Calendario prossimi spettacoli

16 dic
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 16 dicembre 2017
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

17 dic
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 17 dicembre 2017
  • 16:00

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

31 dic
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 31 dicembre 2017
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

5 gen
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 5 gennaio 2018
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

6 gen
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 6 gennaio 2018
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

7 gen
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 7 gennaio 2018
  • 16:00

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

12 gen
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 12 gennaio 2018
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

13 gen
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 13 gennaio 2018
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

14 gen
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 14 gennaio 2018
  • 16:00

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

19 gen
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 19 gennaio 2018
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

20 gen
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 20 gennaio 2018
  • 20:45

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

21 gen
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 21 gennaio 2018
  • 16:00

di Oscar Wilde
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

27 gen
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 27 gennaio 2018
  • 20:45


di Katherine Kressmann Taylor

a cura di Maria Grazia Bettini e Diego Fusari
 

1932. Martin Shulse, tedesco, e Max Eisenstein, ebreo americano, soci in affari e amici fraterni, si separano quando Martin decide di lasciare la California per tornare a vivere in Germania. Inizia tra i due uno scambio epistolare. Ma l’ombra della storia si proietta sul destino dei due amici.Hitler sale al potere, voci sempre più allarmanti giungono alle orecchie di Max. Martin, da parte sua, guarda con crescente entusiasmo ai destini della nuova Germania. L’amicizia è ormai impossibile, ma Max continua a credere nella lealtà dell’antico socio,e si rivolge a lui per chiedere aiuto in una circostanza drammatica. La reazione di Martin, che ha nel frattempo assunto un incarico di rilievo nel partito nazista, sarà, invece crudele. Ma totalmente imprevedibile si rivela il colpo di scena che segue...

28 gen
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 28 gennaio 2018
  • 16:00


di Katherine Kressmann Taylor

a cura di Maria Grazia Bettini e Diego Fusari
 

1932. Martin Shulse, tedesco, e Max Eisenstein, ebreo americano, soci in affari e amici fraterni, si separano quando Martin decide di lasciare la California per tornare a vivere in Germania. Inizia tra i due uno scambio epistolare. Ma l’ombra della storia si proietta sul destino dei due amici.Hitler sale al potere, voci sempre più allarmanti giungono alle orecchie di Max. Martin, da parte sua, guarda con crescente entusiasmo ai destini della nuova Germania. L’amicizia è ormai impossibile, ma Max continua a credere nella lealtà dell’antico socio,e si rivolge a lui per chiedere aiuto in una circostanza drammatica. La reazione di Martin, che ha nel frattempo assunto un incarico di rilievo nel partito nazista, sarà, invece crudele. Ma totalmente imprevedibile si rivela il colpo di scena che segue...

3 feb
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 3 febbraio 2018
  • 20:45

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

4 feb
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 4 febbraio 2018
  • 16:00

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

9 feb
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 9 febbraio 2018
  • 20:45

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

10 feb
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 10 febbraio 2018
  • 20:45

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

11 feb
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 11 febbraio 2018
  • 16:00

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

16 feb
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 16 febbraio 2018
  • 20:45

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

17 feb
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 17 febbraio 2018
  • 20:45

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

18 feb
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 18 febbraio 2018
  • 16:00

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

23 feb
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 23 febbraio 2018
  • 20:45

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

24 feb
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 24 febbraio 2018
  • 20:45

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

25 feb
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 25 febbraio 2018
  • 16:00

di Piero Chiara
Regia di Maria Grazia Bettini

 

Lo spettacolo è diviso in tre tempi con due intervalli

LA VICENDA

Emerenziano Paronzini, invalido della prima guerra mondiale, è impiegato presso il Ministero delle Finanze, trasferito in qualità di vice-capufficio, a Luino, sul Lago Maggiore. Preciso e metodico, sia nella vita privata che sul lavoro, Paronzini adocchia le sorelle Tettamanzi, tre “mature ragazze”, che hanno una bella casa sul lago e una considerevole fortuna, ereditata dal padre, “patrocinatore legale” con la passione per la scienza e la biologia, morto da poco: “Brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna. In verità, neppure quando andavano a scuola, nessun uomo aveva pensato di farle accorte del loro sesso”.
Il Paronzini decide di sposare Fortunata, la più anziana, ma, tornato dal viaggio di nozze, visto che la moglie risulterà, a un controllo medico, “vaginalmente infiammata”, inizia a sollazzarsi anche con le altre due sorelle (Tarsilla e Camilla), intensificando i rapporti, dedicandosi ogni notte a una sorella diversa, sotto gli occhi orripilati della vecchia serva Teresa che non dorme più e si spella le mani a furia di rosari. Il paese naturalmente intuisce, ma non riesce a sapere con certezza. Paronzini diventa così l’amante di tutte e tre le sorelle, che si dividono le sue attenzioni senza gelosie, fino all’inevitabile schianto coronarico dell’attempato amatore.
La riduzione teatrale fu elaborata da Piero Chiara adattando per il palcoscenico il suo best seller “La Spartizione”, che nel 1970 diventò un grande successo cinematografico per la regia di Alberto Lattuada con il titolo “Venga a prendere il caffè da noi”, con Ugo Tognazzi grande protagonista.


NOTE DI REGIA

La scelta di un testo che fotografa una provincia perbenista, che cela all’interno delle mura di casa storie “pruriginose” proviene da un consiglio del mio Maestro Aldo Signoretti nell’anno 1985. Mi affidò il compito di metterla in scena con tre attrici storiche della Campogalliani, Isa Mancini e le giovani Francesca Campogalliani e Loredana Sartorello e con un magnifico Damiano Scaini, vero “gallo nel pollaio”.
Chiesi la collaborazione di un famoso Nani Tedeschi, pittore, disegnatore e incisore, che con entusiasmo creò con i suoi disegni le scenografie della commedia.
Per ricreare i molteplici luoghi del racconto, spezzai lo spazio scenico con un sipario mobile e quindi apparizioni veloci e ritmate da musiche e luci concentrai l’attenzione principalmente sugli attori e sulla recitazione, con una regia quasi cinematografica.
Ora riprendo lo spettacolo con altri attori, ma con il medesimo impianto interpretativo e registico, per riproporre agli spettatori una storia di ipocrisie perbeniste, raccontata con ironia e semplicità da un grande scrittore come Piero Chiara.

 

8 mar
  • Teatrino d’Arco
  • giovedì 8 marzo 2018
  • 20:45

di Derek Benfield
Regia di Maria Grazia Bettini

Repliche fino al 29 aprile 2018
 

E’ una commedia brillante scritta nel 1964 dall’autore inglese Derek Benfield (1926 – 2009), scrittore, commediografo e attore non solo di teatro, ma anche di cinema.
Il sipario si apre su una sala del Castello di Elrood abitato dal vecchio Lord, un militare in congedo che spara a chiunque tenti di attraversare il giardino compresi il postino, il droghiere, la cameriera e persino la figlia, e dall’evanescente Lady Elrood che ha appena deciso di trasformare l’antica magione in museo per pagare i debiti. Proprio il giorno dell’apertura del castello ai visitatori arriva, per passare un tranquillo weekend in famiglia, la figlia Patricia appena sposata con Chester, che giunge in stato di completa agitazione poiché ha appena saputo che una coppia di gangster, finita in galera grazie alla sua testimonianza, è evasa e lo sta cercando per vendicarsi. Il criminale Capone ed il suo complice Wedgwood giungono al castello, ma adocchiato un prezioso dipinto concedono a Chester di aver salva la vita a patto che li aiuti a trafugarlo. Questi dovrà trovare il modo di salvarsi e di mettere in salvo il quadro cercando nel contempo di sfuggire agli assalti della cameriera Ada, da sempre follemente innamorata di lui. Il continuo via vai di Maggie e Bert una coppia di rozzi campagnoli e unici turisti, di Miss Partridge, guida turistica svampita e sconcertante e di George capo scout con cinquanta ragazzini al seguito, disturberanno i tentativi degli sfortunati banditi. Alla fine i gangster riusciranno a fuggire portandosi via un dipinto, ma sarà quello giusto?
Commedia frizzante e scoppiettante caratterizzata dal tipico humor inglese, giocata sui doppi sensi e sulle “gags” si snoda attraverso equivoci, situazioni paradossali e improvvisi colpi di scena che si succedono con ritmo incalzante fino ad un finale sorprendente.