Calendario precedenti spettacoli

Questa pagina accoglie lo storico delle rappresentazioni dei nostri spettacoli e delle partecipazioni ad eventi esterni.
 
 

18 lug
  • Cortile di Palazzo D’Arco
  • mercoledì 18 luglio 2018
  • 21:30

ARS Creazione e Spettacolo - Mantova

Regia di Raffaele Latagliata

Posto unico non numerato € 10,00

 

Una storia d’amore contemporanea che al "c’era una volta un principe e una principessa in un castello" lascia il posto al “c’era una volta un precario e una studentessa universitaria in fila per una lampada low cost all’Ikea”. Due innamorati come tanti, con le paure e le aspettative di molti giovani di oggi. Lui che inaspettatamente le chiede, in fila alla cassa, di fare un figlio; lei che reagisce disorientata.

LEI Un figlio???!
LUI Respira.
LEI Un figlio?!!!
LUI Stiamo solo facendo un discorso.
LEI Un discorso che stai iniziando tu.
LUI Un discorso che io, sì, sto cercando di iniziare.
LEI Cercando?
LUI Tutto qui. Questo è quanto.
LEI Un discorso che hai deciso di cominciare adesso?!
LUI Sì.
LEI All’ Ikea???!!!

[...]

Una coppia, un amore e un muro di incomunicabilità. L’eterno conflitto tra l’universo maschile e femminile, complementari eppure così diversi e talvolta irrimediabilmente lontani. Condividono la stessa vita, parlano la stessa lingua eppure sembra non si capiscano. Che cosa vede l’uno che l’altro non vede? Che cos’è che non riescono a capire l’uno dell’altro? Due diversità che si fanno incolmabile distanza. Incomprensioni, litigi e riappaci ficazioni, in un susseguirsi di situazioni ed emozioni che raccontano uno spaccato di vita comune a molti di noi.
Dialoghi brillanti e dal ritmo incalzante scandiscono la vita di questa giovane coppia, uno spaccato di presente fatto di aspettative, isterismi, facili entusiasmi e delusioni in cui è impossibile non ritrovarsi. Con nomi facce e combinazioni diverse, riproduciamo e inneschiamo tutti le stesse dinamiche, a comprova che siamo tutti molto più simili e molto più vicini di quanto non si pensi.
Il palcoscenico spoglio permette alla macchina scenica continui salti nello spazio e nel tempo e consegna al pubblico la nuda dinamica del discorso amoroso fra delusioni, rotture, riconciliazioni e un inaspettato finale, in cui il tempo subisce un’accelerazione spiazzante e commovente.
Una storia fatta d’amore e precarietà. Una storia d’amore moderna. Una storia d’amore ai tempi dell’Ikea.


ARS. CREAZIONE E SPETTACOLO

Ars. Creazione e Spettacolo è un’associazione culturale senza scopo di lucro che opera con l’intento di promuove l’espressione teatrale e ogni forma d’arte ad essa connessa al fine di contribuire ad incentivare la ricerca e la pratica teatrale. Nata nel 2003 con lo scopo di istituzionalizzare l’attività svolta da un gruppo di artisti di origine mantovana attivi come professionisti nel settore teatrale in ambito nazionale, Ars svolge un’ importante opera di promozione e creazione culturale legata al teatro e al mondo dello spettacolo in ambito mantovano e nazionale.
Nel tempo si è relazionata ed ha stabilito stretti legami di collaborazione oltre che con le istituzioni pubbliche locali come Comune e Provincia di Mantova, anche con numerose altre realtà culturali del territorio mantovano come Accademia Virgiliana, Fondazione Mantova Capitale Europea dello Spettacolo, Centro Internazionale d’Arte di Palazzo, Accademia Teatrale Francesco Campogalliani, e con i Festival e le manifestazioni culturali più rilevanti del territorio come Festivaletteratura, Festival Segni d’Infanzia, Festival di Teatro Arlecchino d’oro, Festival Eterotopie, Mantova Creativa.
Attiva nello Spazio Studio Sant’Orsola, teatro e sala polivalente, oltre alla creazione di performance, alla produzione di spettacoli teatrali e alla realizzazione di grandi eventi in occasioni di particolari manifestazioni del territorio, Ars Creazione e Spettacolo dirige dal 2005 la Scuola di Teatro di Mantova, importante realtà di formazione e didattica teatrale che conta oltre 200 allievi di tutte le età e rappresenta un significativo polo di aggregazione e scambio culturale per la città. La Scuola si struttura sulla base del modello anglosassone delle Arti Performative, modello largamente diffuso in ambito internazionale che ha, nell’ultimo ventennio, influenzato fortemente i piani didattici delle maggiori scuole di recitazione e accademie teatrali italiane riconosciute, favorendo l’infiltrazione e il potenziamento di discipline prima considerate collaterali, come l’espressività corporea e il canto.
Sempre all ’interno dello Spazio Studio Sant’ Orsola Ars propone dal 2011 la rassegna di teatro contemporaneo “Altroteatro”, giunta oggi a alla sua ottava edizione. Un modo diveso di fruire il teatro all’interno di un luogo off rispetto a quelli classici della città che si integra e dialoga con essi. L’aspetto privilegiato che garantisce lo spazio è quello del teatro vissuto da vicino, attraverso il contatto con i performer e i contenuti di una rassegna che trae spunto dalla drammaturgia contemporanea. Altro è l’asse portante di ognuna delle edizioni presentate. Altro dal tradizionale, altro dal passato, altro luogo di rappresentazione, altra forma di stare insieme e guardare quello che siamo. Un luogo e un modo dove si fa cultura insieme, dove le forze artistiche del territorio e non solo si riuniscono e condividono esperienze.

17 lug
  • Cortile di Palazzo D’Arco
  • martedì 17 luglio 2018
  • 21:30

Scuola di Danza Karisma - Mantova

diretta da Monica Nuvolari

Posto unico non numerato € 10,00

 

Lo spettacolo del 16 luglio vedrà esibirsi i corsi delle allieve fra i 7 e 11 anni in un piccolo "assaggio" dal balletto "Coppelia" con la presenza di un ’allieva del corso avanzato che interpreterà SwanIlda (la protagonista) nella variazione del 3º atto.
Saranno ospiti della serata allievi provenienti da Verona, allievi di Stefania Cantarelli e Giovanni Patti colleghi di Monica Nuvolari per molti anni all’Arena di Verona. Seguiranno poi alcuni pezzi neoclassici come "il cigno" con musica di A. Dvorak e "Carmina Burana" con musica di C. Orff, entrambi coreografati dal maestro G. Carbone (già direttore del corpo di ballo della Scala di Milano, dell’opera di Roma, dell’Arena di Verona, dell’Opera di Monaco di Baviera, del cullgerg ballett di Stoccolma e molti altri) che dopo aver visionato le allieve e lavorato con loro ha gentilmente concesso di esibirsi nei due balletti sopra indicati.


SCUOLA DI DANZA KARISMA

La scuola di danza Karisma è diretta da Monica Nuvolari, già solista del corpo di ballo dell’Arena di Verona e del Royal swedish ballet di Stoccolma.

16 lug
  • Cortile di Palazzo D’Arco
  • lunedì 16 luglio 2018
  • 21:30

Scuola di Danza Karisma - Mantova

diretta da Monica Nuvolari

Posto unico non numerato € 10,00

 

Lo spettacolo del 16 luglio vedrà esibirsi i corsi delle allieve fra i 7 e 11 anni in un piccolo "assaggio" dal balletto "Coppelia" con la presenza di un ’allieva del corso avanzato che interpreterà SwanIlda (la protagonista) nella variazione del 3º atto.
Saranno ospiti della serata allievi provenienti da Verona, allievi di Stefania Cantarelli e Giovanni Patti colleghi di Monica Nuvolari per molti anni all’Arena di Verona. Seguiranno poi alcuni pezzi neoclassici come "il cigno" con musica di A. Dvorak e "Carmina Burana" con musica di C. Orff, entrambi coreografati dal maestro G. Carbone (già direttore del corpo di ballo della Scala di Milano, dell’opera di Roma, dell’Arena di Verona, dell’Opera di Monaco di Baviera, del cullgerg ballett di Stoccolma e molti altri) che dopo aver visionato le allieve e lavorato con loro ha gentilmente concesso di esibirsi nei due balletti sopra indicati.


SCUOLA DI DANZA KARISMA

La scuola di danza Karisma è diretta da Monica Nuvolari, già solista del corpo di ballo dell’Arena di Verona e del Royal swedish ballet di Stoccolma.

14 lug
  • Cortile di Palazzo D’Arco
  • sabato 14 luglio 2018
  • 21:30

COD DANCE COMPANY - Mantova

diretta da Chiara Olivieri

Posto unico non numerato € 10,00

 

La danza veicola la propria bellezza per raccontarsi in relazione alla musica e all’arte. Le differenti coreografie affronteranno la simbologia, la carnalità, l’appartenenza della bellezza in uno spettacolo poetico e raccolto con protagonisti i quattro danzatori della compagnia COD, su musiche da vivo di Mendelssohn, Bach, Lerich, Schumann suonate dal quartetto ALBERTI


COD DANCE COMPANY

COD danza è una compagnia di danza professionista diretta da Chiara Olivieri, che opera da anni sul territorio mantovano. Vanta la collaborazione con istituzioni pubbliche ed enti culturali mantovani, spesso invitata in diverse rassegne nazionali. La scelta coreografica della Olivieri è da sempre legata all’osservazione, all’ascolto e alla ricerca dell’integrazione corpo ed esperienza. Un lavoro che ha raccolto stimoli da varie forme di contaminazione artistica con la finalità di un linguaggio adeguato, coerente, comunicativo e personale.

12 lug
  • Cortile di Palazzo D’Arco
  • giovedì 12 luglio 2018
  • 21:30

di Luigi Lunari

Accademia Teatrale Campogalliani - Mantova

Regia di Maria Grazia Bettini

Posto unico non numerato € 10,00

In caso di maltempo lo spettacolo verrà rinviato al 12 luglio 2018, stessa ora.

 

Lo spettacolo è diviso in due tempi con un solo intervallo


 
 
La ripresa dello spettacolo nel Settantennale dell’Accademia Teatrale Campogalliani è dedicata alla memoria di Aldo Signoretti e di Silvano Palmierini, rispettivamente magistrale regista e straordinario interprete della primitiva storica realizzazione di TRE SULL’ALTALENA

Il Presidente - Francesca Campogalliani


Ho scelto di riproporre questo spettacolo, senza cambiare nulla dell’originario allestimento e disegno registico, perché non mi sembrava possibile migliorare alcun elemento, tranne la sostituzione di un attore per “forza maggiore”.

Il regista e Direttore Artistico - Maria Grazia Bettini



Nota d’autore

Ci sono varie cose divertenti che potrebbero essere dette sulla genesi e sulla “fortuna” di questa commedia, ma il dirle non è opportuno: qualcuno potrebbe adontarsene, e, a me non sembra il caso di farmi dei nemici. Le racconterò a suo tempo – magari in una nuova commedia – lasciando per ora il curioso alla sua curiosità. «Tre sull’altalena nasce un po’ per caso: il titolo aggancia e riecheggia – come è mio costume – un titolo noto, tentando di scavalcare a livello subliminare la diffidenza del pubblico italiano per le cose nuove e mai sentite. Come commedia – a parte l’abilità tecnica che sempre e generosamente mi riconosco – non mi sembrava gran cosa: e devo un cero e un inno a Franco Graziosi, che per primo si è calorosamente divertito leggendola e che mi ha aperto gli occhi, diciamo, sulle sue possibilità. Ho constatato poi che la commedia piace molto agli attori, e mi sono ricordato del Goldoni, che nel suo Teatro comico fa dire a un attore: «Perché una commedia diverta il pubblico bisogna che prima diverta me». Che diverta e piaccia agli attori è dunque un buon auspicio. Poi, rileggendola, mi sono divertito anch’io: e autoanalizzandomi un poco, ho scoperto quanto segue: la commedia – al di là del piccolo mistero di cui ne circonfondo la nascita – è nata comunque senza alcuno scopo preciso, come è per chi dia inizio a un discorso improvvisato, senza una traccia e senza una scaletta, è stata condotta con totale libertà, come è per chi passeggia senza meta e senza scopo, per il puro gusto di passeggiare: il risultato è che nel totale disimpegno, nella mancanza di ogni progetto particolare, sono liberamente confluiti in queste pagine temi, episodi, convinzioni, speranze, paure, manie che appartengono più che a me uomo di teatro o intellettuale o scrittore, a me uomo in quanto tale, Luigi Lunari e basta. E – sempre in questa disimpegnata libertà, non dissimile da quella sciolta tranquillità che a volte negli sport procura il record – la commedia si è disposta «naturalmente» secondo un ordine e un significato, che diventano addirittura esistenzial-filosofici. Al punto che avrei potuto scrivere – del tutto diversamente da quanto ho scritto – «Questa commedia tratta dai vari atteggiamenti che l’Uomo assume di fronte al grande Problema della Morte. I tre protagonisti, e la quarta persona che sopraggiunge alla fine, rappresentano – secondo una tipologia che attraverso le quattro maschere della commedia dell’arte e le carte dei tarocchi risale addirittura all’antico Egitto – il Potere Economico, la Sapienza Filosofica e Razionale, la Forza delle Armi e da ultimo il Popolo Lavoratore (Pantalone, il Dottore, il Capitano, lo Zanni, ovvero i segni di danari, di coppe, di spade e di bastoni). Di fronte all’eterno problema della Vita e della Morte reagiscono secondo la propria intima struttura psicologica e culturale, cedendo alla paura, trovando rifugio nella razionalità, alzando le spalle nel cachinno derisivo e strafottente, sortendo un dibattito che nello scontro e nel confronto...» ... eccetera eccetera

Luigi Lunari


La commedia nei giudizi della critica

È difficile prendere sul serio una commedia che pone il problema dell’incomprensibilità delle sue premesse, le quali dopo tutto sono state decise dal drammaturgo, soprattutto se, come è evidente in questo caso, egli non ci chiede di credere alla sua invenzione come fosse una metafora decisiva della condizione umana, non ci sorride sopra. E però, proprio per via di questo suo disimpegno e nella scanzonata superficialità con cui sono trattati i grandi nomi della filosofia dell’esistenza da Leibniz a Nietzsche, Tre sull’altalena diverte molto il pubblico e riesce a funzionare egregiamente nel gioco sofisticato dell’autoparodia 

(Ugo Volli, «La Repubblica») 


Una commedia così, fosse firmata da Neil Simon o Andrè Roussin, scatenerebbe una gara fra gli impresari nostrani per accaparrarsela 

(Ugo Ronfani, «Il Giorno») 


In Tre sull’altalena si parla dunque di morte con divertita intelligenza: un tema serio affrontato con il sorriso e l’ironia.il foltissimo pubblico della prima si è sciolto alla fine dello spettacolo in lunghi e trionfali applausi 

(Magda Poli, «Corriere della Sera») 


Con Tre sull’altalena Lunari ha dato il via libera alla propria spontaneità creativa senza equilibrismi intellettuali, solo usando il filtro di una naturale musicalità sintattica. Ne è sortita forse la sua più bella commedia 

(Paolo Paganini, «La Notte») 


Mettiamoci Sartre e Beckett e Kafka, magari anche Feydeau, per via di quelle porte che si aprono e si chiudono mettiamoci quel che volete, ma Lunari gioca tutte le carte sue, lasciando – sullo scivolo di una incalzante comicità – larghi spazi a un impegno carico di significati morali 

(Carlo Maria Pensa, «Famiglia Cristiana») 


Dopo l’edizione del debutto (1990 – Teatro dei Filodrammatici di Milano – regia di Silvano Piccardi) Tre sull’altalena è stata portata in scena in Italia dalla Compagnia Pambieri-Tanzi-Beruschi (1996 – Teatro Carano – Milano), sempre per la regia di Silvano Piccardi. 

La fortuna straniera della commedia comincia nel 1994. Tradotta in francese con il titolo “Fausse adresse”, viene rappresentata al Festival di Avignone dalla Compagnia Pierre Santini, nel mese di luglio. In novembre viene portata a Parigi, al Théâtre La Bruyère, dove sta in scena per 159 sere, poi in tournèe in Francia Tre sull’altalena viene pubblicata in francese su “Avant- Scène” (febbraio 1995) e in Inglese su “Plays International” (settembre 1994). Da allora, viene tradotta in ventitre lingue, e pubblicata – oltre che in francese e inglese – anche in spagnolo (rivista “Ade”), in russo (rivista “Teatr”), in portoghese, in croato e in bulgaro, ed è pubblicata per il Nord America dalla Blizzard Co.. In Italiano esce nella BUR di Rizzoli, Milano 1994. Poi presso l’editore Book Time, Milano 2012 Rappresentata in Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Olanda, Belgio, Svizzera, Svezia, Finlandia, Estonia, Rep. Ceka, Slovacchia, Messico, Argentina, USA, Canada, Russia e CSL, Bulgaria, Cipro, Grecia, Turchia, Israele, Croazia. 

Piccola considerazione: rappresentata in otto capitali della CEE dal teatro professionista, ma a Roma solamente dall’Accademia Teatrale Campogalliani.

Riconoscimenti ottenuti dall’Accademia Campogalliani con “Tre sull’altalena”

1. GORIZIA TEATRO TENDA AL CASTELLO (luglio 1994)
FESTIVAL TEATRO AL CASTELLO TROFEO “CITTA’ DI GORIZIA”
1 premio alla Compagnia
1 premio alla regia ad Aldo Signoretti
1 premio per il miglior caratterista a Silvano Palmierini
1 premio per il miglior attor giovane a Diego Fusari
1 premio per la miglior caratterizzazione delle piccole parti femminili a Francesca Campogalliani
Segnalazione per i costumi (Mario Zolin)

2. PESARO TEATRO ROSSINI (settembre 1994)
FESTIVAL NAZIONALE D’ARTE DRAMMATICA
Premio della giuria giovani per il miglior testo di autore contemporaneo italiano e il miglior spettacolo del Festival

3. SCHIO TEATRO ASTRA (ottobre 1994)
RASSEGNA MASCHERA D’ARGENTO
1 premio della giuria per la miglior regia
Premio per il miglior caratterista della rassegna a Silvano Palmierini
Premio per il miglior attore giovane e il miglior attore generico assegnati dal pubblico a Diego Fusari e Adolfo Vaini

4. MACERATA TEATRO LAURO ROSSI (ottobre 1994)
RASSEGNA NAZIONALE “ANGELO PERUGINI”
Premio speciale della giuria per il miglior spettacolo

5. ROVERETO TEATRO ZANDONAI (marzo 1995)
RASSEGNA NAZIONALE SIPARIO D’ORO
Primo premio della giuria (presieduta da Ugo Ronfani) SIPARIO D’ORO alla compagnia
Premio per il miglior attore della rassegna a Silvano Palmierini

6. CASTELLANA GROTTE RASSEGNA NAZIONALE DEL TEATRO COMICO (luglio 1995)
Premio alla compagnia per il miglior spettacolo della rassegna
Premio per la migliore interpretazione a Silvano Palmierini

7. CALTABELLOTTA e SCIACCA PREMIO “SALVO RANDONE” (giugno 1997)
1 Premio al gruppo per il miglior spettacolo

8. VERONA (maggio 1998)
RASSEGNA TEATRALE DI AUTORE CONTEMPORANEO PREMIO “GIORGIO TOTOLA”
1 Premio al gruppo per il miglior spettacolo

9. IMPERIA FESTIVAL NAZIONALE DEL TEATRO (maggio 2005)
1 Premio al gruppo per il miglior spettacolo

10. MILANO TEATRO NUOVO (luglio 2008)
FESTIVAL DEL TEATRO AMATORIALE
1 premio miglior attore a Diego Fusari
3 premio miglior attore a Adolfo Vaini
3 premio miglior regia a Aldo Signoretti


“TRE SULL’ALTALENA”, allestito dall’Accademia Teatrale Campogalliani dal 1993, e tuttora in repertorio, è stato rappresentato, oltre che a Mantova e nei luoghi sopra citati, anche in altre sedi, tra cui quelle prestigiose del Teatro Manzoni di Milano, Teatro della Cometa di Roma, Vicenza, Trento, Brescia, ecc.

11 lug
  • Cortile di Palazzo D’Arco
  • mercoledì 11 luglio 2018
  • 21:30

di Luigi Lunari

Accademia Teatrale Campogalliani - Mantova

Regia di Maria Grazia Bettini

Posto unico non numerato € 10,00

In caso di maltempo lo spettacolo verrà rinviato al 12 luglio 2018, stessa ora.

 

Lo spettacolo è diviso in due tempi con un solo intervallo


 
 
La ripresa dello spettacolo nel Settantennale dell’Accademia Teatrale Campogalliani è dedicata alla memoria di Aldo Signoretti e di Silvano Palmierini, rispettivamente magistrale regista e straordinario interprete della primitiva storica realizzazione di TRE SULL’ALTALENA

Il Presidente - Francesca Campogalliani


Ho scelto di riproporre questo spettacolo, senza cambiare nulla dell’originario allestimento e disegno registico, perché non mi sembrava possibile migliorare alcun elemento, tranne la sostituzione di un attore per “forza maggiore”.

Il regista e Direttore Artistico - Maria Grazia Bettini



Nota d’autore

Ci sono varie cose divertenti che potrebbero essere dette sulla genesi e sulla “fortuna” di questa commedia, ma il dirle non è opportuno: qualcuno potrebbe adontarsene, e, a me non sembra il caso di farmi dei nemici. Le racconterò a suo tempo – magari in una nuova commedia – lasciando per ora il curioso alla sua curiosità. «Tre sull’altalena nasce un po’ per caso: il titolo aggancia e riecheggia – come è mio costume – un titolo noto, tentando di scavalcare a livello subliminare la diffidenza del pubblico italiano per le cose nuove e mai sentite. Come commedia – a parte l’abilità tecnica che sempre e generosamente mi riconosco – non mi sembrava gran cosa: e devo un cero e un inno a Franco Graziosi, che per primo si è calorosamente divertito leggendola e che mi ha aperto gli occhi, diciamo, sulle sue possibilità. Ho constatato poi che la commedia piace molto agli attori, e mi sono ricordato del Goldoni, che nel suo Teatro comico fa dire a un attore: «Perché una commedia diverta il pubblico bisogna che prima diverta me». Che diverta e piaccia agli attori è dunque un buon auspicio. Poi, rileggendola, mi sono divertito anch’io: e autoanalizzandomi un poco, ho scoperto quanto segue: la commedia – al di là del piccolo mistero di cui ne circonfondo la nascita – è nata comunque senza alcuno scopo preciso, come è per chi dia inizio a un discorso improvvisato, senza una traccia e senza una scaletta, è stata condotta con totale libertà, come è per chi passeggia senza meta e senza scopo, per il puro gusto di passeggiare: il risultato è che nel totale disimpegno, nella mancanza di ogni progetto particolare, sono liberamente confluiti in queste pagine temi, episodi, convinzioni, speranze, paure, manie che appartengono più che a me uomo di teatro o intellettuale o scrittore, a me uomo in quanto tale, Luigi Lunari e basta. E – sempre in questa disimpegnata libertà, non dissimile da quella sciolta tranquillità che a volte negli sport procura il record – la commedia si è disposta «naturalmente» secondo un ordine e un significato, che diventano addirittura esistenzial-filosofici. Al punto che avrei potuto scrivere – del tutto diversamente da quanto ho scritto – «Questa commedia tratta dai vari atteggiamenti che l’Uomo assume di fronte al grande Problema della Morte. I tre protagonisti, e la quarta persona che sopraggiunge alla fine, rappresentano – secondo una tipologia che attraverso le quattro maschere della commedia dell’arte e le carte dei tarocchi risale addirittura all’antico Egitto – il Potere Economico, la Sapienza Filosofica e Razionale, la Forza delle Armi e da ultimo il Popolo Lavoratore (Pantalone, il Dottore, il Capitano, lo Zanni, ovvero i segni di danari, di coppe, di spade e di bastoni). Di fronte all’eterno problema della Vita e della Morte reagiscono secondo la propria intima struttura psicologica e culturale, cedendo alla paura, trovando rifugio nella razionalità, alzando le spalle nel cachinno derisivo e strafottente, sortendo un dibattito che nello scontro e nel confronto...» ... eccetera eccetera

Luigi Lunari


La commedia nei giudizi della critica

È difficile prendere sul serio una commedia che pone il problema dell’incomprensibilità delle sue premesse, le quali dopo tutto sono state decise dal drammaturgo, soprattutto se, come è evidente in questo caso, egli non ci chiede di credere alla sua invenzione come fosse una metafora decisiva della condizione umana, non ci sorride sopra. E però, proprio per via di questo suo disimpegno e nella scanzonata superficialità con cui sono trattati i grandi nomi della filosofia dell’esistenza da Leibniz a Nietzsche, Tre sull’altalena diverte molto il pubblico e riesce a funzionare egregiamente nel gioco sofisticato dell’autoparodia 

(Ugo Volli, «La Repubblica») 


Una commedia così, fosse firmata da Neil Simon o Andrè Roussin, scatenerebbe una gara fra gli impresari nostrani per accaparrarsela 

(Ugo Ronfani, «Il Giorno») 


In Tre sull’altalena si parla dunque di morte con divertita intelligenza: un tema serio affrontato con il sorriso e l’ironia.il foltissimo pubblico della prima si è sciolto alla fine dello spettacolo in lunghi e trionfali applausi 

(Magda Poli, «Corriere della Sera») 


Con Tre sull’altalena Lunari ha dato il via libera alla propria spontaneità creativa senza equilibrismi intellettuali, solo usando il filtro di una naturale musicalità sintattica. Ne è sortita forse la sua più bella commedia 

(Paolo Paganini, «La Notte») 


Mettiamoci Sartre e Beckett e Kafka, magari anche Feydeau, per via di quelle porte che si aprono e si chiudono mettiamoci quel che volete, ma Lunari gioca tutte le carte sue, lasciando – sullo scivolo di una incalzante comicità – larghi spazi a un impegno carico di significati morali 

(Carlo Maria Pensa, «Famiglia Cristiana») 


Dopo l’edizione del debutto (1990 – Teatro dei Filodrammatici di Milano – regia di Silvano Piccardi) Tre sull’altalena è stata portata in scena in Italia dalla Compagnia Pambieri-Tanzi-Beruschi (1996 – Teatro Carano – Milano), sempre per la regia di Silvano Piccardi. 

La fortuna straniera della commedia comincia nel 1994. Tradotta in francese con il titolo “Fausse adresse”, viene rappresentata al Festival di Avignone dalla Compagnia Pierre Santini, nel mese di luglio. In novembre viene portata a Parigi, al Théâtre La Bruyère, dove sta in scena per 159 sere, poi in tournèe in Francia Tre sull’altalena viene pubblicata in francese su “Avant- Scène” (febbraio 1995) e in Inglese su “Plays International” (settembre 1994). Da allora, viene tradotta in ventitre lingue, e pubblicata – oltre che in francese e inglese – anche in spagnolo (rivista “Ade”), in russo (rivista “Teatr”), in portoghese, in croato e in bulgaro, ed è pubblicata per il Nord America dalla Blizzard Co.. In Italiano esce nella BUR di Rizzoli, Milano 1994. Poi presso l’editore Book Time, Milano 2012 Rappresentata in Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Olanda, Belgio, Svizzera, Svezia, Finlandia, Estonia, Rep. Ceka, Slovacchia, Messico, Argentina, USA, Canada, Russia e CSL, Bulgaria, Cipro, Grecia, Turchia, Israele, Croazia. 

Piccola considerazione: rappresentata in otto capitali della CEE dal teatro professionista, ma a Roma solamente dall’Accademia Teatrale Campogalliani.

Riconoscimenti ottenuti dall’Accademia Campogalliani con “Tre sull’altalena”

1. GORIZIA TEATRO TENDA AL CASTELLO (luglio 1994)
FESTIVAL TEATRO AL CASTELLO TROFEO “CITTA’ DI GORIZIA”
1 premio alla Compagnia
1 premio alla regia ad Aldo Signoretti
1 premio per il miglior caratterista a Silvano Palmierini
1 premio per il miglior attor giovane a Diego Fusari
1 premio per la miglior caratterizzazione delle piccole parti femminili a Francesca Campogalliani
Segnalazione per i costumi (Mario Zolin)

2. PESARO TEATRO ROSSINI (settembre 1994)
FESTIVAL NAZIONALE D’ARTE DRAMMATICA
Premio della giuria giovani per il miglior testo di autore contemporaneo italiano e il miglior spettacolo del Festival

3. SCHIO TEATRO ASTRA (ottobre 1994)
RASSEGNA MASCHERA D’ARGENTO
1 premio della giuria per la miglior regia
Premio per il miglior caratterista della rassegna a Silvano Palmierini
Premio per il miglior attore giovane e il miglior attore generico assegnati dal pubblico a Diego Fusari e Adolfo Vaini

4. MACERATA TEATRO LAURO ROSSI (ottobre 1994)
RASSEGNA NAZIONALE “ANGELO PERUGINI”
Premio speciale della giuria per il miglior spettacolo

5. ROVERETO TEATRO ZANDONAI (marzo 1995)
RASSEGNA NAZIONALE SIPARIO D’ORO
Primo premio della giuria (presieduta da Ugo Ronfani) SIPARIO D’ORO alla compagnia
Premio per il miglior attore della rassegna a Silvano Palmierini

6. CASTELLANA GROTTE RASSEGNA NAZIONALE DEL TEATRO COMICO (luglio 1995)
Premio alla compagnia per il miglior spettacolo della rassegna
Premio per la migliore interpretazione a Silvano Palmierini

7. CALTABELLOTTA e SCIACCA PREMIO “SALVO RANDONE” (giugno 1997)
1 Premio al gruppo per il miglior spettacolo

8. VERONA (maggio 1998)
RASSEGNA TEATRALE DI AUTORE CONTEMPORANEO PREMIO “GIORGIO TOTOLA”
1 Premio al gruppo per il miglior spettacolo

9. IMPERIA FESTIVAL NAZIONALE DEL TEATRO (maggio 2005)
1 Premio al gruppo per il miglior spettacolo

10. MILANO TEATRO NUOVO (luglio 2008)
FESTIVAL DEL TEATRO AMATORIALE
1 premio miglior attore a Diego Fusari
3 premio miglior attore a Adolfo Vaini
3 premio miglior regia a Aldo Signoretti


“TRE SULL’ALTALENA”, allestito dall’Accademia Teatrale Campogalliani dal 1993, e tuttora in repertorio, è stato rappresentato, oltre che a Mantova e nei luoghi sopra citati, anche in altre sedi, tra cui quelle prestigiose del Teatro Manzoni di Milano, Teatro della Cometa di Roma, Vicenza, Trento, Brescia, ecc.

9 lug
  • Cortile di Palazzo D’Arco
  • lunedì 9 luglio 2018
  • 21:30

Scraps Orchestra - Mantova

Posto unico non numerato € 10,00

 
7 lug
  • Cortile di Palazzo D’Arco
  • sabato 7 luglio 2018
  • 21:30

di AA.VV.

Accademia Teatrale Campogalliani e Senzatrucco Ensemble

Posto unico non numerato € 10,00

 

Uno spettacolo che vede impegnate due attrici dell’Accademia Teatrale Campogalliani (Anna Bianchi e Roberta Vesentini) e due famosi musicisti mantovani (Stefano Boccafoglia e Marco Remondini): una serata per non dimenticare, per onorare le troppe donne umiliate, ferite, assassinate, perché “il silenzio fa più male delle botte”.
La serata prevede brani e monologhi tratti da testi di autrici famose (Lella Costa, Luciana Littizzetto, Serena Dandini, Franca Rame) e vivaci interventi musicali, un mix che fa riflettere, indignare e, perché no, anche sorridere, seppur amaramente.
Sensibilizzare i cittadini a tenere alta la guardia su questo “male sociale” è più che mai importante.
La rappresentazione teatrale e la musica possono veicolare con “leggerezza” questo messaggio di consapevolezza nella comunità: preoccuparsi di diseguaglianza di genere e di femminicidio, significa comprendere che tutti siamo coinvolti e che tutti possiamo fare qualcosa.
“La violenza sulle donne è antica come il mondo, ma oggi avremmo voluto sperare che una società avanzata, civile e democratica non nutrisse la cronaca di abusi, stupri e omicidi.”
Una serata, dunque, perché “Contro chi alza le mani, vogliamo alzare la voce”. Tutti insieme.

4 lug
  • Cortile di Palazzo D’Arco
  • mercoledì 4 luglio 2018
  • 21:30

di Ennio Flaiano

Teatro Minimo - Mantova

Regia di Sergio De Marchi

Posto unico non numerato € 10,00

 

Ennio Flaiano (Pescara 1910-Roma 1972) – Autore molto eclettico, Flaiano spaziò in una grande varietà di campi, passando con facilità dal giornalismo alla prosa e alla scrittura umoristica, dalla critica teatrale e cinematografica al teatro e al cinema vero e proprio, come sceneggiatore a fianco di registi di chiara fama. Tutta la sua produzione, indipendentemente dal genere, si caratterizza per lo stile chiaro, colorito e forbito. Il suo genio multiforme sapeva cogliere gli aspetti più paradossali della vita e della realtà del tempo, che egli interpretò e descrisse con una vena ironica e satirica e un grande senso del grottesco. Dietro il riso, a volte amaro, che le sue farse, le sue affermazioni e i suoi aforismi suscitano vi è tuttavia, sempre, la profondità di un pensiero realistico, privo di illusioni e improntato ad un forte senso morale.

Flaiano drammaturgo – Esordì come autore drammatico nel 1946, con l’atto unico “La guerra spiegata ai poveri”. Altri atti unici vennero rappresentati nel 1960: “La donna nell’armadio” e “Il caso Papaleo”. Del 1960 è pure la versione teatrale di “Un marziano a Roma”, racconto omonimo del 1954. L’ultima opera teatrale “Conversazione continuamente interrotta” fu messa in scena a Roma, nel 1972, poco prima della morte dell’autore.

La guerra spiegata ai poveri – Flaiano compose “La guerra spiegata ai poveri” in pochissimo tempo e la fece rappresentare nel maggio dello stesso anno all’Arlecchino di Roma, un teatrino d’avanguardia. Definita da un critico “brillante saggio di umorismo caustico e irriverente nei confronti dei miti della società borghese”, l’opera è una presa di posizione in chiave ironica, e più spesso farsesca e grottesca, contro la guerra e i suoi fautori ad ogni costo. La trama è molto semplice. Un gruppo di alti “papaveri” capeggiati da un Presidente e da un Generale sono riuniti per pianificare le strategie per una guerra appena iniziata. Nel corso dell’incontro essi esprimono la loro visione della guerra, che concepiscono come evento rassicurante e vantaggioso. Giunge ad un certo momento un giovane, che si rifiuta di andare alla guerra perché non sa che cosa sia. Tutti si danno da fare per spiegargliela e per esaltarne la bellezza e la poesia. Passa il tempo. La guerra sta finendo, ma il gruppo è ancora lì. Questa volta in attesa di progettare il prossimo conflitto.

I personaggi - La maggior parte dei personaggi è “sopra le righe”. I loro discorsi, infarciti di assurdità incredibili, dimostrano fino a che punto possono arrivare la cecità e la stupidità umana. Progettare la guerra e giocare con la vita degli altri sono per loro una specie di passatempo da perpetuare e nel quale indulgere.

L’allestimento – La regia ha volutamente accentuato gli elementi satirici e grotteschi del testo, puntando sul contrasto tra la serietà con cui i personaggi discutono e la vacuità delle loro considerazioni. L’azione si svolge in un ambiente pieno di giocattoli, una specie di sala giochi e, per evidenziare gli aspetti ludici della situazione, i personaggi si trastullano con i vari oggetti, mentre discutono di piani, di armamenti e di vite umane da sacrificare.



TEATRO MINIMO

La storia - Nato nel 1966 su iniziativa di Bruno Garilli , il Teatro Minimo deve il suo nome al numero limitato dei suoi componenti nonché alla minuscola sede di Via Isabella d’Este, allestita a proprie spese, con il contributo di pittori, scultori e privati cittadini, ove il gruppo ha operato sino al 1994 (50 posti a sedere ed un palcoscenico di m. 5x5). Nel 1994 il gruppo si è trasferito in via Gradaro, 7/A, ove ha ristrutturato un locale fatiscente, trasformandolo in teatro.
Nel corso della sua più che quarantennale attività il “Minimo” ha privilegiato una scelta di testi drammatici, o comunque impegnati, proponendo nuove tendenze teatrali, quali il teatro dell’Assurdo (Albee, Arrabal, Tardieu, Ionesco, Beckett, Pinter, Richardson, ecc.), il teatro documento di Peter Weiss e Dacia Maraini, o autori emergenti, tra cui il mantovano Angelo Lamberti. Tra i suoi numerosi allestimenti figurano testi di Brecht, De Ghelderode, Cocteau, Flaiano, parecchie edizioni delle opere di Karl Valentin, il Miles Gloriosus di Plauto, un adattamento de Il piccolo principe di A. de Saint-Exupéry e una riuscita edizione de Il sonno dei carnefici di Giorgio Celli. Con Fedra di Seneca (1993), Prometeo incatenato di Eschilo ed Ecuba di Euripide, il gruppo è anche approdato ai classici, portando in scena anche I Persiani di Eschilo, e, dopo la scomparsa di Bruno Garilli, Medea di Seneca e Antigone di Sofocle.
Più recentemente, il gruppo si è orientato verso il teatro classico-moderno, presentando diverse opere di Luigi Pirandello, tra cui, ultima fatica, “La ragione degli altri”, nonché testi di Ugo Betti Harold Pinter e Diego Fabbri.

3 lug
  • Cortile di Palazzo D’Arco
  • martedì 3 luglio 2018
  • 21:30

Scraps Orchestra - Mantova

Posto unico non numerato € 10,00

 
30 giu
  • Cortile di Palazzo D’Arco
  • sabato 30 giugno 2018
  • 21:30

di Alfredo Balducci

Gruppo Teatrale Il Palcaccio - San Giorgio di Mantova

Regia di Gabriele Bussolotti

Posto unico non numerato € 10,00

 

È la vita di uno scapolo diviso tra il puro amore per l’innocente fidanzata, e la travolgente passione per la sensuale amante. A quale delle due donne rinunciare? E come effettuare la scelta, se si tratta di sentimenti così diversi? Il nostro Ugo compie sinceri sforzi per uscire dal pasticcio, ma le difficoltà sono tante: è inutile nasconderlo; specialmente quando la fidanzata e l’amante si scambiano le parti, o quando i due ruoli rischiano addirittura di riunirsi in una nuova arrivata.


GRUPPO TEATRALE IL PALCACCIO

Fondato nel 1969, il Palcaccio di Mantova è costantemente impegnato nell’approfondimento e nella sperimentazione di vari generi teatrali, alternando spettacoli brillanti e comici ad altri prettamente drammatici. La sensibilità, la poliedricità, l’eleganza e la sicurezza scenica hanno trovato nutrimento nell’esperienza di questi anni, di cui si è fatto tesoro, osando misurarsi e mettersi in gioco su testi tanto diversi e a volte sacri, sempre uscendone con successo. È quindi forse la varietà il cavallo di battaglia del Palcaccio. La continua metamorfosi di toni, codici e strumenti comunicativi attira un pubblico altrettanto vario e curioso.
Il gruppo, oltre a corsi e seminari di perfezionamento con docenti ed attori professionisti, organizza laboratori per scuole, giovani ed anziani e concorsi teatrali: da ricordare “Teatrodonna” una rassegna nazionale pensata e progettata per valorizzare la scrittura femminile nella produzione teatrale e per promuoverne la rappresentazione e il concorso teatrale “San Giorgio in scena”
Il Palcaccio partecipa ad importanti rassegne e festival nazionali, ottenendo ovunque lusinghieri consensi di pubblico e di critica.
Palcaccio è un termine mutuato dalla parlata toscana in cui l’uso dell’alterato spregiativo sottintende un contrario buttato con affettuosità scanzonata.

29 giu
  • Cortile di Palazzo D’Arco
  • venerdì 29 giugno 2018
  • 21:30

Scuola di Ballo Teatro Sociale di Mantova

diretta da Marina Genovesi

Posto unico non numerato € 10,00

 

Il programma che ho pensato di portare la sera del 29 giugno nel Cortile d’Onore di Palazzo D ‘Arco verte su estratti di famosi balletti del repertorio classico, e precisamente da:

  • IL LAGO DEI CIGNI
    musica di Tchaikovski
    • passo a tre
    • passo a quattro
    • Valse bluette
    • Danza delle spose
  • GISELLE
    musica di Adam
    • danza delle Villi
    • passo a due

Gli interpreti sono alcuni dei miei allievi tra cui è giusto nominare i solisti

  • SILVIA SALA
  • TATIANA KUZNETSOVA
  • FEDERICA MARANI
  • JARNO MARASSI
  • ANNA BIKOVA
23 giu
  • Cortile di Palazzo D’Arco
  • sabato 23 giugno 2018
  • 21:30

di De Filippo, Di Giacomo, De Curtis

Compagnia Mo’ si recita - Modena

Regia di Carlo Cammuso

Posto unico non numerato € 10,00

 

Il programma della serata prevede un alternarsi di brani musicali, canzoni, poesie e prosa di autori napoletani.


ASSOCIAZIONE MO ... SI RECITA

Sono trascorsi 14 anni da quando un gruppo di napoletani residenti a Modena e provincia, diedero vita ad una compagnia teatrale parrocchiale. Ma l’entusiasmo iniziale che li ha portati a svolgere questo hobby così particolare è diventato passione sempre più forte e viva.
La Compagnia Anna Di Stasio, che fa parte dell’Associazione Mo . Si Recita , sin dagli esordi, ha avuto un obiettivo primario, quello di fare beneficenza, oltre a trasmettere l’amore per il teatro, contribuendo a divulgare una piccola parte della cultura teatrale napoletana.
A tal proposito la compagnia Anna Di Stasio ha stretto una collaborazione, ormai decennale, con l’Ensemble Mandolinistico Estense, “E.M.E.”.


E.M.E.

L’E.M.E. è un’Orchestra nata a Modena fondata nel 1997 dal M Roberto Palumbo, nell’intento di riproporre l’importante tradizione della musica degli strumenti “a plettro” ed “a pizzico”, viva anche a Modena durante tutto il Novecento grazie soprattutto al contributo di musicisti quali Romolo Ferrari e Primo Silvestri.
I suoi componenti appartengono a quel vasto gruppo di mandolinisti e chitarristi provenienti da molteplici esperienze che, da diversi decenni, con varie denominazioni e attraverso alterne vicende organizzative, hanno sempre svolto un’intensa attività. L’aspirazione a diventare una vera e propria orchestra impegna l’E.M.E. nell’organizzare corsi per tutti gli strumenti dell’organico, cosicché alcuni allievi già partecipano a pieno titolo all’attività concertistica. In questi anni l’E.M.E. ha svolto numerosi concerti basati su vari programmi, spaziando dalla musica classica scritta specificatamente per questo tipo di organico, ambito privilegiato dell’attività del gruppo, alle trascrizioni di musica classica scritte per altri strumenti, dedicando un particolare riguardo al repertorio della canzone napoletana classica, passaggio obbligato per l’arte del plettro.
Dal 2010 l’E.M.E. organizza l’importante rassegna internazionale “PROTAGONISTA IL MANDOLINO” giunta alla IX edizione, che ha registrato la partecipazione dei mandolinisti più famosi di tutto il mondo.

19 giu
  • Cortile di Palazzo D’Arco
  • martedì 19 giugno 2018
  • 21:30

Compagnia Danzarea - Mantova

Diretta da Chiara Olivieri

Posto unico non numerato € 10,00
 

L’ immagine che l’arte di Mozart comunemente evoca è un impasto di delicatezza femminea, di adolescente languore, di candore angelico e celestiale, permeato da un’oscura fatalità di dolore. È la ricerca e il bisogno della felicità, la nostalgia del paradiso perduto, la valorizzazione dei diritti dell’uomo. La qualità della musica mozartiana nasce dalla sua stessa naturalezza del canto. Mozart cantava come l’uomo respira, come l’uccello geme, come il vento sospira e come mormora l’acqua.
In questo spettacolo, creato per la scuola DANZAREA, si mescolano e si alternano coreograficamente allievi, insegnanti e professionisti in alcune delle arie più belle, cantate e suonate dal vivo dal quartetto Alberti. Prendendo proprio spunto da una citazione di Mozart “inutile darsi delle arie, quando si ha già il privilegio della natura umana” lo spettacolo vuole essere un passaggio di segni tra diverse generazioni, dove la maturità tecnica degli adulti guiderà la l’istinto dei più piccoli e la freschezza dei più giovani alleggerirà l’esperienza dei più grandi.


DANZAREA

DANZAREA è una scuola mantovana di indirizzo contemporaneo, diretta da Chiara Olivieri, che cura oltre alla formazione didattica la parte coreografica e studio sul movimento. Con tradizione decennale è una scuola di firma chiara, alla ricerca dell’individualità artistica aperta ai linguaggi contemporanei.

16 giu
  • Cortile di Palazzo D’Arco
  • sabato 16 giugno 2018
  • 21:30

di Carlo Goldoni

Compagnia Giorgio Totola

Regia di Tommaso De Berti

Posto unico non numerato € 10,00

 

“Anche in questa commedia dovrò ripetere quello che ho detto delle altre quattro. A chi intende la lingua nostra, farà un effetto, a chi non la capisce , ne farà un altro”.

Carlo Goldoni


Alcuni studi ipotizzano che il pettegolezzo , all’interno di una comunità ristretta, abbia la capacità di preservare e di stabilizzare l’equilibrio e le dinamiche della comunità stessa, che serva per mantenere pacifica la convivenza dei suoi membri; sapere chi sono gli altri, quali siano i loro vizi e le loro virtù , pare che aiuti a prevenire i conflitti.

Goldoni,nella prefazione del testo, scrive che la lingua è importante per entrare a pieno nella commedia ,per capirne a fondo la narrazione, l’intreccio che si sviluppa da una chiacchiera e le sue logiche conseguenze. Il pettegolezzo coinvolge tutte e tutti, dalla più umile sartina alla più nobile dama, passando attraverso la povera Checchina che si trova suo malgrado coinvolta in un turbinio di malintesi e maldicenze, ma anche e soprattutto grazie alla sua caparbietà ed alla sua sfrontatezza, riuscirà a riavvolgere il filo della chiacchiera fino ad arrivare alla sua radice, salvo poi cadere vittima di un’ulteriore maldicenza.

Il pettegolezzo trova spazio nella noia, nella quotidianità di una vita vuota, dove le ore trascorrono monotone e l’unica novità è il matrimonio di Checchina, occasione ghiotta per scatenare le invidie, le gelosie e la voglia di rivalsa delle altre femmine.

Spettacolo dinamico e divertente.


COMPAGNIA TEATRALE GIORGIO TOTOLA

La compagnia teatrale Giorgio Totola celebra quest’anno il 30º anniversario della sua attività nel nome di Giorgio Totola che per oltre vent’anni: dal 1969-1979 in qualità di autore e regista nella compagnia La Barcaccia e 1979-1987 nel Gruppo Teatro Perché ha rappresentato un’interessante realtà nel panorama teatrale italiano portando i suoi spettacoli in Rassegne e Festival nazionali conseguendo importanti riconoscimenti.
La compagnia dunque ha come riferimento ideale ed artistico l’opera e la figura dello scomparso regista Giorgio Totola, compianto ed insostituibile Maestro con l’intento di proseguirne l’insegnamento.
Fino ad oggi sono stati allestiti 40 spettacoli e ha organizzato 30 laboratori per la formazione dell’attore. Ha collaborato con insegnanti di musica,danza e canto. I suoi spettacoli hanno partecipato a Festival ( Festival nazionale d’Arte Drammatica di Pesaro, Festival nazionale A.Perugini di Macerata, Castello di Gorizia, Salvo Randone di Agrigento, Sipario d’oro di Rovereto, Maschera d’oro di Vicenza,) e Rassegne in Veneto, Lombardia,Trentino, Toscana, Campania, conseguendo numerosi riconoscimenti.
Anche quest’anno è stata ammessa al Festival nazionale “Maschera d’oro” , Festiva Nazionale Annibal Caro e nel circuito del festival “Sipario d’oro”.
Ogni anno fin dal 1974, partecipa alla Rassegna dei Cortili promossa dal Comune di Verona, richiamando numerosi spettatori.
Oltre all’attività in campo nazionale, numerose sono anche le partecipazioni a festival internazionali:Festival Internazionale a Montreal in Canada, Mondial du Theatre di Montecarlo, Estivades in Belgio, ha rappresentato l’Italia in Austria, in Francia e in Svizzera.
E’ stata nel cartellone del 50º Festival shakespeariano al Teatro Romano di Verona.

In collaborazione con il Comune di Verona: Premio Giorgio Totola- Rassegna biennale di Autore Italiano Contemporaneo dal 1988.

3 giu
  • Teatrino di Palazzo d’Arco
  • domenica 3 giugno 2018
  • 17:00

Spettacolo degli allievi della Scuola di Teatro Campogalliani
 

Io non capisco la gente che non ci piacciono i crauti ......... 

La rivoluzione e Una Moglie nervosa: Campanile divenne noto soprattutto come grande umorista, il pensarlo e identificarlo solo in questa maniera sminuirebbe oltre ogni accettabile limite uno dei più grandi scrittori in lingua italiana del Novecento, maestro in quella particolare virtù letteraria del far ridere e al contempo far pensare – così come dovrebbe sempre essere lo humor: non un giochetto di battute fini a sé stesse, gettate lì soltanto per strappare una mera e sovente risata, ma viceversa una delle più affilate e letali armi di critica sociale (e non solo) che l’arsenale letterario presenta, efficace come forse nessun altra quando si tratti di puntare l’indice contro qualcosa che altrimenti la mente comune confonderebbe in mezzo a tutta l’altra becera normalità... 

Il caro estinto: Il testo è del tutto al femminile. Le due allieve interpretano Giulia, giovane vedova di Vittorio, e l’amica, la signora De Crampon, ed evocano insieme “il caro estinto”. Più il discorso e le confidenze avanzano, più la figura di Vittorio si rivela mostruosa e ambigua, quanto la stranezza delle due donne. Si scoprirà infatti che il morto era un uomo crudele; non solo aveva rapporti con vecchie, bambine e uomini, ma tra le sue innumerevoli conquiste poteva vantare anche quella della Signora de Crampon. 

La varietà di situazioni ed atmosfere permette la realizzazione di uno spettacolo comicamente esplosivo che oscilla tra leggerezza e gravità, come tutto il teatro di De Obaldia. Questo avviene grazie alla giustapposizione degli stili e dei generi più diversi nello spazio di una battuta. Una frase, a volte, basta a farci passare dal riso al pianto, dalla leggerezza, all’angoscia, alla speranza, al pessimismo. Alla svolta di una sola espressione può nascere la delicatezza, il lirismo o la volgarità. 

La fontana malata di Aldo Palazzeschi

La lezione è un’opera teatrale in un atto unico scritta da Eugène Ionesco e rappresentata per la prima volta nel 1951 al Théâtre de Poche di Parigi. Dal 1957 continua ad essere rappresentata al Théâtre de la Huchette, in coppia con La cantatrice calva. La lezione è stata riconosciuta da diversi critici come un’importante opera del cosiddetto teatro dell’assurdo. L’autore definisce il suo testo un "dramma comico".

Il violino e un po’ nervosamente di Vladimir Maiakovskji

C’era folla al castello: Jean Tardieu (1903-1955), poeta e drammaturgo, è stato uno degli esponenti del “teatro dell’assurdo” in voga in Francia negli anni ’50. Al centro dell’azione teatrale delle sue opere c’è il linguaggio, l’uso pigro e stereotipo che ne facciamo nel quotidiano, le parole come schermo dell’ipocrisia nei rapporti umani. In questo senso non sfuggono alla lente dell’autore anche le convenzioni teatrali, smontate e messe in scena con affilata ironia. In questa piece si ironizza sul genere del monologo: un dramma d’intrigo poliziesco viene messo in scena appunto con soli monologhi.

Lasciatemi divertire di Aldo Palazzeschi 

La moglie nervosa di Achille Campanile

Io non capisco la gente che non ci piacciono i fichi ... di Francesco Guccini 


NOTE DI REGIA

Partiamo dal titolo “io non capisco la gente...” che ci introduce al teatro dell’assurdo, arricchito da alcune poesie futuriste. Il tema dell’incomunicabilità, dell’equivoco, del fraintendimento, dell’uso folle del linguaggio e delle parole sono i contenuti dei testi messi in scena dai giovani attori della scuola di teatro.

Lo spettacolo rappresenta uno studio sulla comicità, che ha molteplici aspetti, ma qui diventa l’espressione del teatro definito dell’Assurdo. 

“Il teatro dell’Assurdo è una specie di mondo rovesciato. Tutto quel che ci entra dentro, si capovolge, come il salto di un pagliaccio. Dato che l’Assurdo è il tema filosofico di tutte le pièce, anche la filosofia si trasforma in materia per buffoni. Sono giullari questi autori, che prendono in giro il Re. Il Re, è il teatro. La definizione Teatro dell’Assurdo è stata inventata per attenuare ipocritamente il peso dell’assurdità di vivere, etichettandola come fosse uno stile†Perché è un peso ben difficile da portare, se lo si prende sul serio. Qualcuno (credo fosse Camus) ha detto: l’assurdo ha senso solo se gli si nega consenso.
Ed ecco che questi giovani attori prendono sul serio questo tipo di teatro ma sorridono sotto i baffi e vogliono che il pubblico lo faccia con loro.”

2 giu
  • Teatrino di Palazzo d’Arco
  • sabato 2 giugno 2018
  • 21:00

Spettacolo degli allievi della Scuola di Teatro Campogalliani
 

Io non capisco la gente che non ci piacciono i crauti ......... 

La rivoluzione e Una Moglie nervosa: Campanile divenne noto soprattutto come grande umorista, il pensarlo e identificarlo solo in questa maniera sminuirebbe oltre ogni accettabile limite uno dei più grandi scrittori in lingua italiana del Novecento, maestro in quella particolare virtù letteraria del far ridere e al contempo far pensare – così come dovrebbe sempre essere lo humor: non un giochetto di battute fini a sé stesse, gettate lì soltanto per strappare una mera e sovente risata, ma viceversa una delle più affilate e letali armi di critica sociale (e non solo) che l’arsenale letterario presenta, efficace come forse nessun altra quando si tratti di puntare l’indice contro qualcosa che altrimenti la mente comune confonderebbe in mezzo a tutta l’altra becera normalità... 

Il caro estinto: Il testo è del tutto al femminile. Le due allieve interpretano Giulia, giovane vedova di Vittorio, e l’amica, la signora De Crampon, ed evocano insieme “il caro estinto”. Più il discorso e le confidenze avanzano, più la figura di Vittorio si rivela mostruosa e ambigua, quanto la stranezza delle due donne. Si scoprirà infatti che il morto era un uomo crudele; non solo aveva rapporti con vecchie, bambine e uomini, ma tra le sue innumerevoli conquiste poteva vantare anche quella della Signora de Crampon. 

La varietà di situazioni ed atmosfere permette la realizzazione di uno spettacolo comicamente esplosivo che oscilla tra leggerezza e gravità, come tutto il teatro di De Obaldia. Questo avviene grazie alla giustapposizione degli stili e dei generi più diversi nello spazio di una battuta. Una frase, a volte, basta a farci passare dal riso al pianto, dalla leggerezza, all’angoscia, alla speranza, al pessimismo. Alla svolta di una sola espressione può nascere la delicatezza, il lirismo o la volgarità. 

La fontana malata di Aldo Palazzeschi

La lezione è un’opera teatrale in un atto unico scritta da Eugène Ionesco e rappresentata per la prima volta nel 1951 al Théâtre de Poche di Parigi. Dal 1957 continua ad essere rappresentata al Théâtre de la Huchette, in coppia con La cantatrice calva. La lezione è stata riconosciuta da diversi critici come un’importante opera del cosiddetto teatro dell’assurdo. L’autore definisce il suo testo un "dramma comico".

Il violino e un po’ nervosamente di Vladimir Maiakovskji

C’era folla al castello: Jean Tardieu (1903-1955), poeta e drammaturgo, è stato uno degli esponenti del “teatro dell’assurdo” in voga in Francia negli anni ’50. Al centro dell’azione teatrale delle sue opere c’è il linguaggio, l’uso pigro e stereotipo che ne facciamo nel quotidiano, le parole come schermo dell’ipocrisia nei rapporti umani. In questo senso non sfuggono alla lente dell’autore anche le convenzioni teatrali, smontate e messe in scena con affilata ironia. In questa piece si ironizza sul genere del monologo: un dramma d’intrigo poliziesco viene messo in scena appunto con soli monologhi.

Lasciatemi divertire di Aldo Palazzeschi 

La moglie nervosa di Achille Campanile

Io non capisco la gente che non ci piacciono i fichi ... di Francesco Guccini 


NOTE DI REGIA

Partiamo dal titolo “io non capisco la gente...” che ci introduce al teatro dell’assurdo, arricchito da alcune poesie futuriste. Il tema dell’incomunicabilità, dell’equivoco, del fraintendimento, dell’uso folle del linguaggio e delle parole sono i contenuti dei testi messi in scena dai giovani attori della scuola di teatro.

Lo spettacolo rappresenta uno studio sulla comicità, che ha molteplici aspetti, ma qui diventa l’espressione del teatro definito dell’Assurdo. 

“Il teatro dell’Assurdo è una specie di mondo rovesciato. Tutto quel che ci entra dentro, si capovolge, come il salto di un pagliaccio. Dato che l’Assurdo è il tema filosofico di tutte le pièce, anche la filosofia si trasforma in materia per buffoni. Sono giullari questi autori, che prendono in giro il Re. Il Re, è il teatro. La definizione Teatro dell’Assurdo è stata inventata per attenuare ipocritamente il peso dell’assurdità di vivere, etichettandola come fosse uno stile†Perché è un peso ben difficile da portare, se lo si prende sul serio. Qualcuno (credo fosse Camus) ha detto: l’assurdo ha senso solo se gli si nega consenso.
Ed ecco che questi giovani attori prendono sul serio questo tipo di teatro ma sorridono sotto i baffi e vogliono che il pubblico lo faccia con loro.”

27 mag
  • Teatrino di Palazzo D’Arco
  • domenica 27 maggio 2018
  • 17:00

Da Eschilo, Sofocle, Euripide

Spettacolo del corso di teatro del II anno
 

Padri e figli e dei, fato e libero arbitrio... attorno a una manciata di personaggi tragici e ai loro conflitti, gli allievi del Secondo Anno hanno costruito un testo che s’interroga su temi antichi e sempre attuali. Da Edipo a Giasone, da Agamennone a Creonte, qual è il prezzo per chi non sà ascoltare?
Già venticinque secoli orsono i grandi autori dell’antica Grecia raccontavano l’incapacità di comunicare tra generazioni; ne Le Colpe dei Padri, un Coro moderno dà voce a dubbi e domande – esplorando ciò che cambia e ciò che non cambia attraverso i millenni.

(Testo elaborato e adattato dagli allievi del corso di scrittura teatrale)

26 mag
  • Teatrino di Palazzo D’Arco
  • sabato 26 maggio 2018
  • 21:00

Da Eschilo, Sofocle, Euripide

Spettacolo del corso di teatro del II anno
 

Padri e figli e dei, fato e libero arbitrio... attorno a una manciata di personaggi tragici e ai loro conflitti, gli allievi del Secondo Anno hanno costruito un testo che s’interroga su temi antichi e sempre attuali. Da Edipo a Giasone, da Agamennone a Creonte, qual è il prezzo per chi non sà ascoltare?
Già venticinque secoli orsono i grandi autori dell’antica Grecia raccontavano l’incapacità di comunicare tra generazioni; ne Le Colpe dei Padri, un Coro moderno dà voce a dubbi e domande – esplorando ciò che cambia e ciò che non cambia attraverso i millenni.

(Testo elaborato e adattato dagli allievi del corso di scrittura teatrale)

25 mag
  • URBAN CENTER dell’ex Chiesa di San Cristoforo - Mantova
  • venerdì 25 maggio 2018
  • 18:30

L’evento, rientrante nell’iniziativa MANTOVARCHITETTURA 2018, promossa dall’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Mantova e dal Polo Territoriale di Mantova – Politecnico di Milano, è curato da Vittorio Longheu, con letture effettuate da Michele Romualdi e Serena Zerbetto dell’Accademia Teatrale Francesco Campogalliani.


 
L’evento, rientrante nell’iniziativa MANTOVARCHITETTURA 2018, promossa dall’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Mantova e dal Polo Territoriale di Mantova – Politecnico di Milano, è curato da Vittorio Longheu, con letture effettuate da Michele Romualdi e Serena Zerbetto dell’Accademia Teatrale Francesco Campogalliani.

24 mag
  • URBAN CENTER dell’ex Chiesa di San Cristoforo - Mantova
  • giovedì 24 maggio 2018
  • 18:30

L’evento, rientrante nell’iniziativa MANTOVARCHITETTURA 2018, promossa dall’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Mantova e dal Polo Territoriale di Mantova – Politecnico di Milano, è curato da Eristeo Banali, con letture effettuate da Michele Romualdi e Serena Zerbetto dell’Accademia Teatrale Francesco Campogalliani.
La narrazione della città di Mantova, inizia con alcuni brani di Un sogno fatto a Mantova di Yves Bonnefoy, che evoca la mostra di Andrea Mantegna a Palazzo Ducale del 1961, e continua con le poesie di Alberto Cappi, Mario Luzi, Benito Regis, Gilbert Finzi, Silvio Ramat, Gianna Pinotti, Michele Sovente, Monica Palma, Umberto Piersanti, alcuni racconti di Giancarlo Malacarne e curiosi aforismi sul tema; da sfondo le immagini della città, assemblate in un percorso che mette in relazione contigua struttura urbana, architetture, ambiente/natura e paesaggio.


 
L’evento, rientrante nell’iniziativa MANTOVARCHITETTURA 2018, promossa dall’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Mantova e dal Polo Territoriale di Mantova – Politecnico di Milano, è curato da Eristeo Banali, con letture effettuate da Michele Romualdi e Serena Zerbetto dell’Accademia Teatrale Francesco Campogalliani. La narrazione della città di Mantova, inizia con alcuni brani di Un sogno fatto a Mantova di Yves Bonnefoy, che evoca la mostra di Andrea Mantegna a Palazzo Ducale del 1961, e continua con le poesie di Alberto Cappi, Mario Luzi, Benito Regis, Gilbert Finzi, Silvio Ramat, Gianna Pinotti, Michele Sovente, Monica Palma, Umberto Piersanti, alcuni racconti di Giancarlo Malacarne e curiosi aforismi sul tema; da sfondo le immagini della città, assemblate in un percorso che mette in relazione contigua struttura urbana, architetture, ambiente/natura e paesaggio.
24 mag
  • Teatrino di Palazzo D’Arco
  • giovedì 24 maggio 2018
  • 18:30

MeglioMantova inaugura la stagione di eventi 2018 con una serata dedicata alla colta e sfarzosa atmosfera del Rinascimento, periodo che vide la nostra città divenire una delle capitali più raffinate.

Spettacolo teatrale a cura dell’Accademia Francesco Campogalliani.


 

Giovedì 24 Maggio 2018 alle ore 18.30 presso il Teatrino d’Arco, MeglioMantova inaugura la stagione di eventi 2018 con una serata dedicata alla colta e sfarzosa atmosfera del Rinascimento, periodo che vide la nostra città divenire una delle capitali più raffinate.

Federica Pradella, storica e guida culturale, nella magica intimità offerta dal Teatrino d’Arco, ci condurrà con l’ausilio di immagini e memorie tra i fasti di quella epoca. Protagoniste di questo viaggio nel tempo due donne, Isabella d’Este e Margherita Gonzaga d’Este. Vissute a pochi decenni di distanza l’una dall’altra, seppure in secoli diversi, seppero incarnare ideali di splendore, dignità femminile e raffinato mecenatismo, dedicando gran parte della loro esistenza alla affermazione della bellezza in ogni sua forma. Non fu solo vanitas, ma profonda convinzione del valore salvifico del “bello”.

Isabella e Margherita si racconteranno, grazie alle attrici dell’Accademia Teatrale Campogalliani, voci narranti di epistole e scritti privati delle Dame. Un appassionante confronto su temi che videro primeggiare le due donne, quali l’arte, il senso dello stato, i legami famigliari, le passioni intellettuali.

20 mag
  • Teatrino di Palazzo D’Arco
  • domenica 20 maggio 2018
  • 17:00

Saggio di fine anno del corso 2017 - 2018 dei Ragazzi.
 

Lo spettacolo nasce da un’idea collettiva di noi insegnanti che ci siamo posti la domanda “Cosa può interessare ai ragazzi dagli 11 ai 13 anni?”. La risposta che ci siamo dati ascoltando e vivendo le preoccupazioni per la verifica o l’imminente interrogazione dei nostri allievi è stata unanime: la scuola! Ecco allora che abbiamo confezionato uno spettacolo che desse vita a questo mondo e che potesse rendere maggiormente partecipi i nostri giovani attori alle dinamiche del gioco teatrale. Confessiamo che Dante Alighieri ci ha dato una mano nello strutturare lo spettacolo che si sviluppa proprio attraverso i gironi dell’inferno. L’opportunità di creare uno spettacolo pensato ad “hoc” per sfruttare le risorse dei ragazzi, ci ha anche permesso di inserire le competenze acquisite durante il corso, che prevedeva l’uso consapevole del corpo, l’emissione armonica della voce e il riconoscimento del rito musicale.

19 mag
  • Teatrino di Palazzo D’Arco
  • sabato 19 maggio 2018
  • 21:00

Saggio di fine anno del corso 2017 - 2018 dei Ragazzi.
 

Lo spettacolo nasce da un’idea collettiva di noi insegnanti che ci siamo posti la domanda “Cosa può interessare ai ragazzi dagli 11 ai 13 anni?”. La risposta che ci siamo dati ascoltando e vivendo le preoccupazioni per la verifica o l’imminente interrogazione dei nostri allievi è stata unanime: la scuola! Ecco allora che abbiamo confezionato uno spettacolo che desse vita a questo mondo e che potesse rendere maggiormente partecipi i nostri giovani attori alle dinamiche del gioco teatrale. Confessiamo che Dante Alighieri ci ha dato una mano nello strutturare lo spettacolo che si sviluppa proprio attraverso i gironi dell’inferno. L’opportunità di creare uno spettacolo pensato ad “hoc” per sfruttare le risorse dei ragazzi, ci ha anche permesso di inserire le competenze acquisite durante il corso, che prevedeva l’uso consapevole del corpo, l’emissione armonica della voce e il riconoscimento del rito musicale.

18 mag
  • URBAN CENTER dell’ex Chiesa di San Cristoforo - Mantova
  • venerdì 18 maggio 2018
  • 18:30

L’evento, rientrante nell’iniziativa MANTOVARCHITETTURA 2018, promossa dall’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Mantova e dal Polo Territoriale di Mantova – Politecnico di Milano, è curato da Antonio Buonsante, Nicolò Ornaghi, Guido Tesio, con introduzione di Samuele Squassabia e con letture effettuate da Michele Romualdi e Serena Zerbetto dell’Accademia Teatrale Francesco Campogalliani.
Il soggetto della serata sarà la città di Milano attraverso la lettura di alcuni brani tratti dall’Adalgisa di Carlo Emilio Gadda e le immagini indite tratte dal libro fotografico ‘On a Daily Basis’, che ritrae il paesaggio urbano ordinario della capitale lombarda.


 
L’evento, rientrante nell’iniziativa MANTOVARCHITETTURA 2018, promossa dall’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Mantova e dal Polo Territoriale di Mantova – Politecnico di Milano, è curato da Antonio Buonsante, Nicolò Ornaghi, Guido Tesio, con introduzione di Samuele Squassabia e con letture effettuate da Michele Romualdi e Serena Zerbetto dell’Accademia Teatrale Francesco Campogalliani. Il soggetto della serata sarà la città di Milano attraverso la lettura di alcuni brani tratti dall’Adalgisa di Carlo Emilio Gadda e le immagini indite tratte dal libro fotografico ‘On a Daily Basis’, che ritrae il paesaggio urbano ordinario della capitale lombarda.
15 mag
  • URBAN CENTER dell’ex Chiesa di San Cristoforo - Mantova
  • martedì 15 maggio 2018
  • 18:30

L’evento, rientrante nell’iniziativa MANTOVARCHITETTURA 2018, promossa dall’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Mantova e dal Polo Territoriale di Mantova – Politecnico di Milano, è curato da Eristeo Banali, con introduzione di Patrizia Traverso e con letture effettuate da Michele Romualdi e Serena Zerbetto dell’Accademia Teatrale Francesco Campogalliani.
Per la giornata di oggi abbiamo scelto di narrare Genova percorrendola con Fabrizio De André attraverso il breve racconto di Alessandra Madella, che ci accompagna nei luoghi ai quali sono riconducibili i suoi testi e la sua musica e riportati qui dalle immagini tratte dal libro Genova è mia moglie di Stefano Tettamanti e Patrizia Traverso.


 
L’evento, rientrante nell’iniziativa MANTOVARCHITETTURA 2018, promossa dall’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Mantova e dal Polo Territoriale di Mantova – Politecnico di Milano, è curato da Eristeo Banali, con introduzione di Patrizia Traverso e con letture effettuate da Michele Romualdi e Serena Zerbetto dell’Accademia Teatrale Francesco Campogalliani. Per la giornata di oggi abbiamo scelto di narrare Genova percorrendola con Fabrizio De André attraverso il breve racconto di Alessandra Madella, che ci accompagna nei luoghi ai quali sono riconducibili i suoi testi e la sua musica e riportati qui dalle immagini tratte dal libro Genova è mia moglie di Stefano Tettamanti e Patrizia Traverso.
12 mag
  • Teatrino di Palazzo d’Arco
  • sabato 12 maggio 2018
  • 21:00

Operaio di sogni
recital di Alessandro Quasimodo dedicato al padre Salvatore.
Con tale proposta si vogliono ricordare i cinquant’anni dalla morte del Premio Nobel per la Letteratura 1959

Ingresso libero

 
11 mag
  • Teatrino di Palazzo d’Arco
  • venerdì 11 maggio 2018
  • 21:00

Recital di Miro Silvera
poeta, saggista e traduttore nato ad Aleppo.
L’autore presenterà in anteprima nazionale la sua ultima silloge.
Con Luigi Caracciolo ed Enrico Ratti

Ingresso libero

 

Appuntamento prestigioso al festival Poesia di Mantova 2018.

MIRO SILVERA, nato ad Aleppo, in Siria, vive e lavora a Milano. Autore di poesie, saggi e romanzi, ha vinto molti premi letterari. Fra le sue opere, "L’ebreo narrante" (1993), "Il prigioniero di Aleppo" (1996), "I giardini dell’Eden" (1998), ristampato nel 2014 con il titolo "Io Yeoshua chiamato Gesù". L’autore presenterà in anteprima assoluta la sua ultima raccolta "Perfetti miracol"i (La vita felice, 2018, con posfazione di Francesco Rognoni) venerdì 11 maggio alle ore 21 presso il Teatrino di Palazzo D’Arco (piazza Carlo D’Arco, 2).


29 apr
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 29 aprile 2018
  • 16:00

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

28 apr
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 28 aprile 2018
  • 20:45

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

27 apr
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 27 aprile 2018
  • 20:45

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

22 apr
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 22 aprile 2018
  • 16:00

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

21 apr
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 21 aprile 2018
  • 20:45

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

20 apr
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 20 aprile 2018
  • 20:45

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

15 apr
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 15 aprile 2018
  • 16:00

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

14 apr
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 14 aprile 2018
  • 20:45

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

13 apr
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 13 aprile 2018
  • 20:45

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

8 apr
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 8 aprile 2018
  • 16:00

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

7 apr
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 7 aprile 2018
  • 20:45

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

6 apr
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 6 aprile 2018
  • 20:45

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

25 mar
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 25 marzo 2018
  • 16:00

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

24 mar
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 24 marzo 2018
  • 20:45

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

23 mar
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 23 marzo 2018
  • 20:45

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

18 mar
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 18 marzo 2018
  • 16:00

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

17 mar
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 17 marzo 2018
  • 20:45

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

16 mar
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 16 marzo 2018
  • 20:45

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

11 mar
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 11 marzo 2018
  • 16:00

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

10 mar
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 10 marzo 2018
  • 20:45

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.


NOTE DI REGIA

Per mettere in scena quest’opera molto divertente, anche se leggera con una scrittura complessa, che gioca sui doppi sensi e innumerevoli gags, è necessario creare un ritmo scoppiettante con attori perfetti nel carattere descritto dall’autore e poi è tutta una questione di ... porte con entrate e uscite ! Così ho visto il mio Postino. Una sfida alla sincronia perfetta di movimenti e gags, con personaggi esilaranti e talvolta stralunati, con una carica ed una grinta esplosiva per arrivare a divertire il pubblico fino alle lacrime.

Maria Grazia Bettini

7 mar
  • Cinema Teatro Politeama - Suzzara
  • mercoledì 7 marzo 2018
  • 21:00

Percorso di divulgazione culturale contro la violenza sulla donna attraverso teatro e musica.
 
25 feb
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 25 febbraio 2018
  • 16:00

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

24 feb
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 24 febbraio 2018
  • 20:45

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

23 feb
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 23 febbraio 2018
  • 20:45

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

18 feb
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 18 febbraio 2018
  • 16:00

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

17 feb
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 17 febbraio 2018
  • 20:45

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

16 feb
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 16 febbraio 2018
  • 20:45

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

11 feb
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 11 febbraio 2018
  • 16:00

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

10 feb
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 10 febbraio 2018
  • 20:45

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

9 feb
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 9 febbraio 2018
  • 20:45

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

4 feb
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 4 febbraio 2018
  • 16:00

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

3 feb
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 3 febbraio 2018
  • 20:45

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

28 gen
  • Teatro Accademico del Bibiena Mantova
  • domenica 28 gennaio 2018
  • 21:00

PROLOGO ALLA RAPPRESENTAZIONE
Lettura dei nomi dei deportati mantovani
Diego Fusari
 
28 gen
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 28 gennaio 2018
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

27 gen
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 27 gennaio 2018
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

27 gen
  • Teatro Accademico del Bibiena Mantova
  • sabato 27 gennaio 2018
  • 12:00

PROLOGO ALLA RAPPRESENTAZIONE
Lettura dei nomi dei deportati mantovani
Francesca Campogalliani, Diego Fusari
 
26 gen
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 26 gennaio 2018
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

21 gen
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 21 gennaio 2018
  • 16:00

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

20 gen
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 20 gennaio 2018
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

19 gen
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 19 gennaio 2018
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

17 gen
  • Stazione Ferroviaria - Binario 1, Santa Maria della Vittoria, Sinagoga Norsa Torrazzo e Memoriale della Shoah mantovana Istituto “Carlo d’Arco”
  • mercoledì 17 gennaio 2018
  • 8:45

Letture a cura di Francesca Campogalliani, Mario Zolin e Loredana Sartorello
 
14 gen
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 14 gennaio 2018
  • 16:00

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

13 gen
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 13 gennaio 2018
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

12 gen
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 12 gennaio 2018
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

7 gen
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 7 gennaio 2018
  • 16:00

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

6 gen
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 6 gennaio 2018
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

5 gen
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 5 gennaio 2018
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

31 dic
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 31 dicembre 2017
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

17 dic
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 17 dicembre 2017
  • 16:00

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

16 dic
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 16 dicembre 2017
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

15 dic
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 15 dicembre 2017
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

10 dic
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 10 dicembre 2017
  • 16:00

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

9 dic
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 9 dicembre 2017
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

8 dic
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 8 dicembre 2017
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

3 dic
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 3 dicembre 2017
  • 16:00

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

2 dic
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 2 dicembre 2017
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

27 nov
  • Teatrino d’Arco
  • lunedì 27 novembre 2017
  • 21:00

I lunedì del d’Arco
Mito e Psiche

a cura di Alberto Cattini
 
26 nov
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 26 novembre 2017
  • 16:00

di Carlo Emilio Gadda
Regia di Mario Zolin

 

Via Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità. Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate? Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli? A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Note di Regia

Cercavo un testo che coniugasse i meccanismi del giallo classico – il delitto, la paziente ricerca della verità, le intuizioni, le false piste, la rivelazione finale – con uno studio dei caratteri. Un’indagine che non fosse solo dei fatti, ma delle psicologie coinvolte, dello scontro tra la quotidianità e l’atto violento. Ed ecco Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, il capolavoro di Carlo Emilio Gadda – monumentale romanzo che ritrae impietosamente una serie di spaccati della società romana negli anni Venti del Novecento: un vecchio condominio borghese, il sottobosco criminale, gli uffici della Polizia Testo complesso, divagante, stratificato, mai lineare: come tradurlo nel linguaggio narrativo del palcoscenico? Seguendo in parte la via già tracciata quasi sessant’anni fa da Giannetti e De Concini, gli sceneggiatori che adattarono il romanzo per Pietro Germi. Di quella sceneggiatura, divenuta poi “Un Maledetto Imbroglio”, ho conservato il finale – diverso da quello del romanzo – lo spostamento temporale ai tardi anni Cinquanta e un certo taglio quasi cinematografico nel susseguirsi di quadri e scene, in un omaggio alla malinconia asciutta del Neorealismo. Modifica sostanziale e originale è invece l’ampliamento del ruolo dei due poliziotti, questurini senza nome che, quasi come un coro trasteverino, commentano la vicenda, rivelandone le pieghe nascoste e l’amara ironia. La lunga e articolata rielaborazione del testo ha prodotto un caleidoscopio di modi narrativi, richiami e omaggi, fusi per la scena in una classica storia di crimine e indagine e, insieme, in uno sguardo disincantato su un catalogo di piccole e grandi miserie umane.

25 nov
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 25 novembre 2017
  • 20:45

di Carlo Emilio Gadda
Regia di Mario Zolin

 

Via Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità. Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate? Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli? A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Note di Regia

Cercavo un testo che coniugasse i meccanismi del giallo classico – il delitto, la paziente ricerca della verità, le intuizioni, le false piste, la rivelazione finale – con uno studio dei caratteri. Un’indagine che non fosse solo dei fatti, ma delle psicologie coinvolte, dello scontro tra la quotidianità e l’atto violento. Ed ecco Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, il capolavoro di Carlo Emilio Gadda – monumentale romanzo che ritrae impietosamente una serie di spaccati della società romana negli anni Venti del Novecento: un vecchio condominio borghese, il sottobosco criminale, gli uffici della Polizia Testo complesso, divagante, stratificato, mai lineare: come tradurlo nel linguaggio narrativo del palcoscenico? Seguendo in parte la via già tracciata quasi sessant’anni fa da Giannetti e De Concini, gli sceneggiatori che adattarono il romanzo per Pietro Germi. Di quella sceneggiatura, divenuta poi “Un Maledetto Imbroglio”, ho conservato il finale – diverso da quello del romanzo – lo spostamento temporale ai tardi anni Cinquanta e un certo taglio quasi cinematografico nel susseguirsi di quadri e scene, in un omaggio alla malinconia asciutta del Neorealismo. Modifica sostanziale e originale è invece l’ampliamento del ruolo dei due poliziotti, questurini senza nome che, quasi come un coro trasteverino, commentano la vicenda, rivelandone le pieghe nascoste e l’amara ironia. La lunga e articolata rielaborazione del testo ha prodotto un caleidoscopio di modi narrativi, richiami e omaggi, fusi per la scena in una classica storia di crimine e indagine e, insieme, in uno sguardo disincantato su un catalogo di piccole e grandi miserie umane.

24 nov
  • Teatro Verdi di Buscoldo (MN)
  • venerdì 24 novembre 2017
  • 21:00

di Edgarda Ferri

La Grancontessa incontra l’altra Matilde
al di fuori del Tempo e della Storia
 
24 nov
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 24 novembre 2017
  • 20:45

di Carlo Emilio Gadda
Regia di Mario Zolin

 

Via Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità. Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate? Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli? A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Note di Regia

Cercavo un testo che coniugasse i meccanismi del giallo classico – il delitto, la paziente ricerca della verità, le intuizioni, le false piste, la rivelazione finale – con uno studio dei caratteri. Un’indagine che non fosse solo dei fatti, ma delle psicologie coinvolte, dello scontro tra la quotidianità e l’atto violento. Ed ecco Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, il capolavoro di Carlo Emilio Gadda – monumentale romanzo che ritrae impietosamente una serie di spaccati della società romana negli anni Venti del Novecento: un vecchio condominio borghese, il sottobosco criminale, gli uffici della Polizia Testo complesso, divagante, stratificato, mai lineare: come tradurlo nel linguaggio narrativo del palcoscenico? Seguendo in parte la via già tracciata quasi sessant’anni fa da Giannetti e De Concini, gli sceneggiatori che adattarono il romanzo per Pietro Germi. Di quella sceneggiatura, divenuta poi “Un Maledetto Imbroglio”, ho conservato il finale – diverso da quello del romanzo – lo spostamento temporale ai tardi anni Cinquanta e un certo taglio quasi cinematografico nel susseguirsi di quadri e scene, in un omaggio alla malinconia asciutta del Neorealismo. Modifica sostanziale e originale è invece l’ampliamento del ruolo dei due poliziotti, questurini senza nome che, quasi come un coro trasteverino, commentano la vicenda, rivelandone le pieghe nascoste e l’amara ironia. La lunga e articolata rielaborazione del testo ha prodotto un caleidoscopio di modi narrativi, richiami e omaggi, fusi per la scena in una classica storia di crimine e indagine e, insieme, in uno sguardo disincantato su un catalogo di piccole e grandi miserie umane.

23 nov
  • Teatrino d’Arco
  • giovedì 23 novembre 2017
  • 21:00

Parole e musica per dire BASTA alla violenza sulle donne

Giornata conto la violenza sulle donne

con Roberta Vesentini, Anna Bianchi, Marco Remondini e Stefano Boccafoglia
 
20 nov
  • Teatrino d’Arco
  • lunedì 20 novembre 2017
  • 21:00

I lunedì del d’Arco
Mito e Psiche

a cura di Mario Zolin
 
19 nov
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 19 novembre 2017
  • 16:00

di Carlo Emilio Gadda
Regia di Mario Zolin

 

Via Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità. Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate? Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli? A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Note di Regia

Cercavo un testo che coniugasse i meccanismi del giallo classico – il delitto, la paziente ricerca della verità, le intuizioni, le false piste, la rivelazione finale – con uno studio dei caratteri. Un’indagine che non fosse solo dei fatti, ma delle psicologie coinvolte, dello scontro tra la quotidianità e l’atto violento. Ed ecco Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, il capolavoro di Carlo Emilio Gadda – monumentale romanzo che ritrae impietosamente una serie di spaccati della società romana negli anni Venti del Novecento: un vecchio condominio borghese, il sottobosco criminale, gli uffici della Polizia Testo complesso, divagante, stratificato, mai lineare: come tradurlo nel linguaggio narrativo del palcoscenico? Seguendo in parte la via già tracciata quasi sessant’anni fa da Giannetti e De Concini, gli sceneggiatori che adattarono il romanzo per Pietro Germi. Di quella sceneggiatura, divenuta poi “Un Maledetto Imbroglio”, ho conservato il finale – diverso da quello del romanzo – lo spostamento temporale ai tardi anni Cinquanta e un certo taglio quasi cinematografico nel susseguirsi di quadri e scene, in un omaggio alla malinconia asciutta del Neorealismo. Modifica sostanziale e originale è invece l’ampliamento del ruolo dei due poliziotti, questurini senza nome che, quasi come un coro trasteverino, commentano la vicenda, rivelandone le pieghe nascoste e l’amara ironia. La lunga e articolata rielaborazione del testo ha prodotto un caleidoscopio di modi narrativi, richiami e omaggi, fusi per la scena in una classica storia di crimine e indagine e, insieme, in uno sguardo disincantato su un catalogo di piccole e grandi miserie umane.

18 nov
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 18 novembre 2017
  • 20:45

di Carlo Emilio Gadda
Regia di Mario Zolin

 

Via Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità. Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate? Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli? A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Note di Regia

Cercavo un testo che coniugasse i meccanismi del giallo classico – il delitto, la paziente ricerca della verità, le intuizioni, le false piste, la rivelazione finale – con uno studio dei caratteri. Un’indagine che non fosse solo dei fatti, ma delle psicologie coinvolte, dello scontro tra la quotidianità e l’atto violento. Ed ecco Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, il capolavoro di Carlo Emilio Gadda – monumentale romanzo che ritrae impietosamente una serie di spaccati della società romana negli anni Venti del Novecento: un vecchio condominio borghese, il sottobosco criminale, gli uffici della Polizia Testo complesso, divagante, stratificato, mai lineare: come tradurlo nel linguaggio narrativo del palcoscenico? Seguendo in parte la via già tracciata quasi sessant’anni fa da Giannetti e De Concini, gli sceneggiatori che adattarono il romanzo per Pietro Germi. Di quella sceneggiatura, divenuta poi “Un Maledetto Imbroglio”, ho conservato il finale – diverso da quello del romanzo – lo spostamento temporale ai tardi anni Cinquanta e un certo taglio quasi cinematografico nel susseguirsi di quadri e scene, in un omaggio alla malinconia asciutta del Neorealismo. Modifica sostanziale e originale è invece l’ampliamento del ruolo dei due poliziotti, questurini senza nome che, quasi come un coro trasteverino, commentano la vicenda, rivelandone le pieghe nascoste e l’amara ironia. La lunga e articolata rielaborazione del testo ha prodotto un caleidoscopio di modi narrativi, richiami e omaggi, fusi per la scena in una classica storia di crimine e indagine e, insieme, in uno sguardo disincantato su un catalogo di piccole e grandi miserie umane.

17 nov
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 17 novembre 2017
  • 20:45

di Carlo Emilio Gadda
Regia di Mario Zolin

 

Via Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità. Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate? Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli? A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Note di Regia

Cercavo un testo che coniugasse i meccanismi del giallo classico – il delitto, la paziente ricerca della verità, le intuizioni, le false piste, la rivelazione finale – con uno studio dei caratteri. Un’indagine che non fosse solo dei fatti, ma delle psicologie coinvolte, dello scontro tra la quotidianità e l’atto violento. Ed ecco Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, il capolavoro di Carlo Emilio Gadda – monumentale romanzo che ritrae impietosamente una serie di spaccati della società romana negli anni Venti del Novecento: un vecchio condominio borghese, il sottobosco criminale, gli uffici della Polizia Testo complesso, divagante, stratificato, mai lineare: come tradurlo nel linguaggio narrativo del palcoscenico? Seguendo in parte la via già tracciata quasi sessant’anni fa da Giannetti e De Concini, gli sceneggiatori che adattarono il romanzo per Pietro Germi. Di quella sceneggiatura, divenuta poi “Un Maledetto Imbroglio”, ho conservato il finale – diverso da quello del romanzo – lo spostamento temporale ai tardi anni Cinquanta e un certo taglio quasi cinematografico nel susseguirsi di quadri e scene, in un omaggio alla malinconia asciutta del Neorealismo. Modifica sostanziale e originale è invece l’ampliamento del ruolo dei due poliziotti, questurini senza nome che, quasi come un coro trasteverino, commentano la vicenda, rivelandone le pieghe nascoste e l’amara ironia. La lunga e articolata rielaborazione del testo ha prodotto un caleidoscopio di modi narrativi, richiami e omaggi, fusi per la scena in una classica storia di crimine e indagine e, insieme, in uno sguardo disincantato su un catalogo di piccole e grandi miserie umane.

13 nov
  • Teatrino d’Arco
  • lunedì 13 novembre 2017
  • 21:00

I lunedì del d’Arco
Mito e Psiche

a cura di Diego Fusari e Marina Alberini
 
12 nov
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 12 novembre 2017
  • 16:00

di Carlo Emilio Gadda
Regia di Mario Zolin

 

Via Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità. Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate? Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli? A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Note di Regia

Cercavo un testo che coniugasse i meccanismi del giallo classico – il delitto, la paziente ricerca della verità, le intuizioni, le false piste, la rivelazione finale – con uno studio dei caratteri. Un’indagine che non fosse solo dei fatti, ma delle psicologie coinvolte, dello scontro tra la quotidianità e l’atto violento. Ed ecco Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, il capolavoro di Carlo Emilio Gadda – monumentale romanzo che ritrae impietosamente una serie di spaccati della società romana negli anni Venti del Novecento: un vecchio condominio borghese, il sottobosco criminale, gli uffici della Polizia Testo complesso, divagante, stratificato, mai lineare: come tradurlo nel linguaggio narrativo del palcoscenico? Seguendo in parte la via già tracciata quasi sessant’anni fa da Giannetti e De Concini, gli sceneggiatori che adattarono il romanzo per Pietro Germi. Di quella sceneggiatura, divenuta poi “Un Maledetto Imbroglio”, ho conservato il finale – diverso da quello del romanzo – lo spostamento temporale ai tardi anni Cinquanta e un certo taglio quasi cinematografico nel susseguirsi di quadri e scene, in un omaggio alla malinconia asciutta del Neorealismo. Modifica sostanziale e originale è invece l’ampliamento del ruolo dei due poliziotti, questurini senza nome che, quasi come un coro trasteverino, commentano la vicenda, rivelandone le pieghe nascoste e l’amara ironia. La lunga e articolata rielaborazione del testo ha prodotto un caleidoscopio di modi narrativi, richiami e omaggi, fusi per la scena in una classica storia di crimine e indagine e, insieme, in uno sguardo disincantato su un catalogo di piccole e grandi miserie umane.

11 nov
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 11 novembre 2017
  • 20:45

di Carlo Emilio Gadda
Regia di Mario Zolin

 

Via Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità. Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate? Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli? A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Note di Regia

Cercavo un testo che coniugasse i meccanismi del giallo classico – il delitto, la paziente ricerca della verità, le intuizioni, le false piste, la rivelazione finale – con uno studio dei caratteri. Un’indagine che non fosse solo dei fatti, ma delle psicologie coinvolte, dello scontro tra la quotidianità e l’atto violento. Ed ecco Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, il capolavoro di Carlo Emilio Gadda – monumentale romanzo che ritrae impietosamente una serie di spaccati della società romana negli anni Venti del Novecento: un vecchio condominio borghese, il sottobosco criminale, gli uffici della Polizia Testo complesso, divagante, stratificato, mai lineare: come tradurlo nel linguaggio narrativo del palcoscenico? Seguendo in parte la via già tracciata quasi sessant’anni fa da Giannetti e De Concini, gli sceneggiatori che adattarono il romanzo per Pietro Germi. Di quella sceneggiatura, divenuta poi “Un Maledetto Imbroglio”, ho conservato il finale – diverso da quello del romanzo – lo spostamento temporale ai tardi anni Cinquanta e un certo taglio quasi cinematografico nel susseguirsi di quadri e scene, in un omaggio alla malinconia asciutta del Neorealismo. Modifica sostanziale e originale è invece l’ampliamento del ruolo dei due poliziotti, questurini senza nome che, quasi come un coro trasteverino, commentano la vicenda, rivelandone le pieghe nascoste e l’amara ironia. La lunga e articolata rielaborazione del testo ha prodotto un caleidoscopio di modi narrativi, richiami e omaggi, fusi per la scena in una classica storia di crimine e indagine e, insieme, in uno sguardo disincantato su un catalogo di piccole e grandi miserie umane.

10 nov
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 10 novembre 2017
  • 20:45

di Carlo Emilio Gadda
Regia di Mario Zolin

 

Via Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità. Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate? Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli? A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Note di Regia

Cercavo un testo che coniugasse i meccanismi del giallo classico – il delitto, la paziente ricerca della verità, le intuizioni, le false piste, la rivelazione finale – con uno studio dei caratteri. Un’indagine che non fosse solo dei fatti, ma delle psicologie coinvolte, dello scontro tra la quotidianità e l’atto violento. Ed ecco Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, il capolavoro di Carlo Emilio Gadda – monumentale romanzo che ritrae impietosamente una serie di spaccati della società romana negli anni Venti del Novecento: un vecchio condominio borghese, il sottobosco criminale, gli uffici della Polizia Testo complesso, divagante, stratificato, mai lineare: come tradurlo nel linguaggio narrativo del palcoscenico? Seguendo in parte la via già tracciata quasi sessant’anni fa da Giannetti e De Concini, gli sceneggiatori che adattarono il romanzo per Pietro Germi. Di quella sceneggiatura, divenuta poi “Un Maledetto Imbroglio”, ho conservato il finale – diverso da quello del romanzo – lo spostamento temporale ai tardi anni Cinquanta e un certo taglio quasi cinematografico nel susseguirsi di quadri e scene, in un omaggio alla malinconia asciutta del Neorealismo. Modifica sostanziale e originale è invece l’ampliamento del ruolo dei due poliziotti, questurini senza nome che, quasi come un coro trasteverino, commentano la vicenda, rivelandone le pieghe nascoste e l’amara ironia. La lunga e articolata rielaborazione del testo ha prodotto un caleidoscopio di modi narrativi, richiami e omaggi, fusi per la scena in una classica storia di crimine e indagine e, insieme, in uno sguardo disincantato su un catalogo di piccole e grandi miserie umane.

6 nov
  • Teatrino d’Arco
  • lunedì 6 novembre 2017
  • 21:00

I lunedì del d’Arco
Mito e Psiche

a cura di Mario Zolin
 
5 nov
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 5 novembre 2017
  • 16:00

di Carlo Emilio Gadda
Regia di Mario Zolin

 

Via Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità. Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate? Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli? A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Note di Regia

Cercavo un testo che coniugasse i meccanismi del giallo classico – il delitto, la paziente ricerca della verità, le intuizioni, le false piste, la rivelazione finale – con uno studio dei caratteri. Un’indagine che non fosse solo dei fatti, ma delle psicologie coinvolte, dello scontro tra la quotidianità e l’atto violento. Ed ecco Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, il capolavoro di Carlo Emilio Gadda – monumentale romanzo che ritrae impietosamente una serie di spaccati della società romana negli anni Venti del Novecento: un vecchio condominio borghese, il sottobosco criminale, gli uffici della Polizia Testo complesso, divagante, stratificato, mai lineare: come tradurlo nel linguaggio narrativo del palcoscenico? Seguendo in parte la via già tracciata quasi sessant’anni fa da Giannetti e De Concini, gli sceneggiatori che adattarono il romanzo per Pietro Germi. Di quella sceneggiatura, divenuta poi “Un Maledetto Imbroglio”, ho conservato il finale – diverso da quello del romanzo – lo spostamento temporale ai tardi anni Cinquanta e un certo taglio quasi cinematografico nel susseguirsi di quadri e scene, in un omaggio alla malinconia asciutta del Neorealismo. Modifica sostanziale e originale è invece l’ampliamento del ruolo dei due poliziotti, questurini senza nome che, quasi come un coro trasteverino, commentano la vicenda, rivelandone le pieghe nascoste e l’amara ironia. La lunga e articolata rielaborazione del testo ha prodotto un caleidoscopio di modi narrativi, richiami e omaggi, fusi per la scena in una classica storia di crimine e indagine e, insieme, in uno sguardo disincantato su un catalogo di piccole e grandi miserie umane.

4 nov
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 4 novembre 2017
  • 20:45

di Carlo Emilio Gadda
Regia di Mario Zolin

 

Via Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità. Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate? Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli? A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Note di Regia

Cercavo un testo che coniugasse i meccanismi del giallo classico – il delitto, la paziente ricerca della verità, le intuizioni, le false piste, la rivelazione finale – con uno studio dei caratteri. Un’indagine che non fosse solo dei fatti, ma delle psicologie coinvolte, dello scontro tra la quotidianità e l’atto violento. Ed ecco Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, il capolavoro di Carlo Emilio Gadda – monumentale romanzo che ritrae impietosamente una serie di spaccati della società romana negli anni Venti del Novecento: un vecchio condominio borghese, il sottobosco criminale, gli uffici della Polizia Testo complesso, divagante, stratificato, mai lineare: come tradurlo nel linguaggio narrativo del palcoscenico? Seguendo in parte la via già tracciata quasi sessant’anni fa da Giannetti e De Concini, gli sceneggiatori che adattarono il romanzo per Pietro Germi. Di quella sceneggiatura, divenuta poi “Un Maledetto Imbroglio”, ho conservato il finale – diverso da quello del romanzo – lo spostamento temporale ai tardi anni Cinquanta e un certo taglio quasi cinematografico nel susseguirsi di quadri e scene, in un omaggio alla malinconia asciutta del Neorealismo. Modifica sostanziale e originale è invece l’ampliamento del ruolo dei due poliziotti, questurini senza nome che, quasi come un coro trasteverino, commentano la vicenda, rivelandone le pieghe nascoste e l’amara ironia. La lunga e articolata rielaborazione del testo ha prodotto un caleidoscopio di modi narrativi, richiami e omaggi, fusi per la scena in una classica storia di crimine e indagine e, insieme, in uno sguardo disincantato su un catalogo di piccole e grandi miserie umane.

3 nov
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 3 novembre 2017
  • 20:45

di Carlo Emilio Gadda
Regia di Mario Zolin

 

Via Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità. Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate? Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli? A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Note di Regia

Cercavo un testo che coniugasse i meccanismi del giallo classico – il delitto, la paziente ricerca della verità, le intuizioni, le false piste, la rivelazione finale – con uno studio dei caratteri. Un’indagine che non fosse solo dei fatti, ma delle psicologie coinvolte, dello scontro tra la quotidianità e l’atto violento. Ed ecco Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, il capolavoro di Carlo Emilio Gadda – monumentale romanzo che ritrae impietosamente una serie di spaccati della società romana negli anni Venti del Novecento: un vecchio condominio borghese, il sottobosco criminale, gli uffici della Polizia Testo complesso, divagante, stratificato, mai lineare: come tradurlo nel linguaggio narrativo del palcoscenico? Seguendo in parte la via già tracciata quasi sessant’anni fa da Giannetti e De Concini, gli sceneggiatori che adattarono il romanzo per Pietro Germi. Di quella sceneggiatura, divenuta poi “Un Maledetto Imbroglio”, ho conservato il finale – diverso da quello del romanzo – lo spostamento temporale ai tardi anni Cinquanta e un certo taglio quasi cinematografico nel susseguirsi di quadri e scene, in un omaggio alla malinconia asciutta del Neorealismo. Modifica sostanziale e originale è invece l’ampliamento del ruolo dei due poliziotti, questurini senza nome che, quasi come un coro trasteverino, commentano la vicenda, rivelandone le pieghe nascoste e l’amara ironia. La lunga e articolata rielaborazione del testo ha prodotto un caleidoscopio di modi narrativi, richiami e omaggi, fusi per la scena in una classica storia di crimine e indagine e, insieme, in uno sguardo disincantato su un catalogo di piccole e grandi miserie umane.

30 ott
  • Teatrino d’Arco
  • lunedì 30 ottobre 2017
  • 21:00

I lunedì del d’Arco
Mito e Psiche

a cura di Chiara Prezzavento
 
29 ott
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 29 ottobre 2017
  • 16:00

di Carlo Emilio Gadda
Regia di Mario Zolin

 

Via Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità. Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate? Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli? A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Note di Regia

Cercavo un testo che coniugasse i meccanismi del giallo classico – il delitto, la paziente ricerca della verità, le intuizioni, le false piste, la rivelazione finale – con uno studio dei caratteri. Un’indagine che non fosse solo dei fatti, ma delle psicologie coinvolte, dello scontro tra la quotidianità e l’atto violento. Ed ecco Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, il capolavoro di Carlo Emilio Gadda – monumentale romanzo che ritrae impietosamente una serie di spaccati della società romana negli anni Venti del Novecento: un vecchio condominio borghese, il sottobosco criminale, gli uffici della Polizia Testo complesso, divagante, stratificato, mai lineare: come tradurlo nel linguaggio narrativo del palcoscenico? Seguendo in parte la via già tracciata quasi sessant’anni fa da Giannetti e De Concini, gli sceneggiatori che adattarono il romanzo per Pietro Germi. Di quella sceneggiatura, divenuta poi “Un Maledetto Imbroglio”, ho conservato il finale – diverso da quello del romanzo – lo spostamento temporale ai tardi anni Cinquanta e un certo taglio quasi cinematografico nel susseguirsi di quadri e scene, in un omaggio alla malinconia asciutta del Neorealismo. Modifica sostanziale e originale è invece l’ampliamento del ruolo dei due poliziotti, questurini senza nome che, quasi come un coro trasteverino, commentano la vicenda, rivelandone le pieghe nascoste e l’amara ironia. La lunga e articolata rielaborazione del testo ha prodotto un caleidoscopio di modi narrativi, richiami e omaggi, fusi per la scena in una classica storia di crimine e indagine e, insieme, in uno sguardo disincantato su un catalogo di piccole e grandi miserie umane.

28 ott
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 28 ottobre 2017
  • 20:45

di Carlo Emilio Gadda
Regia di Mario Zolin

 

Via Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità. Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate? Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli? A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Note di Regia

Cercavo un testo che coniugasse i meccanismi del giallo classico – il delitto, la paziente ricerca della verità, le intuizioni, le false piste, la rivelazione finale – con uno studio dei caratteri. Un’indagine che non fosse solo dei fatti, ma delle psicologie coinvolte, dello scontro tra la quotidianità e l’atto violento. Ed ecco Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, il capolavoro di Carlo Emilio Gadda – monumentale romanzo che ritrae impietosamente una serie di spaccati della società romana negli anni Venti del Novecento: un vecchio condominio borghese, il sottobosco criminale, gli uffici della Polizia Testo complesso, divagante, stratificato, mai lineare: come tradurlo nel linguaggio narrativo del palcoscenico? Seguendo in parte la via già tracciata quasi sessant’anni fa da Giannetti e De Concini, gli sceneggiatori che adattarono il romanzo per Pietro Germi. Di quella sceneggiatura, divenuta poi “Un Maledetto Imbroglio”, ho conservato il finale – diverso da quello del romanzo – lo spostamento temporale ai tardi anni Cinquanta e un certo taglio quasi cinematografico nel susseguirsi di quadri e scene, in un omaggio alla malinconia asciutta del Neorealismo. Modifica sostanziale e originale è invece l’ampliamento del ruolo dei due poliziotti, questurini senza nome che, quasi come un coro trasteverino, commentano la vicenda, rivelandone le pieghe nascoste e l’amara ironia. La lunga e articolata rielaborazione del testo ha prodotto un caleidoscopio di modi narrativi, richiami e omaggi, fusi per la scena in una classica storia di crimine e indagine e, insieme, in uno sguardo disincantato su un catalogo di piccole e grandi miserie umane.

27 ott
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 27 ottobre 2017
  • 20:45

di Carlo Emilio Gadda
Regia di Mario Zolin

 

Via Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità. Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate? Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli? A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Note di Regia

Cercavo un testo che coniugasse i meccanismi del giallo classico – il delitto, la paziente ricerca della verità, le intuizioni, le false piste, la rivelazione finale – con uno studio dei caratteri. Un’indagine che non fosse solo dei fatti, ma delle psicologie coinvolte, dello scontro tra la quotidianità e l’atto violento. Ed ecco Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, il capolavoro di Carlo Emilio Gadda – monumentale romanzo che ritrae impietosamente una serie di spaccati della società romana negli anni Venti del Novecento: un vecchio condominio borghese, il sottobosco criminale, gli uffici della Polizia Testo complesso, divagante, stratificato, mai lineare: come tradurlo nel linguaggio narrativo del palcoscenico? Seguendo in parte la via già tracciata quasi sessant’anni fa da Giannetti e De Concini, gli sceneggiatori che adattarono il romanzo per Pietro Germi. Di quella sceneggiatura, divenuta poi “Un Maledetto Imbroglio”, ho conservato il finale – diverso da quello del romanzo – lo spostamento temporale ai tardi anni Cinquanta e un certo taglio quasi cinematografico nel susseguirsi di quadri e scene, in un omaggio alla malinconia asciutta del Neorealismo. Modifica sostanziale e originale è invece l’ampliamento del ruolo dei due poliziotti, questurini senza nome che, quasi come un coro trasteverino, commentano la vicenda, rivelandone le pieghe nascoste e l’amara ironia. La lunga e articolata rielaborazione del testo ha prodotto un caleidoscopio di modi narrativi, richiami e omaggi, fusi per la scena in una classica storia di crimine e indagine e, insieme, in uno sguardo disincantato su un catalogo di piccole e grandi miserie umane.

23 ott
  • Teatrino d’Arco
  • lunedì 23 ottobre 2017
  • 21:00

I lunedì del d’Arco
Mito e Psiche

a cura di Maria Grazia Berrini
 
22 ott
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 22 ottobre 2017
  • 16:00

di Carlo Emilio Gadda
Regia di Mario Zolin

 

Via Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità. Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate? Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli? A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Note di Regia

Cercavo un testo che coniugasse i meccanismi del giallo classico – il delitto, la paziente ricerca della verità, le intuizioni, le false piste, la rivelazione finale – con uno studio dei caratteri. Un’indagine che non fosse solo dei fatti, ma delle psicologie coinvolte, dello scontro tra la quotidianità e l’atto violento. Ed ecco Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, il capolavoro di Carlo Emilio Gadda – monumentale romanzo che ritrae impietosamente una serie di spaccati della società romana negli anni Venti del Novecento: un vecchio condominio borghese, il sottobosco criminale, gli uffici della Polizia Testo complesso, divagante, stratificato, mai lineare: come tradurlo nel linguaggio narrativo del palcoscenico? Seguendo in parte la via già tracciata quasi sessant’anni fa da Giannetti e De Concini, gli sceneggiatori che adattarono il romanzo per Pietro Germi. Di quella sceneggiatura, divenuta poi “Un Maledetto Imbroglio”, ho conservato il finale – diverso da quello del romanzo – lo spostamento temporale ai tardi anni Cinquanta e un certo taglio quasi cinematografico nel susseguirsi di quadri e scene, in un omaggio alla malinconia asciutta del Neorealismo. Modifica sostanziale e originale è invece l’ampliamento del ruolo dei due poliziotti, questurini senza nome che, quasi come un coro trasteverino, commentano la vicenda, rivelandone le pieghe nascoste e l’amara ironia. La lunga e articolata rielaborazione del testo ha prodotto un caleidoscopio di modi narrativi, richiami e omaggi, fusi per la scena in una classica storia di crimine e indagine e, insieme, in uno sguardo disincantato su un catalogo di piccole e grandi miserie umane.

21 ott
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 21 ottobre 2017
  • 20:45

di Carlo Emilio Gadda
Regia di Mario Zolin

 

Via Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità. Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate? Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli? A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Note di Regia

Cercavo un testo che coniugasse i meccanismi del giallo classico – il delitto, la paziente ricerca della verità, le intuizioni, le false piste, la rivelazione finale – con uno studio dei caratteri. Un’indagine che non fosse solo dei fatti, ma delle psicologie coinvolte, dello scontro tra la quotidianità e l’atto violento. Ed ecco Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, il capolavoro di Carlo Emilio Gadda – monumentale romanzo che ritrae impietosamente una serie di spaccati della società romana negli anni Venti del Novecento: un vecchio condominio borghese, il sottobosco criminale, gli uffici della Polizia Testo complesso, divagante, stratificato, mai lineare: come tradurlo nel linguaggio narrativo del palcoscenico? Seguendo in parte la via già tracciata quasi sessant’anni fa da Giannetti e De Concini, gli sceneggiatori che adattarono il romanzo per Pietro Germi. Di quella sceneggiatura, divenuta poi “Un Maledetto Imbroglio”, ho conservato il finale – diverso da quello del romanzo – lo spostamento temporale ai tardi anni Cinquanta e un certo taglio quasi cinematografico nel susseguirsi di quadri e scene, in un omaggio alla malinconia asciutta del Neorealismo. Modifica sostanziale e originale è invece l’ampliamento del ruolo dei due poliziotti, questurini senza nome che, quasi come un coro trasteverino, commentano la vicenda, rivelandone le pieghe nascoste e l’amara ironia. La lunga e articolata rielaborazione del testo ha prodotto un caleidoscopio di modi narrativi, richiami e omaggi, fusi per la scena in una classica storia di crimine e indagine e, insieme, in uno sguardo disincantato su un catalogo di piccole e grandi miserie umane.

20 ott
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 20 ottobre 2017
  • 20:45

di Carlo Emilio Gadda
Regia di Mario Zolin

 

Via Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità. Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate? Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli? A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Note di Regia

Cercavo un testo che coniugasse i meccanismi del giallo classico – il delitto, la paziente ricerca della verità, le intuizioni, le false piste, la rivelazione finale – con uno studio dei caratteri. Un’indagine che non fosse solo dei fatti, ma delle psicologie coinvolte, dello scontro tra la quotidianità e l’atto violento. Ed ecco Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, il capolavoro di Carlo Emilio Gadda – monumentale romanzo che ritrae impietosamente una serie di spaccati della società romana negli anni Venti del Novecento: un vecchio condominio borghese, il sottobosco criminale, gli uffici della Polizia Testo complesso, divagante, stratificato, mai lineare: come tradurlo nel linguaggio narrativo del palcoscenico? Seguendo in parte la via già tracciata quasi sessant’anni fa da Giannetti e De Concini, gli sceneggiatori che adattarono il romanzo per Pietro Germi. Di quella sceneggiatura, divenuta poi “Un Maledetto Imbroglio”, ho conservato il finale – diverso da quello del romanzo – lo spostamento temporale ai tardi anni Cinquanta e un certo taglio quasi cinematografico nel susseguirsi di quadri e scene, in un omaggio alla malinconia asciutta del Neorealismo. Modifica sostanziale e originale è invece l’ampliamento del ruolo dei due poliziotti, questurini senza nome che, quasi come un coro trasteverino, commentano la vicenda, rivelandone le pieghe nascoste e l’amara ironia. La lunga e articolata rielaborazione del testo ha prodotto un caleidoscopio di modi narrativi, richiami e omaggi, fusi per la scena in una classica storia di crimine e indagine e, insieme, in uno sguardo disincantato su un catalogo di piccole e grandi miserie umane.

15 ott
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 15 ottobre 2017
  • 16:00

di Carlo Emilio Gadda
Regia di Mario Zolin

 

Via Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità. Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate? Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli? A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Note di Regia

Cercavo un testo che coniugasse i meccanismi del giallo classico – il delitto, la paziente ricerca della verità, le intuizioni, le false piste, la rivelazione finale – con uno studio dei caratteri. Un’indagine che non fosse solo dei fatti, ma delle psicologie coinvolte, dello scontro tra la quotidianità e l’atto violento. Ed ecco Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, il capolavoro di Carlo Emilio Gadda – monumentale romanzo che ritrae impietosamente una serie di spaccati della società romana negli anni Venti del Novecento: un vecchio condominio borghese, il sottobosco criminale, gli uffici della Polizia Testo complesso, divagante, stratificato, mai lineare: come tradurlo nel linguaggio narrativo del palcoscenico? Seguendo in parte la via già tracciata quasi sessant’anni fa da Giannetti e De Concini, gli sceneggiatori che adattarono il romanzo per Pietro Germi. Di quella sceneggiatura, divenuta poi “Un Maledetto Imbroglio”, ho conservato il finale – diverso da quello del romanzo – lo spostamento temporale ai tardi anni Cinquanta e un certo taglio quasi cinematografico nel susseguirsi di quadri e scene, in un omaggio alla malinconia asciutta del Neorealismo. Modifica sostanziale e originale è invece l’ampliamento del ruolo dei due poliziotti, questurini senza nome che, quasi come un coro trasteverino, commentano la vicenda, rivelandone le pieghe nascoste e l’amara ironia. La lunga e articolata rielaborazione del testo ha prodotto un caleidoscopio di modi narrativi, richiami e omaggi, fusi per la scena in una classica storia di crimine e indagine e, insieme, in uno sguardo disincantato su un catalogo di piccole e grandi miserie umane.

14 ott
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 14 ottobre 2017
  • 20:45

di Carlo Emilio Gadda
Regia di Mario Zolin

 

Via Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità. Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate? Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli? A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Note di Regia

Cercavo un testo che coniugasse i meccanismi del giallo classico – il delitto, la paziente ricerca della verità, le intuizioni, le false piste, la rivelazione finale – con uno studio dei caratteri. Un’indagine che non fosse solo dei fatti, ma delle psicologie coinvolte, dello scontro tra la quotidianità e l’atto violento. Ed ecco Quer Pasticciaccio Brutto de Via Merulana, il capolavoro di Carlo Emilio Gadda – monumentale romanzo che ritrae impietosamente una serie di spaccati della società romana negli anni Venti del Novecento: un vecchio condominio borghese, il sottobosco criminale, gli uffici della Polizia Testo complesso, divagante, stratificato, mai lineare: come tradurlo nel linguaggio narrativo del palcoscenico? Seguendo in parte la via già tracciata quasi sessant’anni fa da Giannetti e De Concini, gli sceneggiatori che adattarono il romanzo per Pietro Germi. Di quella sceneggiatura, divenuta poi “Un Maledetto Imbroglio”, ho conservato il finale – diverso da quello del romanzo – lo spostamento temporale ai tardi anni Cinquanta e un certo taglio quasi cinematografico nel susseguirsi di quadri e scene, in un omaggio alla malinconia asciutta del Neorealismo. Modifica sostanziale e originale è invece l’ampliamento del ruolo dei due poliziotti, questurini senza nome che, quasi come un coro trasteverino, commentano la vicenda, rivelandone le pieghe nascoste e l’amara ironia. La lunga e articolata rielaborazione del testo ha prodotto un caleidoscopio di modi narrativi, richiami e omaggi, fusi per la scena in una classica storia di crimine e indagine e, insieme, in uno sguardo disincantato su un catalogo di piccole e grandi miserie umane.

7 ott
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 7 ottobre 2017
  • 20:45

Serata di poesia contemporanea con ingresso gratuito
 
7 ott
  • Teatro Comunale “Mauro Pagano”
    Canneto sull’Oglio
  • sabato 7 ottobre 2017
  • 20:45

di Luigi Pirandello
 

Beatrice, servendosi del delegato Spanò, ordisce una trama per smascherare l’infedeltà del marito, il Cavalier Fiorica, che si lascia cogliere in flagrante.
Nell’ottica perbenista tipica di ogni ipocrisia borghese, la famiglia tenta d’insabbiare l’accaduto. Così, l’indignazione di una donna ingannata, potrebbe concludersi con disarmante semplicità.
La schermaglia domestica però chiama in causa un terzo personaggio e ne mina irrimediabilmente la reputazione agli occhi dei compaesani.
Si tratta dello scrivano Ciampa, il quale da tempo accetta, per amore o debolezza, la sua degradante condizione di uomo tradito, purché essa rimanga nascosta alla curiosità del mondo.
A questo punto, tuttavia, sentendosi messo alla berlina, egli diviene severo e implacabile ragionatore solo facendo sembrare pazza Beatrice potrà recuperare l’onore perduto.
Ergendosi a difesa della sua smagrita dignità, il Ciampa inanella una serie di funamboliche quanto stringenti argomentazioni, persuadendo con le sole armi della consequenzialità e della logica.
Il berretto a sonagli della pazzia è il lasciapassare che consente di accedere alla verità e di gridarla al mondo.
Al consorzio civile non resta che isolare il folle nel tentativo di preservare il suo delicato equilibrio interno: solo l’ennesimo simulacro che il protagonista lacererà scoppiando, nel finale, in un’orribile risata "di selvaggio piacere e di disperazione a un tempo".


NOTE DI REGIA

Prigionieri di un angusto carcere, soggetti alla tirannia delle convenzioni, gli interpreti sono costretti a disegnare brevi traiettorie, voli spezzati da barriere che ne stordiscono i più spontanei impulsi.
I personaggi sono pupi, marionette forme che imprigionano la vita vera sono circondati da simulacri della borghesia (poltrone, quadri, statue, lampadari...).
Si muovono e vivono in uno spazio delimitato, quasi costretti a vivere solo in quel quadrato piastrellato.
Si presentano al pubblico muti burattini che, una volta illuminati, prendono vita per raccontare la loro storia: maschere di ipocrisia, per esistere sono costrette a salvare ognuna il proprio ruolo nella società. Non importa chi dovrà soccombere l’importate è che l’ordine costituito non venga sovvertito.
Calibrando la parola sul gesto ed il gesto sulla parola, la regia affida alla recitazione il compito di restituire ai dialoghi il loro colore naturale nel perentorio rifiuto di ogni caricatura. Si sottolinea così che le maschere sono la normalità nel consorzio civile.
Gli anni venti del novecento fanno da ambientazione all’allestimento scenico, volutamente improntato ad un austero minimalismo.
Luci e musiche d’atmosfera incorniciano, in particolare, i momenti d’astrazione del Ciampa dal suo personaggio: i celebri monologhi nei quali la voce di Pirandello sembra distinguersi vividamente per enuclearne i gangli teorici.

 

NOTA BIOGRAFICA

Luigi Pirandello nasce nel 1867 ad Agrigento.
La famiglia, agiata e numerosa, appartiene alla nuova borghesia professionistica e industriale siciliana. Compie un complesso iter di studi e si laurea a Bonn dopo aver frequentato le università di Palermo e Roma.
Nel 1893 comincia a dedicarsi alla narrativa e nel 1901 viene pubblicato il suo primo romanzo "L’esclusa" che presenta già le principali tematiche pirandelliane: il contrasto tra apparenza e realtà, lo sfaccettarsi della verità, l’assurdità della condizione umana fissata in una "forma" che soffoca la "vita".
Nel 1904 inizia a pubblicare a puntate "Il fu Mattia Pascal" che realizza con esiti particolarmente felici la novità del suo pensiero.
Nel 1908 esce "L’umorismo" in cui enuncia i capisaldi della sua poetica.
Nel 1910 inizia la sua ricchissima produzione teatrale di cui ricordiamo "Il berretto a sonagli" del 1916, che si colloca fra le opere più importanti del primo periodo, e "Sei personaggi in cerca d’autore" del 1921, che è l’emblema della sua rottura con il teatro tradizionale.
Successivamente Pirandello continua anche l’attività di narratore con opere di grande rilievo, ma si identifica sempre più con il mondo teatrale, partecipa alla messa in scena dei suoi spettacoli e fonda il "Teatro d’Arte di Roma" conMarta Abba e Ruggero Ruggeri come primi attori.
Nel 1934 riceve il premio Nobel. Muore a Roma due anni più tardi.

 

1 ott
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 1 ottobre 2017
  • 16:00

ASSOCIAZIONE TEATRALE “MO... SI RECITA”

di Eduardo de Filippo
Regia di Carlo Cammuso
 
30 set
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 30 settembre 2017
  • 20:45

ASSOCIAZIONE TEATRALE “MO... SI RECITA”

di Eduardo de Filippo
Regia di Carlo Cammuso
 
29 set
  • Mantova - Palazzo d’Arco
  • venerdì 29 settembre 2017
  • 20:30

L’arte del ricevere dei Conti d’Arco
 

I manuali di etichetta francese del Conte Antonio saranno la guida per gli sketch della Compagnia Teatrale Campogalliani che in costumi autentici dell’Ottocento dispenserà precetti convenienti di buone maniere.

27 set
  • Rotonda di San Lorenzo - Mantova
  • mercoledì 27 settembre 2017
  • 21:00

un ricordo di Stefano Guaresi

voce narrante Diego Fusari
musiche di Stefano Gueresi eseguite dal Maestro Andrea Goretti
 
16 set
  • Mantova - Palazzo d’Arco
  • sabato 16 settembre 2017
  • 20:00

L’arte del ricevere dei Conti d’Arco
 

I manuali di etichetta francese del Conte Antonio saranno la guida per gli sketch della Compagnia Teatrale Campogalliani che in costumi autentici dell’Ottocento dispenserà precetti convenienti di buone maniere.

26 ago
  • Mantova - Palazzo d’Arco
  • sabato 26 agosto 2017
  • 20:30

L’arte del ricevere dei Conti d’Arco
 

I manuali di etichetta francese del Conte Antonio saranno la guida per gli sketch della Compagnia Teatrale Campogalliani che in costumi autentici dell’Ottocento dispenserà precetti convenienti di buone maniere.

29 lug
  • Parco delle Bertone
  • sabato 29 luglio 2017
  • 21:30

di Katherine Kressmann Taylor

a cura di Maria Grazia Bettini e Diego Fusari
 

1932. Martin Shulse, tedesco, e Max Eisenstein, ebreo americano, soci in affari e amici fraterni, si separano quando Martin decide di lasciare la California per tornare a vivere in Germania. Inizia tra i due uno scambio epistolare. Ma l’ombra della storia si proietta sul destino dei due amici.Hitler sale al potere, voci sempre più allarmanti giungono alle orecchie di Max. Martin, da parte sua, guarda con crescente entusiasmo ai destini della nuova Germania. L’amicizia è ormai impossibile, ma Max continua a credere nella lealtà dell’antico socio,e si rivolge a lui per chiedere aiuto in una circostanza drammatica. La reazione di Martin, che ha nel frattempo assunto un incarico di rilievo nel partito nazista, sarà, invece crudele. Ma totalmente imprevedibile si rivela il colpo di scena che segue...

22 lug
  • Parco delle Bertone
  • sabato 22 luglio 2017
  • 21:00

di Oscar Wilde

traduzione e riduzione teatrale di Chiara Prezzavento

Regia di Maria Grazia Bettini
 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!