Calendario prossimi spettacoli

26 mag
  • Teatro d’Arco
  • venerdì 26 maggio 2017
  • 21:00

Scuola di Teatro F. Campogalliani

Regia Mario Zolin
Direzione artistica Marini Alberini
 

Il tempo dell’attesa è la culla dei sogni

Una donna attende la nascita del figlio. Lo stato di grazia che è la maternità non è privo di timori e interrogativi, con quella mescolanza di gioie e dolori che la vita umana sempre riserva. Il padre del bambino, tra l’altro, è un militare di carriera. Si trova in una zona di guerra, uno dei focolai che ancora ai nostri giorni insanguinano il mondo. Alla protagonista di questa storia firmata da Elena Miglioli appare in sogno una moltitudine di figure femminili. Un raduno onirico che incoraggia la futura madre, metafora della solidarietà senza tempo tra le donne, ma ancor prima di una sorte universale che le accomuna. Quella dell’attesa, tema portante dello spettacolo.
Alla vicenda moderna fanno eco i vissuti delle donne di due classici della letteratura drammaturgica, sempre in attesa, appunto, di qualcosa o qualcuno: in estrema analisi, del proprio destino. Nelle Troiane di Euripide (415 a.C.), dopo la caduta della città di Troia, le donne sopravvissute alla guerra aspettano di essere date in schiave ai vincitori. A nulla giova “drizzare la prora contro l’onda”, opporsi cioè a una “rotta segnata”. Altre voci si intrecciano con quelle dell’antichità. Appartengono alle ragazze che Fernando Pessoa chiude in una stanza a vegliare un’amica morta, nell’opera Il Marinaio (1915). In un’atmosfera impalpabile, dove “il presente è subito passato”, le vegliatrici attendono l’alba che le dissolverà e si sforzano di sfuggire a un epilogo già scritto, grazie a una conversazione senza sosta.
Il dramma Verrà il giorno fa proprio anche l’argomento chiave della pièce di Pessoa: il sogno. “Di eterno e di bello c’è solo in sogno”, si confidano le vegliatrici. E di fronte alla compagna ormai in viaggio per l’aldilà aggiungono: “Perché si muore? Forse perché non si sogna abbastanza”. Nel lavoro di Elena Miglioli la nascita di una nuova vita riscatta in qualche modo gli eventi tragici e intreccia indissolubilmente attesa e sogno, nella misura in cui l’uno diviene “la culla” dell’altro: “Il vero tempo, quello che vale oro, è il tempo dell’attesa. Dove ogni cosa è possibile. E anche i sogni trovano casa”.


NOTE DI REGIA

A conclusione di questo secondo corso si è pensato di costruire uno spettacolo che vedesse rappresentati i diversi modi di comunicazione teatrale, si passa infatti dalla lettura drammatizzata al coro, dal monologo al dialogo . Questa scelta e stata fatta per dar modo agli allievi di cimentarsi sul palcoscenico dimostrando così il livello complessivo raggiunto a conclusione di questo corso biennale. Con l’intervento di un’allieva del primo anno abbiamo toccato anche la scrittura teatrale con un testo monologo che servisse a legare e a completare lo spettacolo.

27 mag
  • Teatro d’Arco
  • sabato 27 maggio 2017
  • 21:00

Scuola di Teatro F. Campogalliani

Regia Mario Zolin
Direzione artistica Marini Alberini
 

Il tempo dell’attesa è la culla dei sogni

Una donna attende la nascita del figlio. Lo stato di grazia che è la maternità non è privo di timori e interrogativi, con quella mescolanza di gioie e dolori che la vita umana sempre riserva. Il padre del bambino, tra l’altro, è un militare di carriera. Si trova in una zona di guerra, uno dei focolai che ancora ai nostri giorni insanguinano il mondo. Alla protagonista di questa storia firmata da Elena Miglioli appare in sogno una moltitudine di figure femminili. Un raduno onirico che incoraggia la futura madre, metafora della solidarietà senza tempo tra le donne, ma ancor prima di una sorte universale che le accomuna. Quella dell’attesa, tema portante dello spettacolo.
Alla vicenda moderna fanno eco i vissuti delle donne di due classici della letteratura drammaturgica, sempre in attesa, appunto, di qualcosa o qualcuno: in estrema analisi, del proprio destino. Nelle Troiane di Euripide (415 a.C.), dopo la caduta della città di Troia, le donne sopravvissute alla guerra aspettano di essere date in schiave ai vincitori. A nulla giova “drizzare la prora contro l’onda”, opporsi cioè a una “rotta segnata”. Altre voci si intrecciano con quelle dell’antichità. Appartengono alle ragazze che Fernando Pessoa chiude in una stanza a vegliare un’amica morta, nell’opera Il Marinaio (1915). In un’atmosfera impalpabile, dove “il presente è subito passato”, le vegliatrici attendono l’alba che le dissolverà e si sforzano di sfuggire a un epilogo già scritto, grazie a una conversazione senza sosta.
Il dramma Verrà il giorno fa proprio anche l’argomento chiave della pièce di Pessoa: il sogno. “Di eterno e di bello c’è solo in sogno”, si confidano le vegliatrici. E di fronte alla compagna ormai in viaggio per l’aldilà aggiungono: “Perché si muore? Forse perché non si sogna abbastanza”. Nel lavoro di Elena Miglioli la nascita di una nuova vita riscatta in qualche modo gli eventi tragici e intreccia indissolubilmente attesa e sogno, nella misura in cui l’uno diviene “la culla” dell’altro: “Il vero tempo, quello che vale oro, è il tempo dell’attesa. Dove ogni cosa è possibile. E anche i sogni trovano casa”.


NOTE DI REGIA

A conclusione di questo secondo corso si è pensato di costruire uno spettacolo che vedesse rappresentati i diversi modi di comunicazione teatrale, si passa infatti dalla lettura drammatizzata al coro, dal monologo al dialogo . Questa scelta e stata fatta per dar modo agli allievi di cimentarsi sul palcoscenico dimostrando così il livello complessivo raggiunto a conclusione di questo corso biennale. Con l’intervento di un’allieva del primo anno abbiamo toccato anche la scrittura teatrale con un testo monologo che servisse a legare e a completare lo spettacolo.

27 mag
  • Teatro Olimpico Vicenza
  • sabato 27 maggio 2017
  • 21:00

di Molière

traduzione di Cesare Garboli

Regia di: Maria Grazia Bettini

Evento dedicato all’Accademia Teatrale “Francesco Campogalliani”, quale vincitrice del premio “Faber Teatro” nell’ambito del concorso “Maschera d’Oro 2017”, ove ha ottenuto il riconoscimento di “Miglior Compagnia”.

 

NOTE DI REGIA

Commedia salace, svincolata da tematiche legate alla corte e al potere, ma segnata da riflessioni che l’autore sviluppò liberamente, indagando su situazioni che minavano dall’interno la società francese, specie di quella classe borghese che doveva costituire la struttura portante della società e tendeva invece a un disfacimento dettato da false ambizioni, malintese finalità culturali, degrado di rapporti parentali.
Il tipo di critica che Molière pone a segno la ritroviamo in parte oggi. Ma la materia è sempre quella, e la modernità del testo emerge nell’interpretazione registica che ha impresso nei ruoli la caratterizzazione dei vizi tanti e delle poche virtù che animano la drammaturgia molieriana.
Ho lavorato con gli attori tenendo conto delle qualità di ognuno attingendo dalla loro fantasia e incanalando ogni interpretazione nel suo progetto espressivo, lavorando sulla traduzione di Cesare Garboli, dal linguaggio schietto, che a tratti lascia intravedere i versi dell’originale, ma privilegiando una parlata in prosa, nella quale far emergere poi i momenti di leziosa letteratura che costituiscono uno dei temi dell’opera su cui si appunta la critica dell’autore. La caratterizzazione spinta dei personaggi “intellettuali” mette in risalto la critica dell’autore ad un falso mondo culturale, anche oggi rintracciabile nella società moderna.


TRAMA

Filaminta, donna colta e raffinata, moglie dispotica del mite Crisalo, ha una sola aspirazione: dimostrare la superiorità intellettuale e mentale delle donne. Forte di questa convinzione, ha trasformato la propria casa in un “salotto filosofico e letterario” e, insieme alla cognata Belisa e alla figlia maggiore Armanda, la mette a disposizione di un poetastro affarista: Trissottani, il quale desidera solo arrivare a possedere le ricchezze della famiglia; a lui vuol dare in moglie la figlia minore Enrichetta, che però non ha aspirazioni intellettuali e ama, riamata, il giovane Clitandro, come lei poco incline alle esagerazioni culturali.
Dopo varie vicissitudini, sarà il saggio Aristo a far ragionare il fratello Crisalo e ad escogitare un innocuo tranello che porterà la pace e l’ordine in famiglia.

* * *

Les femmes savantes fu rappresentata per la prima volta a Parigi, al Palais Royal l’11 marzo 1672: Molière vi recitava la parte di Crisalo. La pièce piacque e fu replicata per dieci volte con ottimi incassi. Protagonista delle Intellettuali è il teatro: il teatro che non sta mai fermo, dove ad ogni parola è concesso di litigare e di contraddirsi. La prima impressione è di movimento, una conversazione dove tutti non fanno che togliersi la parola di bocca lasciando parlare gli altri con molta civiltà. Il ritmo da saloon si accompagna ad uno scompiglio di ricchi, il reddito cospicuo ad una fiera di nevrosi privilegiate, esaltante e raffinato concerto finale dove Molière riassume tutti i connotati del suo teatro irriducibile avversario degli snobismi culturali e mode del momento. Molière non è forse mai stato così acuto scienziato della società come ne Le Intellettuali, una pièce che si alza come un polverone in attesa di una bufera che non scoppia o esplode solo per passare via ripristinando un nuovo ordine. Les femmes savantes è una girandola di idee, un fuoco d’artificio fatto di temi quali la condizione e istruzione femminile, il problema della coppia e quello sessuale, l’antagonismo maschio-femmina, il rapporto tra cultura e stato, l’impegno e il disimpegno.

Cesare Garboli

28 mag
  • Teatro d’Arco
  • domenica 28 maggio 2017
  • 17:00

Scuola di Teatro F. Campogalliani

Regia Mario Zolin
Direzione artistica Marini Alberini
 

Il tempo dell’attesa è la culla dei sogni

Una donna attende la nascita del figlio. Lo stato di grazia che è la maternità non è privo di timori e interrogativi, con quella mescolanza di gioie e dolori che la vita umana sempre riserva. Il padre del bambino, tra l’altro, è un militare di carriera. Si trova in una zona di guerra, uno dei focolai che ancora ai nostri giorni insanguinano il mondo. Alla protagonista di questa storia firmata da Elena Miglioli appare in sogno una moltitudine di figure femminili. Un raduno onirico che incoraggia la futura madre, metafora della solidarietà senza tempo tra le donne, ma ancor prima di una sorte universale che le accomuna. Quella dell’attesa, tema portante dello spettacolo.
Alla vicenda moderna fanno eco i vissuti delle donne di due classici della letteratura drammaturgica, sempre in attesa, appunto, di qualcosa o qualcuno: in estrema analisi, del proprio destino. Nelle Troiane di Euripide (415 a.C.), dopo la caduta della città di Troia, le donne sopravvissute alla guerra aspettano di essere date in schiave ai vincitori. A nulla giova “drizzare la prora contro l’onda”, opporsi cioè a una “rotta segnata”. Altre voci si intrecciano con quelle dell’antichità. Appartengono alle ragazze che Fernando Pessoa chiude in una stanza a vegliare un’amica morta, nell’opera Il Marinaio (1915). In un’atmosfera impalpabile, dove “il presente è subito passato”, le vegliatrici attendono l’alba che le dissolverà e si sforzano di sfuggire a un epilogo già scritto, grazie a una conversazione senza sosta.
Il dramma Verrà il giorno fa proprio anche l’argomento chiave della pièce di Pessoa: il sogno. “Di eterno e di bello c’è solo in sogno”, si confidano le vegliatrici. E di fronte alla compagna ormai in viaggio per l’aldilà aggiungono: “Perché si muore? Forse perché non si sogna abbastanza”. Nel lavoro di Elena Miglioli la nascita di una nuova vita riscatta in qualche modo gli eventi tragici e intreccia indissolubilmente attesa e sogno, nella misura in cui l’uno diviene “la culla” dell’altro: “Il vero tempo, quello che vale oro, è il tempo dell’attesa. Dove ogni cosa è possibile. E anche i sogni trovano casa”.


NOTE DI REGIA

A conclusione di questo secondo corso si è pensato di costruire uno spettacolo che vedesse rappresentati i diversi modi di comunicazione teatrale, si passa infatti dalla lettura drammatizzata al coro, dal monologo al dialogo . Questa scelta e stata fatta per dar modo agli allievi di cimentarsi sul palcoscenico dimostrando così il livello complessivo raggiunto a conclusione di questo corso biennale. Con l’intervento di un’allieva del primo anno abbiamo toccato anche la scrittura teatrale con un testo monologo che servisse a legare e a completare lo spettacolo.

5 giu
  • Teatrino d’Arco e Giardini di Palazzo d’Arco
  • lunedì 5 giugno 2017
  • 20:00



 

Lo spettacolo consiste in un reading di autorevoli testimonianze di viaggiatori, più o meno illustri e famosi, che hanno visitato la città di Mantova dal XVI al XX secolo introdotti da una visitatrice della fine ‘800, Vernon Lee pseudonimo della scrittrice inglese Violet Paget che giunse a Mantova nel 1896 e rimase estasiata dalla città. Come una moderna Clio, musa della storia, e accompagnata da un redivivo Virgilio compie un itinerario tra i luoghi più pittoreschi e più affascinanti lasciando traccia in un taccuino di viaggio e rievocando le testimonianze di viaggiatori che la precedettero nel corso dei secoli: il Barone di Montesquieu, Napoleone, l’ambasciatore Nicolò Dolfin, Torquato Tasso e Charles Dickens, solo per citarne alcuni.
Il racconto si snoda tra testimonianze compiaciute e divertenti, ma a volte anche critiche ed insoddisfatte, il tutto con un commento sonoro di atmosfera e con la proiezione di immagini evocative.

13 lug
  • Parco delle Bertone
  • giovedì 13 luglio 2017
  • 21:00

di Carol Ann Duffy

Regia di Maria Grazia Bettini
 

La moglie del mondo (The World’s Wife) è una raccolta di poesie le cui protagoniste sono donne, vere o immaginarie, in cerca di un loro ruolo nella storia e nel mito. Sono le mogli di uomini famosi, come la signora Pilato, la signora Esopo, la signora Freud e altre ancora; oppure sono donne tradizionalmente definite tramite i loro uomini, come Dalila o Euridice. Sono le mogli del mondo secondo l’efficace titolo.

Tutte le poesie si configurano come autoritratti. Il monologo, da sempre una delle forme poetiche preferite da Carol Ann Duffy, in questa raccolta le permette di dare una voce distintiva e forte a ciascuna di queste mogli che si collegano a costruire un’affascinante rivisitazione, una versione dei fatti dalla parte di lei.

Le narratrici non si limitano infatti ad aggiungere particolari mancanti o verità nascoste alle storie già note, ma ciascuna di loro ha spesso una storia del tutto inedita da raccontare.

21 lug
  • Parco delle Bertone
  • venerdì 21 luglio 2017
  • 21:00

di Oscar Wilde

traduzione e riduzione teatrale di Chiara Prezzavento

Regia di Maria Grazia Bettini
 

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.?Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

29 lug
  • Parco delle Bertone
  • sabato 29 luglio 2017
  • 21:00

di Katherine Kressmann Taylor

a cura di Maria Grazia Bettini e Diego Fusari
 

1932. Martin Shulse, tedesco, e Max Eisenstein, ebreo americano, soci in affari e amici fraterni, si separano quando Martin decide di lasciare la California per tornare a vivere in Germania. Inizia tra i due uno scambio epistolare. Ma l’ombra della storia si proietta sul destino dei due amici.Hitler sale al potere, voci sempre più allarmanti giungono alle orecchie di Max. Martin, da parte sua, guarda con crescente entusiasmo ai destini della nuova Germania. L’amicizia è ormai impossibile, ma Max continua a credere nella lealtà dell’antico socio,e si rivolge a lui per chiedere aiuto in una circostanza drammatica. La reazione di Martin, che ha nel frattempo assunto un incarico di rilievo nel partito nazista, sarà, invece crudele. Ma totalmente imprevedibile si rivela il colpo di scena che segue...

7 ott
  • Teatro Comunale “Mauro Pagano”
    Canneto sull’Oglio
  • sabato 7 ottobre 2017
  • 20:45

di Luigi Pirandello
 

Beatrice, servendosi del delegato Spanò, ordisce una trama per smascherare l’infedeltà del marito, il Cavalier Fiorica, che si lascia cogliere in flagrante.
Nell’ottica perbenista tipica di ogni ipocrisia borghese, la famiglia tenta d’insabbiare l’accaduto. Così, l’indignazione di una donna ingannata, potrebbe concludersi con disarmante semplicità.
La schermaglia domestica però chiama in causa un terzo personaggio e ne mina irrimediabilmente la reputazione agli occhi dei compaesani.
Si tratta dello scrivano Ciampa, il quale da tempo accetta, per amore o debolezza, la sua degradante condizione di uomo tradito, purché essa rimanga nascosta alla curiosità del mondo.
A questo punto, tuttavia, sentendosi messo alla berlina, egli diviene severo e implacabile ragionatore solo facendo sembrare pazza Beatrice potrà recuperare l’onore perduto.
Ergendosi a difesa della sua smagrita dignità, il Ciampa inanella una serie di funamboliche quanto stringenti argomentazioni, persuadendo con le sole armi della consequenzialità e della logica.
Il berretto a sonagli della pazzia è il lasciapassare che consente di accedere alla verità e di gridarla al mondo.
Al consorzio civile non resta che isolare il folle nel tentativo di preservare il suo delicato equilibrio interno: solo l’ennesimo simulacro che il protagonista lacererà scoppiando, nel finale, in un’orribile risata "di selvaggio piacere e di disperazione a un tempo".


NOTE DI REGIA

Prigionieri di un angusto carcere, soggetti alla tirannia delle convenzioni, gli interpreti sono costretti a disegnare brevi traiettorie, voli spezzati da barriere che ne stordiscono i più spontanei impulsi.
I personaggi sono pupi, marionette forme che imprigionano la vita vera sono circondati da simulacri della borghesia (poltrone, quadri, statue, lampadari...).
Si muovono e vivono in uno spazio delimitato, quasi costretti a vivere solo in quel quadrato piastrellato.
Si presentano al pubblico muti burattini che, una volta illuminati, prendono vita per raccontare la loro storia: maschere di ipocrisia, per esistere sono costrette a salvare ognuna il proprio ruolo nella società. Non importa chi dovrà soccombere l’importate è che l’ordine costituito non venga sovvertito.
Calibrando la parola sul gesto ed il gesto sulla parola, la regia affida alla recitazione il compito di restituire ai dialoghi il loro colore naturale nel perentorio rifiuto di ogni caricatura. Si sottolinea così che le maschere sono la normalità nel consorzio civile.
Gli anni venti del novecento fanno da ambientazione all’allestimento scenico, volutamente improntato ad un austero minimalismo.
Luci e musiche d’atmosfera incorniciano, in particolare, i momenti d’astrazione del Ciampa dal suo personaggio: i celebri monologhi nei quali la voce di Pirandello sembra distinguersi vividamente per enuclearne i gangli teorici.

 

NOTA BIOGRAFICA

Luigi Pirandello nasce nel 1867 ad Agrigento.
La famiglia, agiata e numerosa, appartiene alla nuova borghesia professionistica e industriale siciliana. Compie un complesso iter di studi e si laurea a Bonn dopo aver frequentato le università di Palermo e Roma.
Nel 1893 comincia a dedicarsi alla narrativa e nel 1901 viene pubblicato il suo primo romanzo "L’esclusa" che presenta già le principali tematiche pirandelliane: il contrasto tra apparenza e realtà, lo sfaccettarsi della verità, l’assurdità della condizione umana fissata in una "forma" che soffoca la "vita".
Nel 1904 inizia a pubblicare a puntate "Il fu Mattia Pascal" che realizza con esiti particolarmente felici la novità del suo pensiero.
Nel 1908 esce "L’umorismo" in cui enuncia i capisaldi della sua poetica.
Nel 1910 inizia la sua ricchissima produzione teatrale di cui ricordiamo "Il berretto a sonagli" del 1916, che si colloca fra le opere più importanti del primo periodo, e "Sei personaggi in cerca d’autore" del 1921, che è l’emblema della sua rottura con il teatro tradizionale.
Successivamente Pirandello continua anche l’attività di narratore con opere di grande rilievo, ma si identifica sempre più con il mondo teatrale, partecipa alla messa in scena dei suoi spettacoli e fonda il "Teatro d’Arte di Roma" conMarta Abba e Ruggero Ruggeri come primi attori.
Nel 1934 riceve il premio Nobel. Muore a Roma due anni più tardi.