con André Barsacq al Théatre de l’Atelier, una commedia che lo fece entrare fra i grandi della drammaturgia francese. Per oltre cinquant’anni, Obaldia è stato uno dei più rappresentati drammaturghi in francese e anche uno dei più conosciuti a livello internazionale, visto che le sue opere sono state tradotte in 28 lingue. Nel suo stile la critica ha sottolineato la semplicità. Le sue opere affrontano temi contemporanei, trattandoli in maniera comica. In Génousie, ad esempio, Obaldia rimpiazza la lingua francese con il "genusiano", un linguaggio fantastico.

Stefano Benni (1947-vivente)
I suoi romanzi e racconti contengono, non solo tramite la costruzione di mondi e situazioni immaginarie, una forte satira della società italiana degli ultimi decenni. Il suo stile di scrittura fa ampio uso di giochi di parole, neologismi e parodie di altri stili letterari.

Achille Campanile (1899-1977)
Nel mondo della cultura degli anni Venti, Campanile non tardò a far notare una spiccata vocazione per una composizione anticonvenzionale ed incline alla ricerca dell’effetto. E’ stato variamente accostato alle ricerche sull’assurdo di Ionesco ed al surrealismo, ma secondo alcune visioni costituirebbe un unicum, un caso pienamente a sé e di non facile comparazione. In particolare Umberto Eco ne analizzò lo stile e la modernità del suo umorismo paradossale e surreale.

Aldo Nicolaj (1920-2004)
Una vita movimentata, dalla deportazione in Germania durante la guerra al soggiorno in Sudamerica come addetto culturale all’Ambasciata del Guatemala, al trasferimento a Roma. Filo conduttore di questi anni e dei successivi è la produzione incessante di testi teatrali, commedie e atti unici. Nelle sue commedie, molto rappresentate all’estero seppe sperimentare diversi stili, passando con disinvoltura dal simbolismo al neorealismo, dal surrealismo al teatro dell’assurdo.

Cos’hanno in comune autori come René De Obaldia, Achille Campanile, Stefano Benni e Aldo Nicolai? Anche se vissuti in Paesi e periodi diversi, questi autori teatrali sono accomunati da una spiccata vocazione per tutto ciò che è anticonvenzionale e per una sagace vena umoristica. I dialoghi delle loro opere sono spesso esilaranti, caratterizzati da una forte impronta di ironia e di satira, con cui si prendono gioco beffardamente delle incongruenze della società piccolo borghese in cui vivono. Spesso contaminati dal Teatro dell’assurdo, scrivono con linguaggio paradossale, farcito di non-sense, giochi di parole, neologismi ed aforismi, creando sul palcoscenico situazioni comiche e surreali. Dal loro ricco repertorio di commedie, monologhi e dialoghi, gli allievi del Primo Corso di teatro dell’Accademia Campogalliani interpreteranno le opere sopra indicate.
 

martedì, 19 luglio 2016 - ore 21:30

Suzzara - cortile Piazzalunga

OPS! Mi scappa da ridere!

Suzzara 2016
Cinema, Teatro e Musica all’aperto

Gli autori e le opere

Stefano Benni (1947-vivente)
I suoi romanzi e racconti contengono, non solo tramite la costruzione di mondi e situazioni immaginarie, una forte satira della società italiana degli ultimi decenni. Il suo stile di scrittura fa ampio uso di giochi di parole, neologismi e parodie di altri stili letterari.

Achille Campanile (1899-1977)
Nel mondo della cultura degli anni Venti, Campanile non tardò a far notare una spiccata vocazione per una composizione anticonvenzionale ed incline alla ricerca dell’effetto. E’ stato variamente accostato alle ricerche sull’assurdo di Ionesco ed al surrealismo, ma secondo alcune visioni costituirebbe un unicum, un caso pienamente a sé e di non facile comparazione. In particolare Umberto Eco ne analizzò lo stile e la modernità del suo umorismo paradossale e surreale.

Aldo Nicolaj (1920-2004)
Una vita movimentata, dalla deportazione in Germania durante la guerra al soggiorno in Sudamerica come addetto culturale all’Ambasciata del Guatemala, al trasferimento a Roma. Filo conduttore di questi anni e dei successivi è la produzione incessante di testi teatrali, commedie e atti unici. Nelle sue commedie, molto rappresentate all’estero seppe sperimentare diversi stili, passando con disinvoltura dal simbolismo al neorealismo, dal surrealismo al teatro dell’assurdo.

Roberto Mazzucco (1927-1989)
È stato un autore versatile, voce solitaria e singolare, volto verso ogni genere drammaturgico, ma con prevalente interesse per la satira politica e di costume. Ha rappresentato sette commedie e 14 atti unici, oltre a varie presenze nel cabaret, di cui fu promotore e organizzatore negli anni ‘60. La sua scrittura rifuggiva dal naturalismo e spesso vagava felicemente sul terreno dell’assurdo.

Cos’hanno in comune autori come Achille Campanile, Stefano Benni, Aldo Nicolai e Roberto Mazzucco? Anche se vissuti in Paesi e periodi diversi, questi autori teatrali sono accomunati da una spiccata vocazione per tutto ciò che è anticonvenzionale e per una sagace vena umoristica. I dialoghi delle loro opere sono spesso esilaranti, caratterizzati da una forte impronta di ironia e di satira, con cui si prendono gioco beffardamente delle incongruenze della società piccolo borghese in cui vivono. Spesso contaminati dal Teatro dell’assurdo, scrivono con linguaggio paradossale, farcito di non-sense, giochi di parole, neologismi ed aforismi, creando sul palcoscenico situazioni comiche e surreali. Dal loro ricco repertorio di commedie, monologhi e dialoghi, gli allievi del Primo Corso di teatro dell’Accademia Campogalliani interpreteranno le opere sopra indicate.
 

sabato, 1 ottobre 2016 - ore 18:00

Biblioteca Teresiana - I Sala Teresiana
Via Ardigò, 13 - Mantova

Il testamento di Virgilio

un atto di Chiara Prezzavento

Ragia di Maria Grazia Bettini

ingresso libero

NOTA DELL’AUTORE

Tradizione vuole che, in punto di morte, Virgilio abbia chiesto con insistenza la distruzione della sua opera incompiuta, il poema epico che ancora non si chiamava Eneide. Ma il poema era una straordinaria celebrazione di Roma e del suo mito, bella nella sua incompiutezza: Vario Rufo, poeta a sua volta e amico di Virgilio, non obbedì alla richiesta ed ebbe da Augusto l’incarico di curare la pubblicazione dell’Eneide così come Virgilio l’aveva lasciata. È per una disobbedienza alla volontà di un amico defunto che il poema è giunto a noi attraverso venti secoli, con l’occasionale verso imperfetto, con qualche incoerenza, con le sue asimmetrie narrative e con un eroe cui forse – forse! – l’autore non ha fatto in tempo a instillare, a completamento delle virtù romane, la scintilla vitale. I latinisti si sono interrogati a non finire sul brusco finale del Libro XII, e innumerevoli generazioni di studenti ginnasiali, me compresa, hanno storto il naso davanti al Pio Enea, più paradigma di obbedienza e abnegazione che essere umano. Rileggendo il poema con occhi adulti, e con la libertà e il gusto di cui non avevo beneficiato sui banchi di scuola, mi sono trovata a meditare, più che sulle vicende di Enea e dei suoi, su ciò che Virgilio non ebbe tempo di compiere prima di morire. La tentazione di considerare la gelida caratterizzazione di Enea un difetto da prima stesura era irresistibile – e non ho resistito. Il mio Virgilio, che torna nei sogni di Vario Rufo per deciderlo a bruciare il manoscritto incompiuto, non si preoccupa tanto dell’imperfezione dei versi, quanto di non avere avuto il tempo di tratteggiare compiutamente i significati e i messaggi che voleva nella sua opera. Ma a complicare il dilemma di Vario, lacerato tra la lealtà all’amico e l’ammirazione per il poema, irrompono nel sogno i personaggi dell’Eneide – non l’eroe eponimo e vincitore, ma gli sconfitti: Creusa, Turno e Amata, colmi di risentimento e certi che solo la distruzione del manoscritto li libererà dalla sorte cui Virgilio li ha condannati. Ed ecco che la lotta per il rogo dell’Eneide diventa una metafora per l’intrecciarsi di arte e vita, dovere e istinti primari, libero arbitrio e destino, amore, sconfitta, giustizia e memoria – in una parola, l’umanità.
Difficilmente la questione di che cosa davvero mancasse al compimento dell’Eneide troverà una risposta inoppugnabile. Dove storiografia e filologia non possono giungere, tuttavia, al teatro è consentito tessere, con la richiesta di Virgilio, i dubbi di Vario e la volontà di Augusto, una riflessione sul rapporto tra l’autore e la sua opera.

Chiara Prezzavento

RASSEGNA AL TEATRO SOCIALE DI MANTOVA


“I GRANDI CLASSICI”

L’Accademia Teatrale “Francesco Campogalliani” quest’anno festeggia il Settantennale della sua fondazione e della sua presenza continuativa e prestigiosa dal 1946 nel tessuto culturale cittadino e nazionale.
Per celebrare questo traguardo eccezionale, ha scelto di presentare al Teatro Sociale di Mantova quattro spettacoli del suo repertorio recente più celebrato.
Nei quattro giovedì del mese di ottobre 2016 verranno dunque portati in scena altrettanti grandi autori con titoli del tutto straordinari.

giovedì, 6 ottobre 2016 - ore 21:00

RASSEGNA AL TEATRO SOCIALE DI MANTOVA

Pigmalione

di George Bernard Shaw

Regia di Maria Grazia Bettini

GEORGE BERNARD SHAW

George Bernard Shaw nacque a Dublino, il 26 luglio 1856 in una famiglia povera di origine inglese.
Dopo aver lavorato per qualche tempo come impiegato, nel 1876, si trasferì nella Londra vittoriana, dove la madre insegnava canto, squattrinato ma armato di tante idee.
Entrò subito in contatto con William Archer, traduttore di Ibsen, e William Morris.
In quegli anni la lettura de "Capitale" di Karl Marx lo fece aderire al socialismo; in politica fu tra i fondatori della Fabian Society (1884), gruppo di intellettuali socialisti, i cui programmi si adoperò a propagare con vari scritti e conferenze, guadagnandosi da vivere come critico letterario, musicale e teatrale.
Intrapresa l’attività letteraria, scrisse, fra il 1879 ed il 1883, cinque romanzi, che furono pubblicati soltanto cinque anni dopo.
Dal 1892 cominciò la sua lunga carriera teatrale, di forte impronta sociale, con la rappresentazione al Royal Theatre della prima commedia: "Widower’s houses" (Le case del vedovo), contro i proprietari delle case fatiscenti dei sobborghi operai londinesi e toccò anche il tema scabroso della prostituzione femminile in "La professione della signora Warren" (1894); nel 1897 ottenne il successo con "The devil’s disciple" (Il discepolo del diavolo).
Sposò nel 1898 Charlotte Payne-Townshend, ereditaria irlandese che lo distolse dalle preoccupazioni finanziarie e gli permise di dedicarsi a tempo pieno al teatro: la produzione si moltiplicò con i drammi "Cesare e Cleopatra", "Uomo e superuomo" e "Il maggiore Barbara", anche se la sua opera più famosa sarà, appunto, "Pigmalione" del 1914, in cui George Bernard Shaw affronta alcuni dei suoi temi principali, dall’emancipazione femminile al discorso sul linguaggio.
Negli anni che seguirono la prima guerra mondiale, Shaw acuì il suo carattere sarcastico e nel 1923 scrisse quello che è considerato il suo capolavoro, "Santa Giovanna" (Saint Joan).
Nel 1925 arrivò la sua consacrazione internazionale: gli venne conferito il premio Nobel per la Letteratura ma rifiutò, comunque, di ritirare il premio in denaro.
Anche anziano, ultranovantenne, continuò a scrivere: morì il 02 novembre 1950 in seguito ad una caduta mentre inseguiva una farfalla nella sua residenza di Ayot St Lawrence.
Per George Bernard Shaw il teatro doveva essere soprattutto un veicolo per le idee, "una fucina di pensieri, una guida per la coscienza, un commentario della condotta sociale, una corazza contro la disperazione e la stupidità ed un tempio per l’Elevazione dell’Uomo".Distaccandosi dalla tradizione ottocentesca, scelse la via della satira, del paradosso provocatorio e scintillante, per lanciare strali contro istituzioni, pregiudizi e storture della società.

 

NOTE DI REGIA

Anche se nella storia del professore di fonetica che, per scommessa, decide di trasformare la giovane fioraia capace solo di esprimersi nel più volgare dialetto londinese in "duchessa" dall’accento perfetto c’è profumo di favola, i temi che George Bernard Shaw intreccia in "Pigmalione" sono tutt’altro che lievi: si va dall’emancipazione della donna alla discriminazione sociale; c’è una feroce critica al classismo britannico, che distingue le posizioni sociali anche e soprattutto attraverso l’inflessione linguistica e c’è, ancora di più, il problema della minipolazione degli individui da parte delle classi superiori nei confronti di chi è ignorante.
Niente di più attuale in una società dove un moderno Pigmalione può fare del popolo la sua Galatea.
L’autore in questo testo dà libero sfogo alla sua polemica sulla superficialità dell’alta borghesia privilegiando il conflitto dialettico tra i personaggi e l’importanza della lingua come indicatore della diversità di classe.
Per questo ho scelto il testo tradotto nella versione di Luigi Lunari (commediografo e traduttore) nel quale la vivace battaglia tra il cockney londinese e la lingua ufficiale del testo originale è stata magistralmente riadattata traducendo la cadenza anglosassone in una parlata volgare e sgrammaticata moderna.
Ho ambientato la commedia in un salotto di primo novecento ricreato con mobili finti e pareti disegnate su grandi tele, il tutto bianco e nero, ed ho scelto costumi ricchi e ben curati inseriti nel loro tempo per mettere in risalto, nella loro contrapposizione, l’artificiosità delle alte classi britanniche per le quali l’apparenza è più importante delle persone stesse e della loro umanità secondo il principio assolutamente moderno ed attuale che esalta l’apparire contro l’essere,
La rappresentazione è fedele al testo originario, ma con una fugace libertà nel finale: il rapporto tra il Professore e la semplice fioraia, che potrebbe trasformarsi in un sentimento più profondo, resta aperto e lascia allo spettatore immaginare se abbia un futuro diverso da quello pensato dall’autore.

 

giovedì, 13 ottobre 2016 - ore 21:00

RASSEGNA AL TEATRO SOCIALE DI MANTOVA

La dodicesima notte

di William Shakespeare

Regia di Maria Grazia Bettini

LA STORIA

Una terribile tempesta fa naufragare la nave sulla quale viaggiano Viola e Sebastiano, due gemelli particolarmente uniti dalla prematura morte dei genitori. Raggiunte le coste dell’Illiria (una regione tra l’Italia orientale e la Macedonia), Viola, che si è salvata dal naufragio grazie all’aiuto del capitano della nave, travestita da ragazzo con il nome di Cesario, entra al servizio del Duca Orsino, di cui subito si innamora.
Orsino, che vive un amore sofferto e non ricambiato per la bella contessa Olivia, ben lontano dall’immaginare il travestimento del giovane paggio, lo fa subito suo confidente. Cesario viene utilizzato dal duca come messaggero delle sue pene d’amore e Olivia, conquistata dalla suadente voce e dalla grazia del giovane Cesario, se ne innamora. Nei vari incontri, voluti da Orsino per perorare la sua causa, Olivia ha modo di dichiarare il suo amore, che non sa essere impossibile, al giovane Cesario-Viola, che ovviamente la respinge.
L’improvvisa apparizione di Sebastiano, scampato anche lui al naufragio grazie ad Antonio, sancisce la soluzione finale: Olivia si promette a Sebastiano credendolo Cesario, infatti i due gemelli si somigliano come due gocce d’acqua, e Orsino, riconoscendo come sincero l’affetto del giovane Cesario, cioè di Viola, e cedendo alla sua forza amorosa, decide di farne la padrona del suo padrone, sposandola.
All’interno della vicenda Viola - Orsino - Olivia - Sebastiano si sviluppa un’altra storia: la burla di Sir Toby "Rutto", parente di Olivia, di Sir Andrew, (due ubriaconi, buontemponi, ospiti di Olivia), della cameriera di Olivia, Maria, e dell’amica Fabiana ai danni del povero Malvolio, maggiordomo di Olivia, moralista, borioso, supponente, che aspira segretamente alla mano della padrona. La burla consiste nel far credere a Malvolio,  con una lettera opportunamente concepita e fatta trovare sul suo cammino, che anche Olivia lo ama segretamente… Ovviamente viene preso dalla contessa per pazzo e, come tale, dai quattro rinchiuso in una stamberga al buio e li’ sbeffeggiato fino all’estremo limite.  C’è infine nella commedia un altro personaggio, Feste, il giullare buffone della contessa Olivia: egli è il Folle che tutto vede e tutti conosce nell’intimo, le cui melodie accompagnano, commentandolo, lo svolgersi degli avvenimenti e nelle cui parole ritroviamo la filosofica shakespeariana accettazione della realtà della vita.

 

NOTE DI REGIA

Metto in scena Shakespeare perché nel 2014 ricorre l’anniversario della sua nascita, il 1564, ma la scelta de La Dodicesima notte nasce dall’intenzione di proporre, tra tutte le commedie, quella che è parodia di altre commedie di Shakespeare e potrebbe per complessità e struttura rimanere l’ultima nella creazione.
I personaggi sono folli, senza saperlo, per questo il ritmo è frenetico. Il testo si muove continuamente sulle note della violenza, che però si sublima nella vena ironica del linguaggio shakespeariano.
L’ho immaginata senza tempo e luogo, come una ballata dell’autore, che nella commedia prende le vesti di Feste, il matto arguto e saggio, trasformato in un cantastorie alla fine del suo viaggio.
Ed ecco che costumi (così come le scene) non hanno epoca, ma presentano fogge vagamente classicheggianti con alcuni elementi che riconducono alla modernità; così pure la traduzione di Luigi Lunari propone un linguaggio moderno e attuale.
La commedia inizia proprio con il cantastorie Feste, che racconta di una tempesta, quasi collegandola a un’altra opera famosa La tempesta,  come se ci fosse un preludio della conclusione (quella dell’esperienza teatrale di Shakespeare).
Come tutte le ballate dei cantastorie, gli elementi scenici sono ridotti: un drappo che indica una vela, un giardino, una tenda, sedie di diverse epoche  che movimentano le azioni degli attori e un tavolo che diventa gabbia o assi della nave, così da lasciare spazio all’immaginazione degli spettatori.

Solitamente nella commedia le storie si risolvono in un cerchio che si chiude con il lieto fine, ma ne La Dodicesima notte lo schema classico di chiusura non è previsto: la fine è sospesa perché nulla si risolve, anche l’amore non trionfa sulla realtà nella quale, al contrario, le cose belle vivono accanto a quelle brutte, le crudeltà accanto ai buoni sentimenti, l’amore romantico insieme a quello irrisolto. Insomma nella realtà non tutto finisce bene e "quel che volete" è proprio quello che Shakespeare, nella sua ultima commedia, ci suggerisce di ricercare anche nella nostra vita.

 

Maria Grazia Bettini

 

giovedì, 20 ottobre 2016 - ore 21:00

RASSEGNA AL TEATRO SOCIALE DI MANTOVA

Il berretto a sonagli

di Luigi Pirandello

Regia di Mario Zolin

Beatrice, servendosi del delegato Spanò, ordisce una trama per smascherare l’infedeltà del marito, il Cavalier Fiorica, che si lascia cogliere in flagrante.
Nell’ottica perbenista tipica di ogni ipocrisia borghese, la famiglia tenta d’insabbiare l’accaduto. Così, l’indignazione di una donna ingannata, potrebbe concludersi con disarmante semplicità.
La schermaglia domestica però chiama in causa un terzo personaggio e ne mina irrimediabilmente la reputazione agli occhi dei compaesani.
Si tratta dello scrivano Ciampa, il quale da tempo accetta, per amore o debolezza, la sua degradante condizione di uomo tradito, purché essa rimanga nascosta alla curiosità del mondo.
A questo punto, tuttavia, sentendosi messo alla berlina, egli diviene severo e implacabile ragionatore solo facendo sembrare pazza Beatrice potrà recuperare l’onore perduto.
Ergendosi a difesa della sua smagrita dignità, il Ciampa inanella una serie di funamboliche quanto stringenti argomentazioni, persuadendo con le sole armi della consequenzialità e della logica.
Il berretto a sonagli della pazzia è il lasciapassare che consente di accedere alla verità e di gridarla al mondo.
Al consorzio civile non resta che isolare il folle nel tentativo di preservare il suo delicato equilibrio interno: solo l’ennesimo simulacro che il protagonista lacererà scoppiando, nel finale, in un’orribile risata "di selvaggio piacere e di disperazione a un tempo".


NOTE DI REGIA

Prigionieri di un angusto carcere, soggetti alla tirannia delle convenzioni, gli interpreti sono costretti a disegnare brevi traiettorie, voli spezzati da barriere che ne stordiscono i più spontanei impulsi.
I personaggi sono pupi, marionette forme che imprigionano la vita vera sono circondati da simulacri della borghesia (poltrone, quadri, statue, lampadari...).
Si muovono e vivono in uno spazio delimitato, quasi costretti a vivere solo in quel quadrato piastrellato.
Si presentano al pubblico muti burattini che, una volta illuminati, prendono vita per raccontare la loro storia: maschere di ipocrisia, per esistere sono costrette a salvare ognuna il proprio ruolo nella società. Non importa chi dovrà soccombere l’importate è che l’ordine costituito non venga sovvertito.
Calibrando la parola sul gesto ed il gesto sulla parola, la regia affida alla recitazione il compito di restituire ai dialoghi il loro colore naturale nel perentorio rifiuto di ogni caricatura. Si sottolinea così che le maschere sono la normalità nel consorzio civile.
Gli anni venti del novecento fanno da ambientazione all’allestimento scenico, volutamente improntato ad un austero minimalismo.
Luci e musiche d’atmosfera incorniciano, in particolare, i momenti d’astrazione del Ciampa dal suo personaggio: i celebri monologhi nei quali la voce di Pirandello sembra distinguersi vividamente per enuclearne i gangli teorici.

 

NOTA BIOGRAFICA

Luigi Pirandello nasce nel 1867 ad Agrigento.
La famiglia, agiata e numerosa, appartiene alla nuova borghesia professionistica e industriale siciliana. Compie un complesso iter di studi e si laurea a Bonn dopo aver frequentato le università di Palermo e Roma.
Nel 1893 comincia a dedicarsi alla narrativa e nel 1901 viene pubblicato il suo primo romanzo "L’esclusa" che presenta già le principali tematiche pirandelliane: il contrasto tra apparenza e realtà, lo sfaccettarsi della verità, l’assurdità della condizione umana fissata in una "forma" che soffoca la "vita".
Nel 1904 inizia a pubblicare a puntate "Il fu Mattia Pascal" che realizza con esiti particolarmente felici la novità del suo pensiero.
Nel 1908 esce "L’umorismo" in cui enuncia i capisaldi della sua poetica.
Nel 1910 inizia la sua ricchissima produzione teatrale di cui ricordiamo "Il berretto a sonagli" del 1916, che si colloca fra le opere più importanti del primo periodo, e "Sei personaggi in cerca d’autore" del 1921, che è l’emblema della sua rottura con il teatro tradizionale.
Successivamente Pirandello continua anche l’attività di narratore con opere di grande rilievo, ma si identifica sempre più con il mondo teatrale, partecipa alla messa in scena dei suoi spettacoli e fonda il "Teatro d’Arte di Roma" conMarta Abba e Ruggero Ruggeri come primi attori.
Nel 1934 riceve il premio Nobel. Muore a Roma due anni più tardi.

 

giovedì, 27 ottobre 2016 - ore 21:00

RASSEGNA AL TEATRO SOCIALE DI MANTOVA

La scuola delle mogli

di Molière

Regia di Mario Zolin

L’AUTORE

Jean Baptiste Poquelin (in arte Molière) era figlio di un ricco commerciante che avrebbe voluto farne un avvocato. Molière, invece, era irresistibilmente attratto dal teatro.
Nel 1643 lasciò la famiglia, fondò la compagnia dell’Illustre Theatre e girò la provincia francese con alterna fortuna. Il successo arrivò dal 1658 in poi, dopo essersi attirato la simpatia e la protezione di Luigi XIV, che apprezzava molto la sua arte. Di tale favore si fece forza per attaccare dalla scena gli aspetti più detestabili della società a lui contemporanea: la trionfante ipocrisia, la falsa pietà religiosa, i vuoti snobismi intellettuali.
Naturalmente si attirò l’odio di nemici potenti, ma non abbandonò mai il suo teatro e morì in scena nel 1673 durante la rappresentazione del Malato Immaginario.
Anche se nelle sue opere non è evidente un intento moraleggiante, il giudizio di Molière sulla società del tempo è negativo e da qui nasce la sua comicità, che lascia sempre trasparire un velo d’amarezza. In Molière la risata è anche la chiave per scoprire tante verità.

 

L’OPERA

“L’Ecole des Femmes” (La scuola delle mogli) andò in scena la prima volta il 26 dicembre 1662 al Palais Rojale di Parigi.
“Se sposo un’oca è per non essere fatto becco”, dice Arnolfo a Crisalda, la voce della ragione.
Arnolfo è un uomo celibe, benestante, che incarna la vanità del borghese che vuole apparire nobile. Per lui la disgrazia peggiore per un uomo è quella di essere tradito dalla propria moglie. Avendo deciso di sposarsi, è dunque ossessionato dall’idea che possa capitare anche a lui. È convinto che solo la donna educata, istruita, economicamente indipendente sia in grado di tradire e per questo vuole sposare una giovane semplice e ingenua, allevata in un convento.
La sua tranquillità e la sua sicurezza sono però destinate a sgretolarsi pian piano…
L’amore va oltre ogni ragionamento e l’istinto insegna ciò che non è stato insegnato.
Questa è la scuola delle mogli o, più genericamente, delle donne!
La commedia è una critica dell’alta società francese del XVII sec., dove la donna, soprattutto nel matrimonio governato dall’autorità del capo famiglia, era completamente soggetta all’uomo, ma spesso si concedeva delle “evasioni”.
Ma siamo sicuri che questo lavoro sia solo un quadro d’epoca?
Anche oggi il tradimento è uno dei fantasmi che agitano la mente maschile e anche oggi è collegato all’emancipazione femminile e alla gelosia dovuta alla concezione dell’amore come possesso della donna.
Non se ne discute più liberamente come nei salotti parigini del XVII sec., ma piuttosto si sceglie la via del gossip o del silenzio che porta alla violenza e molto spesso alla tragedia.
Si può dunque dire che, come tutti i classici, “La scuola delle donne” trascende il tempo della sua scrittura e può avere ancora qualcosa da dire.

 

da sabato 29 ottobre 2016 - ore 20:45
repliche venerdì, sabato e domenica fino al 18 dicembre 2016

Teatro d’Arco

Delitto e castigo

di Fëdor Dostoevskij

riduzione teatrale di Glauco Mauri

Regia di Maria Grazia Bettini

NOTE BIOGRAFICHE


Nato a Mosca nel 1821, Dostoevskij rimase presto orfano di madre; il padre, un medico militare, morì in seguito, alcolizzato. Studiò ingegneria all’Istituto militare di San Pietroburgo. Dopo un periodo trascorso a Mosca (1843) come impiegato statale, si dimise per dedicarsi alla letteratura. Nel 1846 uscirono i fortunati racconti Povera gente e il romanzo Il sosia.
Permeato, come molti altri intellettuali, da idee socialiste e utopiste, Dostoevskij aderì a un gruppo di giovani liberali. Nel 1849 fu arrestato dalla polizia e, dopo otto mesi di carcere, condannato a morte (22 dicembre 1849); fu quindi condotto, insieme ad altri diciannove compagni, sul luogo dell’esecuzione; poco prima che i gendarmi facessero fuoco, gli fu annunziata la commutazione della pena in quattro anni di lavori forzati in Siberia. Durante la prigionia si ammalò di epilessia. Scontata la pena, si arruolò come soldato.
Nel 1859 poté rientrare a San Pietroburgo, dove si tuffò nell’attività letteraria: con il fratello Michail e altri fondò la rivista Vremja (Il tempo); quindi pubblicò alcuni scritti umoristici e nel 1861 le Memorie da una casa dei morti, sulla vita di deportato in Siberia. Il libro colpì lo zar Alessandro II e gli procurò nuova fama, rinsaldata da altri romanzi: Umiliati e offesi (1861), Ricordi dal sottosuolo (1864), Delitto e castigo (1866).
Nel 1866 si risposò con la giovane stenografa Anna Snitkina; poco dopo i due coniugi dovettero fuggire dalla Russia per debiti. Rimasero all’estero per alcuni anni (1867-71), passando dalla Germania alla Svizzera, a Firenze. La morte di una figlioletta, vissuta pochi giorni appena, suscitò nello scrittore un dolore immenso.
L’idiota (1868-69) fu accolto freddamente, ma I demoni (1873) ottenne grande successo. Dostoevskij e la moglie poterono così rientrare a San Pietroburgo. Pressato dai creditori e dagli impegni con gli editori, scrisse e pubblicò altri due grandi romanzi, L’adolescente (1875) e I fratelli Karamazov (1879-80).
La sua fama era al culmine: nel giugno 1880 tenne la commemorazione pubblica, a Mosca, del centenario di Puskin. Morì il 28 gennaio 1881, onorato con funerali solenni.


 


NOTE DI REGIA


C’è molto teatro in questo primo dei grandi romanzi che resero celebre all’estero il nome di Dostoevskij e che rimane il più noto e popolare ancora oggi. Teatrali sono i grandi effetti che accompagnano una vicenda a sfondo poliziesco, ma soprattutto tali risultano essere i rapporti tra il giovane Raskolnikov, autore dell’omicidio di una vecchia usuraia (e, accidentalmente, anche della sorella di lei), e il giudice Porfiri. Ma ci sono riflessioni che sembrano una proiezione del nostro secolo e del nostro presente, dove un uomo uccide a caso centinaia o migliaia di persone per una presunta Idea o superiorità: “l’uomo “non comune” ha il diritto... non già un diritto legalizzato... ma un diritto suo di autorizzare la propria coscienza a scavalcare certi ostacoli – sì, anche il delitto – ma solamente quando una sua idea, utile talvolta per tutta l’umanità, lo esiga.”
“...gli uomini si dividono in due categorie: una inferiore che è composta dagli uomini comuni” che servono unicamente a procreare esseri simili a loro e una superiore, quella degli uomini Veri che hanno il dono e la capacità di annunciare una Parola Nuova.”
“La libertà e il potere! Ecco! Soprattutto il potere! Per schiacciare tutte le creature tremanti, meschine, inutili: tutto il formicaio. Questa è la meta.”
Ed ecco allora il mio interesse a mettere in scena il dialogo fra Dostoevskij, i personaggi e lo spettatore per interrogarsi sull’intera esistenza. Ho pensato all’adattabilità di Delitto e castigo a teatro in primo luogo nello spazio, in cui si possono rintracciare delle caratteristiche fondamentali, che lo rendono adatto a una trasposizione scenica. Infatti la città e le stanze dei personaggi, altro non sono che un bunker dismesso, uno spazio chiuso e ben circoscritto, dove gli stessi luoghi ritornano più volte all’interno della storia in un percorso cieco che il protagonista compie quasi inconsapevolmente immerso nel proprio delirio e dove il muro sbrecciato del fondo è un luogo simile alla mente sul quale i pensieri appaiono come scolpiti. Anche i costumi sono abiti che rappresentano i tormenti dei protagonisti. La recitazione, come un intenso monologo interiore, esprime il carattere indefinito dei personaggi, che altro non sono se non una diretta conseguenza delle loro idee. Le musiche e le luci vogliono valorizzare lo stato di tensione e i passaggi dalla scena al fuori scena.

Maria Grazia Bettini


 


NOTE CRITICHE


Al teatrino d’Arco va in scena l’adattamento teatrale di “Delitto e castigo”, il romanzo con cui, nel 1866, Dostoevskij (45enne) conosceva la prima celebrità. Il testo che Maria Grazia Bettini utilizza è quello approntato nel 2006 da Glauco Mauri. Al tempo trovammo che sarebbe stato più consono intitolare lo spettacolo “Il Giudice e l’Assassino”. Per la drastica riduzione dei personaggi e delle relative storie, operata da Mauri: via la bellissima Dúnecka, sorella minore di Raskòl’nikov, e i due uomini che l’insidiano (Lužin e Svidrigàjlov), scompaiono anche la madre del protagonista (chiave di volta edipica della storia), e i Marmeladov (i genitori di Sònja, la prostituta 18enne doppiamente decisiva nelle risoluzioni di Raskòl’nikov). E non c’è l’eco dell’afosa e maleodorante Pietroburgo, con le sue taverne rumorose e locande malfamate, tra prostitute e ubriaconi, ma solo un vago rumore del lo scorrere della Nevà, nelle cui acque vorrebbe gettarsi il protagonista. I persistenti e ossessivi richiami alla miseria, alla disperazione, al suicidio, costituiscono l’alone del masochismo morale del personaggio e dell’Autore. Come Dostoevskij, il personaggio viene deportato in Siberia, proprio a Omsk. Ma anche l’epilogo è stato tagliato. Nel prologo, Raskòl’nikov rievoca il feroce quanto assurdo delitto compiuto contro una bieca usuraia e la mite sorellastra. Di seguito, obbedendo al subconscio, si affaccia nel commissariato di quartiere, e provoca i sospetti del giudice istruttore Porfirij Petròvic. Il quale prende a giocare con lui “come il gatto con il topo”, forte della conoscenza di un articolo delirante dell’ex studente sul diritto di certi uomini a comportarsi extra legalmente (e fa il nome di Napoleone). Il giudice è anche psicologicamente accorto da comprendere che l’assassino è un tipo speciale, a cui concedere varie attenuanti (anche l’infermità mentale). Il Giudice incarna l’etica contro la scelleratezza che adduce mille giustificazioni (rubare per aiutare madre e sorella, e i poveri di complemento, per completare gli studi in legge, sotto l’influenza delle proposizioni nichiliste). E dunque una “pièce” a due personaggi, ma solo il Giudice, che conserva tutte le battute scritte da Dostoevskij, è una figura di complessa compostezza. Raskòl’nikov è un giovane sì contraddittorio e confuso, ma non porta in cuore il dolore e la sofferenza di madre e sorella, non abbrevia in sé l’inferno della Città. Non ha nessuno a cui potersi “aggrappare” salvo quella Sònja, una Maddalena in sedicesimo, che pallida e affranta promette di seguirlo ovunque lo mandino, ma non può fruire di modi e parole per rivelargli la grandezza del suo animo. Così, Raskòl’nikov non scoprendo d’essere innamorato non si pente del crimine, ma può pronunciare la fatidica frase: “Sono io l’Assassino”, che conferma la tesi del Giudice.

Alberto Cattini

 

lunedì, 7 novembre 2016 - ore 21:00

Teatro d’Arco

Enrico Tazzoli e i martiri del 1852

di Riccardo Bonati

Lettura scenica a cura di Maria Grazia Bettini e Mario Zolin, per Mantova Risorgimentale

ingresso libero

La cospirazione mantovana contro il nemico austriaco vide don Enrico Tazzoli abile coordinatore e vittima sacrificale insieme ai valorosi compagni che furono condannati a morte e impiccati nella valletta di Belfiore il 19 marzo 1852. Il dramma ottocentesco racconta la vicenda nella casa mantovana del sacerdote.

8 novembre 2016 - ore 20:00

Museo Virgiliano di Pietole

Malvagi, Amici, Amanti

alla scoperta dei personaggi di
William Shakespeare

Tre conversazioni con Chiara Prezzavento
e Accademia Teatrale "Francesco Campogalliani"

lunedì, 14 novembre 2016 - ore 21:00

Teatro d’Arco

Donne del Risorgimento

Lettura scenica a cura di Diego Fusari, per Mantova Risorgimentale

Figure di protagonisti e momenti cruciali del Risorgimento mantovano
rievocati in un’appassionata e scrupolosa messa in scena.


in collaborazione con Istituto di Storia Contemporanea

ingresso libero

Alcune delle eroine della storia risorgimentale anche mantovana si raccontano svelando la resistenza sommersa, l’attivismo politico e le vicende sentimentali che le hanno rese importanti.

15 novembre 2016 - ore 20:00

Museo Virgiliano di Pietole

Malvagi, Amici, Amanti

alla scoperta dei personaggi di
William Shakespeare

Tre conversazioni con Chiara Prezzavento
e Accademia Teatrale "Francesco Campogalliani"

lunedì, 21 novembre 2016 - ore 21:00

Teatro d’Arco

Baracca & Burattini

a cura di Maria Grazia Bettini

ingresso libero

Nel 2016 l’Accademia festeggia il suo Settantennale impegnandosi nella produzione di nuovi spettacoli, riprendendone alcuni dal suo repertorio e partecipando ai progetti per Mantova Capitale Italiana della Cultura. In quest’ambito, e più precisamente nella sezione di Mantova Contemporanea, si collocano due eventi  che concorrono insieme a celebrare il traguardo eccezionale raggiunto dall’Accademia e il personaggio di cui porta orgogliosa il nome:  Francesco Campogalliani.

La riduzione di un allestimento più articolato messo in scena dieci anni fa per un’idea di Aldo Signoretti con la scrittura teatrale di Alberto Cattini e la presentazione del Fondo Francesco ed Ettore Campogalliani, custodito presso la Biblioteca Teresiana, creano ora un incontro singolare e vivo fra gli spettatori e l’eccelso burattinaio, artista di grande fascino creativo, di indiscussa onestà intellettuale, poeta di solida vena nostrana, uomo di seria cultura che conosce i classici, sa di musica, di letteratura e di filosofia, che ha avuto l’ammirazione di Ermete Novelli, Ermete Zacconi, Cesare Zavattini, Trilussa, Federico Fellini. 

Ora saranno gli attori, fattisi per incanto straordinari e chiassosi burattini, a rappresentare due farse per teatro di figura: SANDRONE AI BAGNI DI SALSOMAGGIORE e IL MERLO ma, una volta usciti dalla baracca per dialogare con il loro creatore, ecco che riveleranno appieno la loro identità umana. E il burattinaio, che proprio così li aveva sempre considerati, uomini, anche migliori di quelli veri, sale in palcoscenico, protagonista della propria storia, si racconta e s’intrattiene con la “lignea famiglia” usando parole e pensieri tratti proprio dal Fondo che ora si presenta al pubblico nella molteplicità delle sue testimonianze: burattini, copioni, borderò, bozzetti, musiche, locandine, scritti in prosa e in poesia, corrispondenza, stralci di giornale.

E allora, come non pensare che anche per noi che ne tramandiamo l’arte e il nome, possano essere profetiche le parole che scrisse un giorno Tomaso Monicelli: “Perché http://www.teatro-campogalliani.it. Campogalliani è una ditta che non deve morire”.

22 novembre 2016 - ore 20:00

Museo Virgiliano di Pietole

Malvagi, Amici, Amanti

alla scoperta dei personaggi di
William Shakespeare

Tre conversazioni con Chiara Prezzavento
e Accademia Teatrale "Francesco Campogalliani"

24 novembre 2016 - ore 21:00
AULA MAGNA "RITA LEVI MONTALCINI"
via 29 maggio n. 4
MIRANDOLA (MO)

di William Shakespeare

La dodicesima notte

ovvero
“QUEL CHE VOLETE”
 
Traduzione e riduzione teatrale di
Luigi Lunari

Regia di:
Maria Grazia Bettini

LA STORIA

Una terribile tempesta fa naufragare la nave sulla quale viaggiano Viola e Sebastiano, due gemelli particolarmente uniti dalla prematura morte dei genitori. Raggiunte le coste dell’Illiria (una regione tra l’Italia orientale e la Macedonia), Viola, che si è salvata dal naufragio grazie all’aiuto del capitano della nave, travestita da ragazzo con il nome di Cesario, entra al servizio del Duca Orsino, di cui subito si innamora.
Orsino, che vive un amore sofferto e non ricambiato per la bella contessa Olivia, ben lontano dall’immaginare il travestimento del giovane paggio, lo fa subito suo confidente. Cesario viene utilizzato dal duca come messaggero delle sue pene d’amore e Olivia, conquistata dalla suadente voce e dalla grazia del giovane Cesario, se ne innamora. Nei vari incontri, voluti da Orsino per perorare la sua causa, Olivia ha modo di dichiarare il suo amore, che non sa essere impossibile, al giovane Cesario-Viola, che ovviamente la respinge.
L’improvvisa apparizione di Sebastiano, scampato anche lui al naufragio grazie ad Antonio, sancisce la soluzione finale: Olivia si promette a Sebastiano credendolo Cesario, infatti i due gemelli si somigliano come due gocce d’acqua, e Orsino, riconoscendo come sincero l’affetto del giovane Cesario, cioè di Viola, e cedendo alla sua forza amorosa, decide di farne la padrona del suo padrone, sposandola.
All’interno della vicenda Viola - Orsino - Olivia - Sebastiano si sviluppa un’altra storia: la burla di Sir Toby "Rutto", parente di Olivia, di Sir Andrew, (due ubriaconi, buontemponi, ospiti di Olivia), della cameriera di Olivia, Maria, e dell’amica Fabiana ai danni del povero Malvolio, maggiordomo di Olivia, moralista, borioso, supponente, che aspira segretamente alla mano della padrona. La burla consiste nel far credere a Malvolio,  con una lettera opportunamente concepita e fatta trovare sul suo cammino, che anche Olivia lo ama segretamente… Ovviamente viene preso dalla contessa per pazzo e, come tale, dai quattro rinchiuso in una stamberga al buio e li’ sbeffeggiato fino all’estremo limite.  C’è infine nella commedia un altro personaggio, Feste, il giullare buffone della contessa Olivia: egli è il Folle che tutto vede e tutti conosce nell’intimo, le cui melodie accompagnano, commentandolo, lo svolgersi degli avvenimenti e nelle cui parole ritroviamo la filosofica shakespeariana accettazione della realtà della vita.

 

NOTE DI REGIA

Metto in scena Shakespeare perché nel 2014 ricorre l’anniversario della sua nascita, il 1564, ma la scelta de La Dodicesima notte nasce dall’intenzione di proporre, tra tutte le commedie, quella che è parodia di altre commedie di Shakespeare e potrebbe per complessità e struttura rimanere l’ultima nella creazione.
I personaggi sono folli, senza saperlo, per questo il ritmo è frenetico. Il testo si muove continuamente sulle note della violenza, che però si sublima nella vena ironica del linguaggio shakespeariano.
L’ho immaginata senza tempo e luogo, come una ballata dell’autore, che nella commedia prende le vesti di Feste, il matto arguto e saggio, trasformato in un cantastorie alla fine del suo viaggio.
Ed ecco che costumi (così come le scene) non hanno epoca, ma presentano fogge vagamente classicheggianti con alcuni elementi che riconducono alla modernità; così pure la traduzione di Luigi Lunari propone un linguaggio moderno e attuale.
La commedia inizia proprio con il cantastorie Feste, che racconta di una tempesta, quasi collegandola a un’altra opera famosa La tempesta,  come se ci fosse un preludio della conclusione (quella dell’esperienza teatrale di Shakespeare).
Come tutte le ballate dei cantastorie, gli elementi scenici sono ridotti: un drappo che indica una vela, un giardino, una tenda, sedie di diverse epoche  che movimentano le azioni degli attori e un tavolo che diventa gabbia o assi della nave, così da lasciare spazio all’immaginazione degli spettatori.

Solitamente nella commedia le storie si risolvono in un cerchio che si chiude con il lieto fine, ma ne La Dodicesima notte lo schema classico di chiusura non è previsto: la fine è sospesa perché nulla si risolve, anche l’amore non trionfa sulla realtà nella quale, al contrario, le cose belle vivono accanto a quelle brutte, le crudeltà accanto ai buoni sentimenti, l’amore romantico insieme a quello irrisolto. Insomma nella realtà non tutto finisce bene e "quel che volete" è proprio quello che Shakespeare, nella sua ultima commedia, ci suggerisce di ricercare anche nella nostra vita.

 

Maria Grazia Bettini

 

lunedì, 28 novembre 2016 - ore 21:00

Teatro d’Arco

Il testamento di Virgilio

a cura di Maria Grazia Bettini

ingresso libero

NOTA DELL’AUTORE

Tradizione vuole che, in punto di morte, Virgilio abbia chiesto con insistenza la distruzione della sua opera incompiuta, il poema epico che ancora non si chiamava Eneide. Ma il poema era una straordinaria celebrazione di Roma e del suo mito, bella nella sua incompiutezza: Vario Rufo, poeta a sua volta e amico di Virgilio, non obbedì alla richiesta ed ebbe da Augusto l’incarico di curare la pubblicazione dell’Eneide così come Virgilio l’aveva lasciata. È per una disobbedienza alla volontà di un amico defunto che il poema è giunto a noi attraverso venti secoli, con l’occasionale verso imperfetto, con qualche incoerenza, con le sue asimmetrie narrative e con un eroe cui forse – forse! – l’autore non ha fatto in tempo a instillare, a completamento delle virtù romane, la scintilla vitale. I latinisti si sono interrogati a non finire sul brusco finale del Libro XII, e innumerevoli generazioni di studenti ginnasiali, me compresa, hanno storto il naso davanti al Pio Enea, più paradigma di obbedienza e abnegazione che essere umano. Rileggendo il poema con occhi adulti, e con la libertà e il gusto di cui non avevo beneficiato sui banchi di scuola, mi sono trovata a meditare, più che sulle vicende di Enea e dei suoi, su ciò che Virgilio non ebbe tempo di compiere prima di morire. La tentazione di considerare la gelida caratterizzazione di Enea un difetto da prima stesura era irresistibile – e non ho resistito. Il mio Virgilio, che torna nei sogni di Vario Rufo per deciderlo a bruciare il manoscritto incompiuto, non si preoccupa tanto dell’imperfezione dei versi, quanto di non avere avuto il tempo di tratteggiare compiutamente i significati e i messaggi che voleva nella sua opera. Ma a complicare il dilemma di Vario, lacerato tra la lealtà all’amico e l’ammirazione per il poema, irrompono nel sogno i personaggi dell’Eneide – non l’eroe eponimo e vincitore, ma gli sconfitti: Creusa, Turno e Amata, colmi di risentimento e certi che solo la distruzione del manoscritto li libererà dalla sorte cui Virgilio li ha condannati. Ed ecco che la lotta per il rogo dell’Eneide diventa una metafora per l’intrecciarsi di arte e vita, dovere e istinti primari, libero arbitrio e destino, amore, sconfitta, giustizia e memoria – in una parola, l’umanità.
Difficilmente la questione di che cosa davvero mancasse al compimento dell’Eneide troverà una risposta inoppugnabile. Dove storiografia e filologia non possono giungere, tuttavia, al teatro è consentito tessere, con la richiesta di Virgilio, i dubbi di Vario e la volontà di Augusto, una riflessione sul rapporto tra l’autore e la sua opera.

Chiara Prezzavento

lunedì, 5 dicembre 2016 - ore 21:00

Teatro d’Arco

Pillole di teatro contemporaneo

a cura di Maria Grazia Bettini

ingresso libero

ACQUA E SAPONE

di Aldo Nicolaj

Francesca si gode la sua cella di prigione, dalla quale sono banditi germi, polvere e acari, nell’esaltazione di un furore tanto igienico quanto criminale. Si è creata un mondo nel quale la sua visione si sovrappone alla realtà, proponendone un’interpretazione ironica e graffiante che ci fa dubitare della nostra. Francesca entra in scena in penombra, delimita con uno scotch il suo campo d’azione e vi ci accede contemporaneamente alla luce che la rivela di bianco vestita. E’ entusiasta del lavandino dove scorre un’acqua limpida tutta per lei. Può lavarsi quanto vuole e catturare granelli di polvere prima che si posino in attesa di esser spolverati. Ringrazia il cielo di esser stata rinchiusa per sempre e di aver meritato l’isolamento così da non dover condividere nulla con le sporcaccione che non hanno idea di cosa sia la pulizia. Anche lei, durante la guerra, è stata costretta a fare di necessità virtù: sparito il sapone, riempitosi il mondo di sozzoni, ha pensato di trasformare il loro grasso, meravigliandosi che i più sporchi dessero vita al migliore. Con grandi occhi, piccole pause, acqua che scorre e uno sgabello brandito per fermare una suorina che vorrebbe farle prendere un’ora d’aria, può definirsi un personaggio tanto irragionevole quanto accattivante.
 

L’IMPERDONABILE

di Roberto Mazzucco

Dopo anni di lunga e consolidata amicizia, un rispettabile impiegato di banca si sfoga per aver scoperto le malefatte e i tradimenti compiuti alle sue spalle dal suo migliore amico di infanzia: l’inappuntabile Faustino. A poco a poco viene a galla la torbida e perversa personalità dell’insospettabile amico con finale a sorpresa.

 

IL CADAVERE

di Aldo Nicolaj

Il testo ha come protagoniste Giulia, giovane vedova di Vittorio, e l’amica, la signora De Crampon. Insieme evocano il marito della prima, «il caro estinto» appunto. Più il discorso e le confidenze avanzano, più la figura di Vittorio si rivela mostruosa e ambigua. Si scoprirà infatti che il morto era un uomo crudele: non solo aveva rapporti con vecchie, bambine e uomini, ma tra le sue innumerevoli conquiste poteva vantare anche quella della signora de Crampon. La varietà delle situazioni e delle atmosfere produce un mix comicamente esplosivo che oscilla tra leggerezza e gravità, come tutto il teatro di De Obaldia.

 

ACQUA MINERALE

di Achille Campanile

Come tanti altri episodi narrati o contenuti nelle commedie di Campanile, anche il dialogo "Acqua minerale" prende spunto dalla realtà ed in particolare da un momento importante della vita dello scrittore. Campanile è diventato padre per la nascita del figlio Gaetano, ma questa nascita è scaturita dall’unione solo religiosa con Giuseppina Bellavita, non avendo ancora, lo scrittore, ottenuto l’annullamento del precedente matrimonio. Quindi una unione, a quei tempi considerata "illegittima" e "naturale". Tutto ciò diventa il pretesto per un esilarante scambio di battute in un serratissimo dialogo con un cameriere a proposito dell’ordinazione delle bevande al ristorante. Giocando sull’equivoco che può nascere dall’uso delle parole "naturale"- "minerale" e “legittimo", Campanile inserisce la sua vicenda personale che lo angoscia, risolvendola in modo ironico. Alla fine non si sa più se è l’acqua ad essere minerale o naturale o legittima o, viceversa, il figlio.


Da sabato 31 dicembre 2016 - ore 20:45 fino al 5 febbraio 2017

debutta

Le intelletuali

di Molière

traduzione di Cesare Garboli

Regia di Maria Grazia Bettini

NOTE DI REGIA

Commedia salace, svincolata da tematiche legate alla corte e al potere, ma segnata da riflessioni che l’autore sviluppò liberamente, indagando su situazioni che minavano dall’interno la società francese, specie di quella classe borghese che doveva costituire la struttura portante della società e tendeva invece a un disfacimento dettato da false ambizioni, malintese finalità culturali, degrado di rapporti parentali.
Il tipo di critica che Molière pone a segno la ritroviamo in parte oggi. Ma la materia è sempre quella, e la modernità del testo emerge nell’interpretazione registica che ha impresso nei ruoli la caratterizzazione dei vizi tanti e delle poche virtù che animano la drammaturgia molieriana.
Ho lavorato con gli attori tenendo conto delle qualità di ognuno attingendo dalla loro fantasia e incanalando ogni interpretazione nel suo progetto espressivo, lavorando sulla traduzione di Cesare Garboli, dal linguaggio schietto, che a tratti lascia intravedere i versi dell’originale, ma privilegiando una parlata in prosa, nella quale far emergere poi i momenti di leziosa letteratura che costituiscono uno dei temi dell’opera su cui si appunta la critica dell’autore. La caratterizzazione spinta dei personaggi “intellettuali” mette in risalto la critica dell’autore ad un falso mondo culturale, anche oggi rintracciabile nella società moderna.


TRAMA

Filaminta, donna colta e raffinata, moglie dispotica del mite Crisalo, ha una sola aspirazione: dimostrare la superiorità intellettuale e mentale delle donne. Forte di questa convinzione, ha trasformato la propria casa in un “salotto filosofico e letterario” e, insieme alla cognata Belisa e alla figlia maggiore Armanda, la mette a disposizione di un poetastro affarista: Trissottani, il quale desidera solo arrivare a possedere le ricchezze della famiglia; a lui vuol dare in moglie la figlia minore Enrichetta, che però non ha aspirazioni intellettuali e ama, riamata, il giovane Clitandro, come lei poco incline alle esagerazioni culturali.
Dopo varie vicissitudini, sarà il saggio Aristo a far ragionare il fratello Crisalo e ad escogitare un innocuo tranello che porterà la pace e l’ordine in famiglia.

* * *

Les femmes savantes fu rappresentata per la prima volta a Parigi, al Palais Royal l’11 marzo 1672: Molière vi recitava la parte di Crisalo. La pièce piacque e fu replicata per dieci volte con ottimi incassi. Protagonista delle Intellettuali è il teatro: il teatro che non sta mai fermo, dove ad ogni parola è concesso di litigare e di contraddirsi. La prima impressione è di movimento, una conversazione dove tutti non fanno che togliersi la parola di bocca lasciando parlare gli altri con molta civiltà. Il ritmo da saloon si accompagna ad uno scompiglio di ricchi, il reddito cospicuo ad una fiera di nevrosi privilegiate, esaltante e raffinato concerto finale dove Molière riassume tutti i connotati del suo teatro irriducibile avversario degli snobismi culturali e mode del momento. Molière non è forse mai stato così acuto scienziato della società come ne Le Intellettuali, una pièce che si alza come un polverone in attesa di una bufera che non scoppia o esplode solo per passare via ripristinando un nuovo ordine. Les femmes savantes è una girandola di idee, un fuoco d’artificio fatto di temi quali la condizione e istruzione femminile, il problema della coppia e quello sessuale, l’antagonismo maschio-femmina, il rapporto tra cultura e stato, l’impegno e il disimpegno.

Cesare Garboli

Venerdì, 27 gennaio 2017 - ore 20:45

GIORNATA DELLA MEMORIA

Destinatario sconosciuto

di Katherine Kressmann Taylor

a cura di Maria Grazia Bettini e Diego Fusari

1932. Martin Shulse, tedesco, e Max Eisenstein, ebreo americano, soci in affari e amici fraterni, si separano quando Martin decide di lasciare la California per tornare a vivere in Germania. Inizia tra i due uno scambio epistolare. Ma l’ombra della storia si proietta sul destino dei due amici.Hitler sale al potere, voci sempre più allarmanti giungono alle orecchie di Max. Martin, da parte sua, guarda con crescente entusiasmo ai destini della nuova Germania. L’amicizia è ormai impossibile, ma Max continua a credere nella lealtà dell’antico socio,e si rivolge a lui per chiedere aiuto in una circostanza drammatica. La reazione di Martin, che ha nel frattempo assunto un incarico di rilievo nel partito nazista, sarà, invece crudele. Ma totalmente imprevedibile si rivela il colpo di scena che segue...

dal 19 febbraio al 26 marzo 2017


Assenze

di Peter Floyd

traduzione di Antonia Brancati

Regia di Mario Zolin

L’OPERA

“Assenze” è la storia di Helen Bastion, una matura matriarca con una volontà di ferro. Anche se in famiglia i rapporti sono difficili per la sua infaticabile azione di controllo su tutto e su tutti, è comunque una storia d’amore per la vita. Compaiono i primi vuoti di memoria, all’inizio negati, in seguito mascherati, ma poi inevitabilmente sconvolgenti. “Pensi che mi lascerò andare facilmente? Io lotterò fino alla fine”.
Helen non ha nessuna intenzione di lasciarsi scivolare nell’oblio. Il suo mondo però diventa sempre più caotico. Vorrebbe ritrovare un rapporto con la figlia Barb, che ha deluso le sue attese e provocato la sua disapprovazione, ma le parole perdono via via di significato e il dialogo diventa sempre più difficile. La sua corazza d’acciaio comincia a sgretolarsi. Le sue facoltà mnemoniche diventano sempre più confuse, tuttavia conservano memoria affettiva, intelligenza, astuzia, abilità dialettiche. Helen si sforza disperatamente di trovare un significato ad un’esistenza che sta lentamente e inesorabilmente diventando un “involucro” vuoto... ed ecco appare il dott. Bright. Con lui Helen arriva a valutare in modo nuovo la sua nuova vita senza tempo né memoria, a scoprire un orizzonte diverso, non privo di poesia e leggerezza: “Libera. Mi sento libera”.
“Assenze” è un testo che coinvolge lo spettatore nell’alternarsi di forze contrapposte, cedimenti, paure, sentimenti, e desideri contrastanti, perché vede la realtà attraverso gli occhi di Helen, fa sue le sue visioni, sente non quello che persone dicono, ma ciò che Helen sente: una progressione che diventa un inanellarsi di parole che insieme non hanno senso. Lo spettatore vede le situazioni dal punto di vista di Helen, ossia dall’interno della sua inafferrabile, odiata e infine amata condizione.


 


NOTE DI REGIA

La forza del testo sta nella capacità di proiettare lo spettatore all’interno di una vicenda che per sua natura è cruda, disarmante ma anche affascinante.
La sfida della messinscena si è dimostrata subito ardua: ambienti diversi nei quali collocare la storia e i suoi protagonisti, salti temporali da sottolineare durante lo svolgimento delle varie scene. Per dipanare questa matassa mi sono affidato all’uso finalizzato delle luci, agli effetti sonori e alle musiche che devono scandire i diversi momenti della storia.
Impegnativo il personaggio del dott. Bright che si materializza nella mente di Helen e alla vista degli spettatori, ma non a quella degli altri interpreti. Al dott. Bright (in traduzione “luminoso, gioioso, allegro”) ho imposto una recitazione sfaccettata, misteriosa, a volte beffarda, dolce ma cruda, sincera.
La scena rappresenta lo skyline di una città americana. Si tratta quindi di un esterno, ma può essere anche un interno, un piano su cui far comparire immagini di ricordi, o una barriera tra la protagonista e gli altri personaggi. Gli elementi d’arredo sono al minimo: la poltrona di Helen, suo luogo di sicurezza, e il divano-lettino d’ospedale. Insomma tutto ridotto all’essenziale per lasciare agli spettatori la possibilità di concentrarsi senza distrazioni, di entrare nella storia, di ascoltarla e vederla con gli occhi della protagonista.


 


L’AUTORE

Peter M. Floyd, nativo del New Hampshire, si è laureato in scienze politiche al MIT di Boston, dove vive. Si è sempre interessato al teatro e ha cominciato a lavorare come attore e regista con numerosi gruppi teatrali locali. La sua carriera di autore ha avuto inizio nel 2005 con la commedia breve “The Little Death” e da allora non ha più smesso di scrivere per il teatro. Nel 2010 ha cominciato a studiare drammaturgia alla Boston University, ottenendo il titolo di Master of Fine Arts nel gennaio 2012. Durante il suo corso di studi ha composto “Absence” che, dopo aver vinto numerosi premi, è andato in scena con grande successo al Boston Playwrights’ Theatre nel 2014.

Sabato, 25 febbraio 2017 - ore 21:00

Teatro Comunale di Cologna Veneta

Pigmalione

di George Barnard Shaw

Regia di Maria Grazia Bettini

GEORGE BERNARD SHAW

George Bernard Shaw nacque a Dublino, il 26 luglio 1856 in una famiglia povera di origine inglese.
Dopo aver lavorato per qualche tempo come impiegato, nel 1876, si trasferì nella Londra vittoriana, dove la madre insegnava canto, squattrinato ma armato di tante idee.
Entrò subito in contatto con William Archer, traduttore di Ibsen, e William Morris.
In quegli anni la lettura de "Capitale" di Karl Marx lo fece aderire al socialismo; in politica fu tra i fondatori della Fabian Society (1884), gruppo di intellettuali socialisti, i cui programmi si adoperò a propagare con vari scritti e conferenze, guadagnandosi da vivere come critico letterario, musicale e teatrale.
Intrapresa l’attività letteraria, scrisse, fra il 1879 ed il 1883, cinque romanzi, che furono pubblicati soltanto cinque anni dopo.
Dal 1892 cominciò la sua lunga carriera teatrale, di forte impronta sociale, con la rappresentazione al Royal Theatre della prima commedia: "Widower’s houses" (Le case del vedovo), contro i proprietari delle case fatiscenti dei sobborghi operai londinesi e toccò anche il tema scabroso della prostituzione femminile in "La professione della signora Warren" (1894); nel 1897 ottenne il successo con "The devil’s disciple" (Il discepolo del diavolo).
Sposò nel 1898 Charlotte Payne-Townshend, ereditaria irlandese che lo distolse dalle preoccupazioni finanziarie e gli permise di dedicarsi a tempo pieno al teatro: la produzione si moltiplicò con i drammi "Cesare e Cleopatra", "Uomo e superuomo" e "Il maggiore Barbara", anche se la sua opera più famosa sarà, appunto, "Pigmalione" del 1914, in cui George Bernard Shaw affronta alcuni dei suoi temi principali, dall’emancipazione femminile al discorso sul linguaggio.
Negli anni che seguirono la prima guerra mondiale, Shaw acuì il suo carattere sarcastico e nel 1923 scrisse quello che è considerato il suo capolavoro, "Santa Giovanna" (Saint Joan).
Nel 1925 arrivò la sua consacrazione internazionale: gli venne conferito il premio Nobel per la Letteratura ma rifiutò, comunque, di ritirare il premio in denaro.
Anche anziano, ultranovantenne, continuò a scrivere: morì il 02 novembre 1950 in seguito ad una caduta mentre inseguiva una farfalla nella sua residenza di Ayot St Lawrence.
Per George Bernard Shaw il teatro doveva essere soprattutto un veicolo per le idee, "una fucina di pensieri, una guida per la coscienza, un commentario della condotta sociale, una corazza contro la disperazione e la stupidità ed un tempio per l’Elevazione dell’Uomo".Distaccandosi dalla tradizione ottocentesca, scelse la via della satira, del paradosso provocatorio e scintillante, per lanciare strali contro istituzioni, pregiudizi e storture della società.

 

NOTE DI REGIA

Anche se nella storia del professore di fonetica che, per scommessa, decide di trasformare la giovane fioraia capace solo di esprimersi nel più volgare dialetto londinese in "duchessa" dall’accento perfetto c’è profumo di favola, i temi che George Bernard Shaw intreccia in "Pigmalione" sono tutt’altro che lievi: si va dall’emancipazione della donna alla discriminazione sociale; c’è una feroce critica al classismo britannico, che distingue le posizioni sociali anche e soprattutto attraverso l’inflessione linguistica e c’è, ancora di più, il problema della minipolazione degli individui da parte delle classi superiori nei confronti di chi è ignorante.
Niente di più attuale in una società dove un moderno Pigmalione può fare del popolo la sua Galatea.
L’autore in questo testo dà libero sfogo alla sua polemica sulla superficialità dell’alta borghesia privilegiando il conflitto dialettico tra i personaggi e l’importanza della lingua come indicatore della diversità di classe.
Per questo ho scelto il testo tradotto nella versione di Luigi Lunari (commediografo e traduttore) nel quale la vivace battaglia tra il cockney londinese e la lingua ufficiale del testo originale è stata magistralmente riadattata traducendo la cadenza anglosassone in una parlata volgare e sgrammaticata moderna.
Ho ambientato la commedia in un salotto di primo novecento ricreato con mobili finti e pareti disegnate su grandi tele, il tutto bianco e nero, ed ho scelto costumi ricchi e ben curati inseriti nel loro tempo per mettere in risalto, nella loro contrapposizione, l’artificiosità delle alte classi britanniche per le quali l’apparenza è più importante delle persone stesse e della loro umanità secondo il principio assolutamente moderno ed attuale che esalta l’apparire contro l’essere,
La rappresentazione è fedele al testo originario, ma con una fugace libertà nel finale: il rapporto tra il Professore e la semplice fioraia, che potrebbe trasformarsi in un sentimento più profondo, resta aperto e lascia allo spettatore immaginare se abbia un futuro diverso da quello pensato dall’autore.

 

Mercoledì, 8 marzo 2017 - ore 20:45

GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA

La moglie del mondo

Regia di Maria Grazia Bettini

La moglie del mondo (The World’s Wife) è una raccolta di poesie le cui protagoniste sono donne, vere o immaginarie, in cerca di un loro ruolo nella storia e nel mito. Sono le mogli di uomini famosi, come la signora Pilato, la signora Esopo, la signora Freud e altre ancora; oppure sono donne tradizionalmente definite tramite i loro uomini, come Dalila o Euridice. Sono le mogli del mondo secondo l’efficace titolo.

Tutte le poesie si configurano come autoritratti. Il monologo, da sempre una delle forme poetiche preferite da Carol Ann Duffy, in questa raccolta le permette di dare una voce distintiva e forte a ciascuna di queste mogli che si collegano a costruire un’affascinante rivisitazione, una versione dei fatti dalla parte di lei.

Le narratrici non si limitano infatti ad aggiungere particolari mancanti o verità nascoste alle storie già note, ma ciascuna di loro ha spesso una storia del tutto inedita da raccontare.

dal 7 al 30 aprile 2017


Il fantasma di Canterville


di Oscar Wilde

riduzione teatrale di Chiara Prezzavento

Regia di Maria Grazia Bettini

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.?Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

L’Accademia Teatrale Campogalliani, inoltre, ha in calendario nella sua intensa attività ordinaria alcuni altri eventi che, pur programmati anche in altri periodi dell’anno, possono essere segnalati nell’ambito delle manifestazioni per Mantova Capitale Italiana delle Cultura in quanto rientrano nel prestigio del tessuto culturale cittadino per produzione, messaggio, argomenti, scelta dei luoghi.