Calendario prossimi spettacoli

14 dic
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 14 dicembre 2018
  • 20:45

di Charles Dickens
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini
 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

15 dic
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 15 dicembre 2018
  • 20:45

di Charles Dickens
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini
 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

16 dic
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 16 dicembre 2018
  • 16:00

di Charles Dickens
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini
 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

28 dic
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 28 dicembre 2018
  • 20:45

di Charles Dickens
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini
 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

29 dic
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 29 dicembre 2018
  • 20:45

di Charles Dickens
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini
 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

30 dic
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 30 dicembre 2018
  • 16:00

di Charles Dickens
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini
 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

31 dic
  • Teatrino d’Arco
  • lunedì 31 dicembre 2018
  • 20:45

di Charles Dickens
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini

Prezzo del biglietto: € 25,00
 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

5 gen
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 5 gennaio 2019
  • 20:45

di Charles Dickens
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini
 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

6 gen
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 6 gennaio 2019
  • 16:00

di Charles Dickens
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini
 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

11 gen
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 11 gennaio 2019
  • 20:45

di Charles Dickens
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini
 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

12 gen
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 12 gennaio 2019
  • 20:45

di Charles Dickens
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini
 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

13 gen
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 13 gennaio 2019
  • 16:00

di Charles Dickens
riduzione teatrale di Chiara Prezzavento
Regia di Maria Grazia Bettini
 
dettagli  

L’Autore

Charles Dickens nasce a Landport, Portsea, nel 1812 e muore a Gadshill Rochester nel 1870.
Sin dall’infanzia, povera e dolorosa, fu a contatto con la vita del popolo londinese, che gli diede un’esperienza feconda. Dopo aver lavorato in una fabbrica di lucido da scarpe, divenne stenografo parlamentare (1828). Nel 1833 uscirono sul Monthly Magazine i primi Sketches by Boz, che contengono già tutti gli elementi caratteristici della sua ispirazione. The posthumous papers of the Pickwich Club (1837) - Il Circolo Pickwich, pubblicato a dispense mensili, come poi la maggior parte delle sue opere, gli procurò fama e fortuna immediata; i personaggi incarnavano in modo spontaneo i lati più tipici e costanti del temperamento inglese, e la tecnica era quella cara all’autore: l’improvvisazione di episodi e scene intorno a un gruppo di personaggi. Divenuto il romanziere più popolare dell’Inghilterra, fece seguire: Oliver Twist (1838); Nicholas Nickleby (1839); The old curiosity shop (1841); Barnaby Rudge (1841); A Christmas carol (1843); The Chimes (1845); The cricket on the hearth (1846); Dombey and son (1848); David Copperfield (1850); Bleak House (1853); Hard times (1854); Little Dorrit (1857); A tale of two cities (1859); Great expectations (1861); Our mutual friend (1865). Si servì della sua popolarità per svolgere una polemica umanitaria e sociale, prendendo di mira molte istituzioni, di cui diede una rappre- sentazione quasi sempre caricaturale. La sua vena umoristica è genuina; ma nonostante l’ottimismo che fa dei suoi romanzi il monumento più tipico dell’età vittoriana, egli fu il primo romanziere che sentì la poesia di certi aspetti e ambienti torbidi e sinistri di una grande metropoli moderna.

 

Trama dello spettacolo e note di regia

“Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!” (Prima strofa)
Basta questo per far nascere lo spettacolo: un ufficio spoglio e freddo con una finestra sulle strade di Londra che si prepara al Natale con canti e raccolta fondi per gli indigenti. Un avido e meschino personaggio che respinge ogni gesto di generosità o amore o amicizia anche in un giorno così speciale. Ma forse nel suo cuore si accende una scintilla alimentata dalle parole del vecchio socio morto con il cuore incatenato dall’avidità e da quelle dei Fantasmi del Passato, Presente e Futuro.
Le scene si susseguono veloci come pensieri o sogni, fino a farlo risvegliare una persona diversa e capace di rimediare agli errori fatti anche nel solo tempo che rimane.
Il Canto è un racconto fantastico ma che racchiude verità profonde: ripercorrere la propria vita, riflettere sugli errori commessi per avidità, egoismo, insensibilità, per poter diventare una persona migliore, con sé stessi e con gli altri.
“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente” (ultima strofa)
Ho sentito la necessità di mettere in scena una favola di rinascita morale dell’individuo, in una società come la nostra dove stiamo seppellendo l’amore verso il prossimo e mostrando i peggiori lati della nostra umanità. ll Natale era una celebrazione religiosa piuttosto severa nell’Inghilterra del 1843, quando Charles Dickens, celebre scrittore in difficoltà finanziarie e creative, scrisse il romanzo breve A Christmas Carol.
La storia del vecchio avaro Scrooge e dei tre Spiriti in una Londra fuligginosa e affollata, capace delle miserie più meschine come della più calorosa generosità, era destinata a diventare l’opera più celebre di Dickens – ma anche a forgiare una nuova immagine delle celebrazioni natalizie, fatta di legami familiari, di condivisione, di agrifogli e frutta candita, di calore umano, di gentilezza e gioia.
Dickens ha creato un Natale del cuore dalla solennità misteriosa, felice e attraente al di là del suo significato strettamente religioso, un appello universale alla fraternità e agli affetti. È questo spirito che la regia vuole restituire sulla scena in Canto di Natale, adattato e tradotto appositamente da Chiara Prezzavento.
Ebenezer Scrooge, il mite scrivano Cratchit e una piccola folla di spiriti, cantori, bambini e pessimi soggetti popolano una vivace, magica parabola moderna capace di commuovere e divertire al tempo stesso – nella migliore tradizione dickensiana.

18 gen
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 18 gennaio 2019
  • 20:45

di Oscar Wilde

traduzione e riduzione teatrale di Chiara Prezzavento

 
dettagli  

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

19 gen
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 19 gennaio 2019
  • 20:45

di Oscar Wilde

traduzione e riduzione teatrale di Chiara Prezzavento

 
dettagli  

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

20 gen
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 20 gennaio 2019
  • 16:00

di Oscar Wilde

traduzione e riduzione teatrale di Chiara Prezzavento

 
dettagli  

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

25 gen
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 25 gennaio 2019
  • 20:45

di Oscar Wilde

traduzione e riduzione teatrale di Chiara Prezzavento

 
dettagli  

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

26 gen
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 26 gennaio 2019
  • 20:45

di Oscar Wilde

traduzione e riduzione teatrale di Chiara Prezzavento

 
dettagli  

L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

27 gen
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 27 gennaio 2019
  • 16:00

di Stefano Masini
in occasione della Giornata della Memoria
 
dettagli  
1 feb
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 1 febbraio 2019
  • 20:45

di Oscar Wilde

traduzione e riduzione teatrale di Chiara Prezzavento

 
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L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

2 feb
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 2 febbraio 2019
  • 20:45

di Oscar Wilde

traduzione e riduzione teatrale di Chiara Prezzavento

 
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L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

3 feb
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 3 febbraio 2019
  • 16:00

di Oscar Wilde

traduzione e riduzione teatrale di Chiara Prezzavento

 
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L’OPERA

Dopo tre secoli di onorata carriera sovrannaturale, il fantasma di Sir Simon mai si sarebbe aspettato dalla famiglia Otis una reazione tanto cinica e distaccata. Hiram Otis, politico statunitense, decide, infatti, di acquistare il castello e la tenuta di Canterville, in Inghilterra, e di trasferirvisi con moglie e figli, nonostante i ripetuti avvertimenti sulla scomoda presenza di uno spettro terrificante. La campagna inglese dell’Ottocento è il luogo migliore per cadere vittima di superstizioni e l’americano decide di non dare peso a simili sciocchezze. Da subito Sir Simon, impone la sua presenza spettrale, ma la reazione dei nuovi inquilini va al di là di ogni immaginazione. Gli Otis, infatti, non solo non sono terrorizzati, ma addirittura si prendono gioco del fantasma e vanificano ogni suo travestimento o espediente grazie a dei moderni ritrovati statunitensi. Tutto ciò getta Sir Simon in uno stato di profonda depressione e solo la secondogenita, Virginia Otis, sembra poter entrare in relazione empatica con lui e permettergli, finalmente, di guadagnare il meritato riposo. “Il fantasma di Canterville” (1887) è un esilarante racconto del giovane Oscar Wilde, entrato nell’immaginario collettivo di ognuno di noi, e che deve la sua fortuna anche alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche e teatrali. Il talento di Oscar Wilde è innegabile, a partire anche dalle sue prime opere, ma in questo racconto non vi è racchiuso solo il modo passato di pensare, ma anche quello presente e futuro. Il cinismo, la disillusione della famiglia Otis e la tradizione rappresentata da Sir Simon sono le due facce della stessa moneta che ognuno di noi porta sempre in tasca.

NOTE DI REGIA

Niente è più divertente di una bella storia di fantasmi. Poche sono le forme della narrazione che possono competere con la proverbiale “notte buia e tempestosa”, con i suoi alberi scheletrici, catene cigolanti, case cadenti, fantasmi svolazzanti e cripte ammuffite. Il genio stravagante di Oscar Wilde regala una storia di orrore divertentissima e acuta. La storia di uno spirito tormentato dalla presenza più terrificante che possa infestare un antico castello inglese: una moderna famiglia americana.? Il Fantasma di Canterville merita un posto d’onore nel genere gotico perché è un’irriverente antologia dei suoi cliché. E anche se tutti gli elementi di questo tipo di racconti sono presenti – la casa stregata, l’indelebile macchia di sangue, lo spettro ululante, il passaggio segreto, la prigione sotterranea, la vicenda tormentata – niente di tutto questo è preso sul serio.
Tra salotti stampati e proiezioni di castelli il fine è proprio di divertire il pubblico fingendo di volerlo spaventare!

9 feb
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 9 febbraio 2019
  • 20:45

di Peter Floyd

traduzione di Antonia Brancati
 
dettagli  

L’OPERA

“Assenze” è la storia di Helen Bastion, una matura matriarca con una volontà di ferro. Anche se in famiglia i rapporti sono difficili per la sua infaticabile azione di controllo su tutto e su tutti, è comunque una storia d’amore per la vita. Compaiono i primi vuoti di memoria, all’inizio negati, in seguito mascherati, ma poi inevitabilmente sconvolgenti. “Pensi che mi lascerò andare facilmente? Io lotterò fino alla fine”.
Helen non ha nessuna intenzione di lasciarsi scivolare nell’oblio. Il suo mondo però diventa sempre più caotico. Vorrebbe ritrovare un rapporto con la figlia Barb, che ha deluso le sue attese e provocato la sua disapprovazione, ma le parole perdono via via di significato e il dialogo diventa sempre più difficile. La sua corazza d’acciaio comincia a sgretolarsi. Le sue facoltà mnemoniche diventano sempre più confuse, tuttavia conservano memoria affettiva, intelligenza, astuzia, abilità dialettiche. Helen si sforza disperatamente di trovare un significato ad un’esistenza che sta lentamente e inesorabilmente diventando un “involucro” vuoto... ed ecco appare il dott. Bright. Con lui Helen arriva a valutare in modo nuovo la sua nuova vita senza tempo né memoria, a scoprire un orizzonte diverso, non privo di poesia e leggerezza: “Libera. Mi sento libera”.
“Assenze” è un testo che coinvolge lo spettatore nell’alternarsi di forze contrapposte, cedimenti, paure, sentimenti, e desideri contrastanti, perché vede la realtà attraverso gli occhi di Helen, fa sue le sue visioni, sente non quello che persone dicono, ma ciò che Helen sente: una progressione che diventa un inanellarsi di parole che insieme non hanno senso. Lo spettatore vede le situazioni dal punto di vista di Helen, ossia dall’interno della sua inafferrabile, odiata e infine amata condizione.


 


NOTE DI REGIA

La forza del testo sta nella capacità di proiettare lo spettatore all’interno di una vicenda che per sua natura è cruda, disarmante ma anche affascinante.
La sfida della messinscena si è dimostrata subito ardua: ambienti diversi nei quali collocare la storia e i suoi protagonisti, salti temporali da sottolineare durante lo svolgimento delle varie scene. Per dipanare questa matassa mi sono affidato all’uso finalizzato delle luci, agli effetti sonori e alle musiche che devono scandire i diversi momenti della storia.
Impegnativo il personaggio del dott. Bright che si materializza nella mente di Helen e alla vista degli spettatori, ma non a quella degli altri interpreti. Al dott. Bright (in traduzione “luminoso, gioioso, allegro”) ho imposto una recitazione sfaccettata, misteriosa, a volte beffarda, dolce ma cruda, sincera.
La scena rappresenta lo skyline di una città americana. Si tratta quindi di un esterno, ma può essere anche un interno, un piano su cui far comparire immagini di ricordi, o una barriera tra la protagonista e gli altri personaggi. Gli elementi d’arredo sono al minimo: la poltrona di Helen, suo luogo di sicurezza, e il divano-lettino d’ospedale. Insomma tutto ridotto all’essenziale per lasciare agli spettatori la possibilità di concentrarsi senza distrazioni, di entrare nella storia, di ascoltarla e vederla con gli occhi della protagonista.


 


L’AUTORE

Peter M. Floyd, nativo del New Hampshire, si è laureato in scienze politiche al MIT di Boston, dove vive. Si è sempre interessato al teatro e ha cominciato a lavorare come attore e regista con numerosi gruppi teatrali locali. La sua carriera di autore ha avuto inizio nel 2005 con la commedia breve “The Little Death” e da allora non ha più smesso di scrivere per il teatro. Nel 2010 ha cominciato a studiare drammaturgia alla Boston University, ottenendo il titolo di Master of Fine Arts nel gennaio 2012. Durante il suo corso di studi ha composto “Absence” che, dopo aver vinto numerosi premi, è andato in scena con grande successo al Boston Playwrights’ Theatre nel 2014.

10 feb
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 10 febbraio 2019
  • 16:00

di Peter Floyd

traduzione di Antonia Brancati
 
dettagli  

L’OPERA

“Assenze” è la storia di Helen Bastion, una matura matriarca con una volontà di ferro. Anche se in famiglia i rapporti sono difficili per la sua infaticabile azione di controllo su tutto e su tutti, è comunque una storia d’amore per la vita. Compaiono i primi vuoti di memoria, all’inizio negati, in seguito mascherati, ma poi inevitabilmente sconvolgenti. “Pensi che mi lascerò andare facilmente? Io lotterò fino alla fine”.
Helen non ha nessuna intenzione di lasciarsi scivolare nell’oblio. Il suo mondo però diventa sempre più caotico. Vorrebbe ritrovare un rapporto con la figlia Barb, che ha deluso le sue attese e provocato la sua disapprovazione, ma le parole perdono via via di significato e il dialogo diventa sempre più difficile. La sua corazza d’acciaio comincia a sgretolarsi. Le sue facoltà mnemoniche diventano sempre più confuse, tuttavia conservano memoria affettiva, intelligenza, astuzia, abilità dialettiche. Helen si sforza disperatamente di trovare un significato ad un’esistenza che sta lentamente e inesorabilmente diventando un “involucro” vuoto... ed ecco appare il dott. Bright. Con lui Helen arriva a valutare in modo nuovo la sua nuova vita senza tempo né memoria, a scoprire un orizzonte diverso, non privo di poesia e leggerezza: “Libera. Mi sento libera”.
“Assenze” è un testo che coinvolge lo spettatore nell’alternarsi di forze contrapposte, cedimenti, paure, sentimenti, e desideri contrastanti, perché vede la realtà attraverso gli occhi di Helen, fa sue le sue visioni, sente non quello che persone dicono, ma ciò che Helen sente: una progressione che diventa un inanellarsi di parole che insieme non hanno senso. Lo spettatore vede le situazioni dal punto di vista di Helen, ossia dall’interno della sua inafferrabile, odiata e infine amata condizione.


 


NOTE DI REGIA

La forza del testo sta nella capacità di proiettare lo spettatore all’interno di una vicenda che per sua natura è cruda, disarmante ma anche affascinante.
La sfida della messinscena si è dimostrata subito ardua: ambienti diversi nei quali collocare la storia e i suoi protagonisti, salti temporali da sottolineare durante lo svolgimento delle varie scene. Per dipanare questa matassa mi sono affidato all’uso finalizzato delle luci, agli effetti sonori e alle musiche che devono scandire i diversi momenti della storia.
Impegnativo il personaggio del dott. Bright che si materializza nella mente di Helen e alla vista degli spettatori, ma non a quella degli altri interpreti. Al dott. Bright (in traduzione “luminoso, gioioso, allegro”) ho imposto una recitazione sfaccettata, misteriosa, a volte beffarda, dolce ma cruda, sincera.
La scena rappresenta lo skyline di una città americana. Si tratta quindi di un esterno, ma può essere anche un interno, un piano su cui far comparire immagini di ricordi, o una barriera tra la protagonista e gli altri personaggi. Gli elementi d’arredo sono al minimo: la poltrona di Helen, suo luogo di sicurezza, e il divano-lettino d’ospedale. Insomma tutto ridotto all’essenziale per lasciare agli spettatori la possibilità di concentrarsi senza distrazioni, di entrare nella storia, di ascoltarla e vederla con gli occhi della protagonista.


 


L’AUTORE

Peter M. Floyd, nativo del New Hampshire, si è laureato in scienze politiche al MIT di Boston, dove vive. Si è sempre interessato al teatro e ha cominciato a lavorare come attore e regista con numerosi gruppi teatrali locali. La sua carriera di autore ha avuto inizio nel 2005 con la commedia breve “The Little Death” e da allora non ha più smesso di scrivere per il teatro. Nel 2010 ha cominciato a studiare drammaturgia alla Boston University, ottenendo il titolo di Master of Fine Arts nel gennaio 2012. Durante il suo corso di studi ha composto “Absence” che, dopo aver vinto numerosi premi, è andato in scena con grande successo al Boston Playwrights’ Theatre nel 2014.

15 feb
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 15 febbraio 2019
  • 20:45

di Peter Floyd

traduzione di Antonia Brancati
 
dettagli  

L’OPERA

“Assenze” è la storia di Helen Bastion, una matura matriarca con una volontà di ferro. Anche se in famiglia i rapporti sono difficili per la sua infaticabile azione di controllo su tutto e su tutti, è comunque una storia d’amore per la vita. Compaiono i primi vuoti di memoria, all’inizio negati, in seguito mascherati, ma poi inevitabilmente sconvolgenti. “Pensi che mi lascerò andare facilmente? Io lotterò fino alla fine”.
Helen non ha nessuna intenzione di lasciarsi scivolare nell’oblio. Il suo mondo però diventa sempre più caotico. Vorrebbe ritrovare un rapporto con la figlia Barb, che ha deluso le sue attese e provocato la sua disapprovazione, ma le parole perdono via via di significato e il dialogo diventa sempre più difficile. La sua corazza d’acciaio comincia a sgretolarsi. Le sue facoltà mnemoniche diventano sempre più confuse, tuttavia conservano memoria affettiva, intelligenza, astuzia, abilità dialettiche. Helen si sforza disperatamente di trovare un significato ad un’esistenza che sta lentamente e inesorabilmente diventando un “involucro” vuoto... ed ecco appare il dott. Bright. Con lui Helen arriva a valutare in modo nuovo la sua nuova vita senza tempo né memoria, a scoprire un orizzonte diverso, non privo di poesia e leggerezza: “Libera. Mi sento libera”.
“Assenze” è un testo che coinvolge lo spettatore nell’alternarsi di forze contrapposte, cedimenti, paure, sentimenti, e desideri contrastanti, perché vede la realtà attraverso gli occhi di Helen, fa sue le sue visioni, sente non quello che persone dicono, ma ciò che Helen sente: una progressione che diventa un inanellarsi di parole che insieme non hanno senso. Lo spettatore vede le situazioni dal punto di vista di Helen, ossia dall’interno della sua inafferrabile, odiata e infine amata condizione.


 


NOTE DI REGIA

La forza del testo sta nella capacità di proiettare lo spettatore all’interno di una vicenda che per sua natura è cruda, disarmante ma anche affascinante.
La sfida della messinscena si è dimostrata subito ardua: ambienti diversi nei quali collocare la storia e i suoi protagonisti, salti temporali da sottolineare durante lo svolgimento delle varie scene. Per dipanare questa matassa mi sono affidato all’uso finalizzato delle luci, agli effetti sonori e alle musiche che devono scandire i diversi momenti della storia.
Impegnativo il personaggio del dott. Bright che si materializza nella mente di Helen e alla vista degli spettatori, ma non a quella degli altri interpreti. Al dott. Bright (in traduzione “luminoso, gioioso, allegro”) ho imposto una recitazione sfaccettata, misteriosa, a volte beffarda, dolce ma cruda, sincera.
La scena rappresenta lo skyline di una città americana. Si tratta quindi di un esterno, ma può essere anche un interno, un piano su cui far comparire immagini di ricordi, o una barriera tra la protagonista e gli altri personaggi. Gli elementi d’arredo sono al minimo: la poltrona di Helen, suo luogo di sicurezza, e il divano-lettino d’ospedale. Insomma tutto ridotto all’essenziale per lasciare agli spettatori la possibilità di concentrarsi senza distrazioni, di entrare nella storia, di ascoltarla e vederla con gli occhi della protagonista.


 


L’AUTORE

Peter M. Floyd, nativo del New Hampshire, si è laureato in scienze politiche al MIT di Boston, dove vive. Si è sempre interessato al teatro e ha cominciato a lavorare come attore e regista con numerosi gruppi teatrali locali. La sua carriera di autore ha avuto inizio nel 2005 con la commedia breve “The Little Death” e da allora non ha più smesso di scrivere per il teatro. Nel 2010 ha cominciato a studiare drammaturgia alla Boston University, ottenendo il titolo di Master of Fine Arts nel gennaio 2012. Durante il suo corso di studi ha composto “Absence” che, dopo aver vinto numerosi premi, è andato in scena con grande successo al Boston Playwrights’ Theatre nel 2014.

16 feb
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 16 febbraio 2019
  • 20:45

di Peter Floyd

traduzione di Antonia Brancati
 
dettagli  

L’OPERA

“Assenze” è la storia di Helen Bastion, una matura matriarca con una volontà di ferro. Anche se in famiglia i rapporti sono difficili per la sua infaticabile azione di controllo su tutto e su tutti, è comunque una storia d’amore per la vita. Compaiono i primi vuoti di memoria, all’inizio negati, in seguito mascherati, ma poi inevitabilmente sconvolgenti. “Pensi che mi lascerò andare facilmente? Io lotterò fino alla fine”.
Helen non ha nessuna intenzione di lasciarsi scivolare nell’oblio. Il suo mondo però diventa sempre più caotico. Vorrebbe ritrovare un rapporto con la figlia Barb, che ha deluso le sue attese e provocato la sua disapprovazione, ma le parole perdono via via di significato e il dialogo diventa sempre più difficile. La sua corazza d’acciaio comincia a sgretolarsi. Le sue facoltà mnemoniche diventano sempre più confuse, tuttavia conservano memoria affettiva, intelligenza, astuzia, abilità dialettiche. Helen si sforza disperatamente di trovare un significato ad un’esistenza che sta lentamente e inesorabilmente diventando un “involucro” vuoto... ed ecco appare il dott. Bright. Con lui Helen arriva a valutare in modo nuovo la sua nuova vita senza tempo né memoria, a scoprire un orizzonte diverso, non privo di poesia e leggerezza: “Libera. Mi sento libera”.
“Assenze” è un testo che coinvolge lo spettatore nell’alternarsi di forze contrapposte, cedimenti, paure, sentimenti, e desideri contrastanti, perché vede la realtà attraverso gli occhi di Helen, fa sue le sue visioni, sente non quello che persone dicono, ma ciò che Helen sente: una progressione che diventa un inanellarsi di parole che insieme non hanno senso. Lo spettatore vede le situazioni dal punto di vista di Helen, ossia dall’interno della sua inafferrabile, odiata e infine amata condizione.


 


NOTE DI REGIA

La forza del testo sta nella capacità di proiettare lo spettatore all’interno di una vicenda che per sua natura è cruda, disarmante ma anche affascinante.
La sfida della messinscena si è dimostrata subito ardua: ambienti diversi nei quali collocare la storia e i suoi protagonisti, salti temporali da sottolineare durante lo svolgimento delle varie scene. Per dipanare questa matassa mi sono affidato all’uso finalizzato delle luci, agli effetti sonori e alle musiche che devono scandire i diversi momenti della storia.
Impegnativo il personaggio del dott. Bright che si materializza nella mente di Helen e alla vista degli spettatori, ma non a quella degli altri interpreti. Al dott. Bright (in traduzione “luminoso, gioioso, allegro”) ho imposto una recitazione sfaccettata, misteriosa, a volte beffarda, dolce ma cruda, sincera.
La scena rappresenta lo skyline di una città americana. Si tratta quindi di un esterno, ma può essere anche un interno, un piano su cui far comparire immagini di ricordi, o una barriera tra la protagonista e gli altri personaggi. Gli elementi d’arredo sono al minimo: la poltrona di Helen, suo luogo di sicurezza, e il divano-lettino d’ospedale. Insomma tutto ridotto all’essenziale per lasciare agli spettatori la possibilità di concentrarsi senza distrazioni, di entrare nella storia, di ascoltarla e vederla con gli occhi della protagonista.


 


L’AUTORE

Peter M. Floyd, nativo del New Hampshire, si è laureato in scienze politiche al MIT di Boston, dove vive. Si è sempre interessato al teatro e ha cominciato a lavorare come attore e regista con numerosi gruppi teatrali locali. La sua carriera di autore ha avuto inizio nel 2005 con la commedia breve “The Little Death” e da allora non ha più smesso di scrivere per il teatro. Nel 2010 ha cominciato a studiare drammaturgia alla Boston University, ottenendo il titolo di Master of Fine Arts nel gennaio 2012. Durante il suo corso di studi ha composto “Absence” che, dopo aver vinto numerosi premi, è andato in scena con grande successo al Boston Playwrights’ Theatre nel 2014.

17 feb
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 17 febbraio 2019
  • 16:00

di Peter Floyd

traduzione di Antonia Brancati
 
dettagli  

L’OPERA

“Assenze” è la storia di Helen Bastion, una matura matriarca con una volontà di ferro. Anche se in famiglia i rapporti sono difficili per la sua infaticabile azione di controllo su tutto e su tutti, è comunque una storia d’amore per la vita. Compaiono i primi vuoti di memoria, all’inizio negati, in seguito mascherati, ma poi inevitabilmente sconvolgenti. “Pensi che mi lascerò andare facilmente? Io lotterò fino alla fine”.
Helen non ha nessuna intenzione di lasciarsi scivolare nell’oblio. Il suo mondo però diventa sempre più caotico. Vorrebbe ritrovare un rapporto con la figlia Barb, che ha deluso le sue attese e provocato la sua disapprovazione, ma le parole perdono via via di significato e il dialogo diventa sempre più difficile. La sua corazza d’acciaio comincia a sgretolarsi. Le sue facoltà mnemoniche diventano sempre più confuse, tuttavia conservano memoria affettiva, intelligenza, astuzia, abilità dialettiche. Helen si sforza disperatamente di trovare un significato ad un’esistenza che sta lentamente e inesorabilmente diventando un “involucro” vuoto... ed ecco appare il dott. Bright. Con lui Helen arriva a valutare in modo nuovo la sua nuova vita senza tempo né memoria, a scoprire un orizzonte diverso, non privo di poesia e leggerezza: “Libera. Mi sento libera”.
“Assenze” è un testo che coinvolge lo spettatore nell’alternarsi di forze contrapposte, cedimenti, paure, sentimenti, e desideri contrastanti, perché vede la realtà attraverso gli occhi di Helen, fa sue le sue visioni, sente non quello che persone dicono, ma ciò che Helen sente: una progressione che diventa un inanellarsi di parole che insieme non hanno senso. Lo spettatore vede le situazioni dal punto di vista di Helen, ossia dall’interno della sua inafferrabile, odiata e infine amata condizione.


 


NOTE DI REGIA

La forza del testo sta nella capacità di proiettare lo spettatore all’interno di una vicenda che per sua natura è cruda, disarmante ma anche affascinante.
La sfida della messinscena si è dimostrata subito ardua: ambienti diversi nei quali collocare la storia e i suoi protagonisti, salti temporali da sottolineare durante lo svolgimento delle varie scene. Per dipanare questa matassa mi sono affidato all’uso finalizzato delle luci, agli effetti sonori e alle musiche che devono scandire i diversi momenti della storia.
Impegnativo il personaggio del dott. Bright che si materializza nella mente di Helen e alla vista degli spettatori, ma non a quella degli altri interpreti. Al dott. Bright (in traduzione “luminoso, gioioso, allegro”) ho imposto una recitazione sfaccettata, misteriosa, a volte beffarda, dolce ma cruda, sincera.
La scena rappresenta lo skyline di una città americana. Si tratta quindi di un esterno, ma può essere anche un interno, un piano su cui far comparire immagini di ricordi, o una barriera tra la protagonista e gli altri personaggi. Gli elementi d’arredo sono al minimo: la poltrona di Helen, suo luogo di sicurezza, e il divano-lettino d’ospedale. Insomma tutto ridotto all’essenziale per lasciare agli spettatori la possibilità di concentrarsi senza distrazioni, di entrare nella storia, di ascoltarla e vederla con gli occhi della protagonista.


 


L’AUTORE

Peter M. Floyd, nativo del New Hampshire, si è laureato in scienze politiche al MIT di Boston, dove vive. Si è sempre interessato al teatro e ha cominciato a lavorare come attore e regista con numerosi gruppi teatrali locali. La sua carriera di autore ha avuto inizio nel 2005 con la commedia breve “The Little Death” e da allora non ha più smesso di scrivere per il teatro. Nel 2010 ha cominciato a studiare drammaturgia alla Boston University, ottenendo il titolo di Master of Fine Arts nel gennaio 2012. Durante il suo corso di studi ha composto “Absence” che, dopo aver vinto numerosi premi, è andato in scena con grande successo al Boston Playwrights’ Theatre nel 2014.

22 feb
  • Teatrino d’Arco
  • venerdì 22 febbraio 2019
  • 20:45

di Peter Floyd

traduzione di Antonia Brancati
 
dettagli  

L’OPERA

“Assenze” è la storia di Helen Bastion, una matura matriarca con una volontà di ferro. Anche se in famiglia i rapporti sono difficili per la sua infaticabile azione di controllo su tutto e su tutti, è comunque una storia d’amore per la vita. Compaiono i primi vuoti di memoria, all’inizio negati, in seguito mascherati, ma poi inevitabilmente sconvolgenti. “Pensi che mi lascerò andare facilmente? Io lotterò fino alla fine”.
Helen non ha nessuna intenzione di lasciarsi scivolare nell’oblio. Il suo mondo però diventa sempre più caotico. Vorrebbe ritrovare un rapporto con la figlia Barb, che ha deluso le sue attese e provocato la sua disapprovazione, ma le parole perdono via via di significato e il dialogo diventa sempre più difficile. La sua corazza d’acciaio comincia a sgretolarsi. Le sue facoltà mnemoniche diventano sempre più confuse, tuttavia conservano memoria affettiva, intelligenza, astuzia, abilità dialettiche. Helen si sforza disperatamente di trovare un significato ad un’esistenza che sta lentamente e inesorabilmente diventando un “involucro” vuoto... ed ecco appare il dott. Bright. Con lui Helen arriva a valutare in modo nuovo la sua nuova vita senza tempo né memoria, a scoprire un orizzonte diverso, non privo di poesia e leggerezza: “Libera. Mi sento libera”.
“Assenze” è un testo che coinvolge lo spettatore nell’alternarsi di forze contrapposte, cedimenti, paure, sentimenti, e desideri contrastanti, perché vede la realtà attraverso gli occhi di Helen, fa sue le sue visioni, sente non quello che persone dicono, ma ciò che Helen sente: una progressione che diventa un inanellarsi di parole che insieme non hanno senso. Lo spettatore vede le situazioni dal punto di vista di Helen, ossia dall’interno della sua inafferrabile, odiata e infine amata condizione.


 


NOTE DI REGIA

La forza del testo sta nella capacità di proiettare lo spettatore all’interno di una vicenda che per sua natura è cruda, disarmante ma anche affascinante.
La sfida della messinscena si è dimostrata subito ardua: ambienti diversi nei quali collocare la storia e i suoi protagonisti, salti temporali da sottolineare durante lo svolgimento delle varie scene. Per dipanare questa matassa mi sono affidato all’uso finalizzato delle luci, agli effetti sonori e alle musiche che devono scandire i diversi momenti della storia.
Impegnativo il personaggio del dott. Bright che si materializza nella mente di Helen e alla vista degli spettatori, ma non a quella degli altri interpreti. Al dott. Bright (in traduzione “luminoso, gioioso, allegro”) ho imposto una recitazione sfaccettata, misteriosa, a volte beffarda, dolce ma cruda, sincera.
La scena rappresenta lo skyline di una città americana. Si tratta quindi di un esterno, ma può essere anche un interno, un piano su cui far comparire immagini di ricordi, o una barriera tra la protagonista e gli altri personaggi. Gli elementi d’arredo sono al minimo: la poltrona di Helen, suo luogo di sicurezza, e il divano-lettino d’ospedale. Insomma tutto ridotto all’essenziale per lasciare agli spettatori la possibilità di concentrarsi senza distrazioni, di entrare nella storia, di ascoltarla e vederla con gli occhi della protagonista.


 


L’AUTORE

Peter M. Floyd, nativo del New Hampshire, si è laureato in scienze politiche al MIT di Boston, dove vive. Si è sempre interessato al teatro e ha cominciato a lavorare come attore e regista con numerosi gruppi teatrali locali. La sua carriera di autore ha avuto inizio nel 2005 con la commedia breve “The Little Death” e da allora non ha più smesso di scrivere per il teatro. Nel 2010 ha cominciato a studiare drammaturgia alla Boston University, ottenendo il titolo di Master of Fine Arts nel gennaio 2012. Durante il suo corso di studi ha composto “Absence” che, dopo aver vinto numerosi premi, è andato in scena con grande successo al Boston Playwrights’ Theatre nel 2014.

23 feb
  • Teatrino d’Arco
  • sabato 23 febbraio 2019
  • 20:45

di Peter Floyd

traduzione di Antonia Brancati
 
dettagli  

L’OPERA

“Assenze” è la storia di Helen Bastion, una matura matriarca con una volontà di ferro. Anche se in famiglia i rapporti sono difficili per la sua infaticabile azione di controllo su tutto e su tutti, è comunque una storia d’amore per la vita. Compaiono i primi vuoti di memoria, all’inizio negati, in seguito mascherati, ma poi inevitabilmente sconvolgenti. “Pensi che mi lascerò andare facilmente? Io lotterò fino alla fine”.
Helen non ha nessuna intenzione di lasciarsi scivolare nell’oblio. Il suo mondo però diventa sempre più caotico. Vorrebbe ritrovare un rapporto con la figlia Barb, che ha deluso le sue attese e provocato la sua disapprovazione, ma le parole perdono via via di significato e il dialogo diventa sempre più difficile. La sua corazza d’acciaio comincia a sgretolarsi. Le sue facoltà mnemoniche diventano sempre più confuse, tuttavia conservano memoria affettiva, intelligenza, astuzia, abilità dialettiche. Helen si sforza disperatamente di trovare un significato ad un’esistenza che sta lentamente e inesorabilmente diventando un “involucro” vuoto... ed ecco appare il dott. Bright. Con lui Helen arriva a valutare in modo nuovo la sua nuova vita senza tempo né memoria, a scoprire un orizzonte diverso, non privo di poesia e leggerezza: “Libera. Mi sento libera”.
“Assenze” è un testo che coinvolge lo spettatore nell’alternarsi di forze contrapposte, cedimenti, paure, sentimenti, e desideri contrastanti, perché vede la realtà attraverso gli occhi di Helen, fa sue le sue visioni, sente non quello che persone dicono, ma ciò che Helen sente: una progressione che diventa un inanellarsi di parole che insieme non hanno senso. Lo spettatore vede le situazioni dal punto di vista di Helen, ossia dall’interno della sua inafferrabile, odiata e infine amata condizione.


 


NOTE DI REGIA

La forza del testo sta nella capacità di proiettare lo spettatore all’interno di una vicenda che per sua natura è cruda, disarmante ma anche affascinante.
La sfida della messinscena si è dimostrata subito ardua: ambienti diversi nei quali collocare la storia e i suoi protagonisti, salti temporali da sottolineare durante lo svolgimento delle varie scene. Per dipanare questa matassa mi sono affidato all’uso finalizzato delle luci, agli effetti sonori e alle musiche che devono scandire i diversi momenti della storia.
Impegnativo il personaggio del dott. Bright che si materializza nella mente di Helen e alla vista degli spettatori, ma non a quella degli altri interpreti. Al dott. Bright (in traduzione “luminoso, gioioso, allegro”) ho imposto una recitazione sfaccettata, misteriosa, a volte beffarda, dolce ma cruda, sincera.
La scena rappresenta lo skyline di una città americana. Si tratta quindi di un esterno, ma può essere anche un interno, un piano su cui far comparire immagini di ricordi, o una barriera tra la protagonista e gli altri personaggi. Gli elementi d’arredo sono al minimo: la poltrona di Helen, suo luogo di sicurezza, e il divano-lettino d’ospedale. Insomma tutto ridotto all’essenziale per lasciare agli spettatori la possibilità di concentrarsi senza distrazioni, di entrare nella storia, di ascoltarla e vederla con gli occhi della protagonista.


 


L’AUTORE

Peter M. Floyd, nativo del New Hampshire, si è laureato in scienze politiche al MIT di Boston, dove vive. Si è sempre interessato al teatro e ha cominciato a lavorare come attore e regista con numerosi gruppi teatrali locali. La sua carriera di autore ha avuto inizio nel 2005 con la commedia breve “The Little Death” e da allora non ha più smesso di scrivere per il teatro. Nel 2010 ha cominciato a studiare drammaturgia alla Boston University, ottenendo il titolo di Master of Fine Arts nel gennaio 2012. Durante il suo corso di studi ha composto “Absence” che, dopo aver vinto numerosi premi, è andato in scena con grande successo al Boston Playwrights’ Theatre nel 2014.

24 feb
  • Teatrino d’Arco
  • domenica 24 febbraio 2019
  • 16:00

di Peter Floyd

traduzione di Antonia Brancati
 
dettagli  

L’OPERA

“Assenze” è la storia di Helen Bastion, una matura matriarca con una volontà di ferro. Anche se in famiglia i rapporti sono difficili per la sua infaticabile azione di controllo su tutto e su tutti, è comunque una storia d’amore per la vita. Compaiono i primi vuoti di memoria, all’inizio negati, in seguito mascherati, ma poi inevitabilmente sconvolgenti. “Pensi che mi lascerò andare facilmente? Io lotterò fino alla fine”.
Helen non ha nessuna intenzione di lasciarsi scivolare nell’oblio. Il suo mondo però diventa sempre più caotico. Vorrebbe ritrovare un rapporto con la figlia Barb, che ha deluso le sue attese e provocato la sua disapprovazione, ma le parole perdono via via di significato e il dialogo diventa sempre più difficile. La sua corazza d’acciaio comincia a sgretolarsi. Le sue facoltà mnemoniche diventano sempre più confuse, tuttavia conservano memoria affettiva, intelligenza, astuzia, abilità dialettiche. Helen si sforza disperatamente di trovare un significato ad un’esistenza che sta lentamente e inesorabilmente diventando un “involucro” vuoto... ed ecco appare il dott. Bright. Con lui Helen arriva a valutare in modo nuovo la sua nuova vita senza tempo né memoria, a scoprire un orizzonte diverso, non privo di poesia e leggerezza: “Libera. Mi sento libera”.
“Assenze” è un testo che coinvolge lo spettatore nell’alternarsi di forze contrapposte, cedimenti, paure, sentimenti, e desideri contrastanti, perché vede la realtà attraverso gli occhi di Helen, fa sue le sue visioni, sente non quello che persone dicono, ma ciò che Helen sente: una progressione che diventa un inanellarsi di parole che insieme non hanno senso. Lo spettatore vede le situazioni dal punto di vista di Helen, ossia dall’interno della sua inafferrabile, odiata e infine amata condizione.


 


NOTE DI REGIA

La forza del testo sta nella capacità di proiettare lo spettatore all’interno di una vicenda che per sua natura è cruda, disarmante ma anche affascinante.
La sfida della messinscena si è dimostrata subito ardua: ambienti diversi nei quali collocare la storia e i suoi protagonisti, salti temporali da sottolineare durante lo svolgimento delle varie scene. Per dipanare questa matassa mi sono affidato all’uso finalizzato delle luci, agli effetti sonori e alle musiche che devono scandire i diversi momenti della storia.
Impegnativo il personaggio del dott. Bright che si materializza nella mente di Helen e alla vista degli spettatori, ma non a quella degli altri interpreti. Al dott. Bright (in traduzione “luminoso, gioioso, allegro”) ho imposto una recitazione sfaccettata, misteriosa, a volte beffarda, dolce ma cruda, sincera.
La scena rappresenta lo skyline di una città americana. Si tratta quindi di un esterno, ma può essere anche un interno, un piano su cui far comparire immagini di ricordi, o una barriera tra la protagonista e gli altri personaggi. Gli elementi d’arredo sono al minimo: la poltrona di Helen, suo luogo di sicurezza, e il divano-lettino d’ospedale. Insomma tutto ridotto all’essenziale per lasciare agli spettatori la possibilità di concentrarsi senza distrazioni, di entrare nella storia, di ascoltarla e vederla con gli occhi della protagonista.


 


L’AUTORE

Peter M. Floyd, nativo del New Hampshire, si è laureato in scienze politiche al MIT di Boston, dove vive. Si è sempre interessato al teatro e ha cominciato a lavorare come attore e regista con numerosi gruppi teatrali locali. La sua carriera di autore ha avuto inizio nel 2005 con la commedia breve “The Little Death” e da allora non ha più smesso di scrivere per il teatro. Nel 2010 ha cominciato a studiare drammaturgia alla Boston University, ottenendo il titolo di Master of Fine Arts nel gennaio 2012. Durante il suo corso di studi ha composto “Absence” che, dopo aver vinto numerosi premi, è andato in scena con grande successo al Boston Playwrights’ Theatre nel 2014.