Accademia teatrale“rancesco Campogalliani

SPETTACOLI realizzati

 

 

 

ASSASSINO  PER  FORZA

due tempi di Marc Gilbert Sauvajon

traduzione di Liana Ferri

 

personaggi e interpreti

 

Cipriano Varescot,

Armando Varescot, figlio di Cipriano

 

DAMIANO SCAINI

ETTORE SPAGNA

Federico Varescot,  figlio di Cipriano

 

FRANCO TRALLI

Maria Varescot, figlia di Cipriano

 

GABRIELLA PEZZOLI

Geltrude Varescot,moglie di Armando

Silvia Varescot, figlia di Federico

Isabella Sauvin, figlia di Silvia e Gilberto Sauvin

Carolina, segretaria di Cipriano

Franco Varescot, figlio di Federico

Gilberto Sauvin, marito di Silvia

Stella, cameriera

L’ispettore Legrand

 

LOREDANA SARTORELLO

SERENA ZERBETTO

EUGENIA CASALI

GLENDA GORRERI

STEFANO BONISOLI

MICHELE ROMUALDI

ELEONORA GHISI

SALVATORE LUZIO

 

                                   Regia di MARIO ZOLIN

 

                                             Scene:DIEGO FUSARI

             Costumi: FRANCESCA CAMPOGALLIANI, DIEGO FUSARI

                                        Luci: GIORGIO CODOGNOLA

                                Colonna sonora: NICOLA MARTINELLI

                                     Direzione scenica: PAOLA SARZOLA

 

L’OPERA

Uno strano giallo questo “Assassino per forza”.

Gli ingredienti del genere teatrale ci sono tutti: un morto scomodo, l’assassina, e per sua stessa iniziale ammissione si può star certi della sua identità, un commissario perspicace, la suspence e i colpi di scena ben distribuiti nel corso di tutta la vicenda il cui esito è incerto fino alla fine.

E c’è perfino chi sta per diventare, appunto, “assassino per forza”.

E tuttavia, è davvero uno strano giallo, poiché fin dall’inizio, appena dopo che l’omicidio si è palesato, il pubblico s’accorge che questi elementi sono in realtà strumentali per  l’autore il cui assunto appare invece quello di tracciare un ritratto disincantato, grottesco e a tratti perfino ironico di ricca una famiglia francese degli anni ’30, governata da interessi egoisticamente crudeli, tormentata da contrasti interni e unita solo per salvare le apparenze di un perbenismo bugiardo e di facciata.

Il lutto incombe come una cappa su individui che trovano nell’incapacità di amare la volontà contorta e per loro irrinunciabile di rifiutare il destino, o almeno di tentare di farlo, per ripararsi dall’invadenza del giudizio altrui. E il dramma dei falsi valori s’allarga idealmente e tragicamente a un’intera società.

La storia prende vivacità battuta dopo battuta palesando un sapore di battagliera consuetudine quotidiana fra personaggi che, presi a prestito direttamente dalla realtà, dialogano con un linguaggio rapido, essenziale, sapientemente teatrale.

Ma attenzione: le cose non sono mai come sembrano e la vita a volte, per fortuna, prende strade imprevedibili e inattese.

 

 

L’AUTORE

Marc Gilbert Sauvajon (Valence 20 settembre 1909 – Montpellier 15 aprile 1985), laureatosi in legge e iscritto alla Scuola di Scienze Politiche, aveva deciso d’intraprendere la carriera diplomatica quando, attratto fatalmente dalla letteratura, soprattutto teatrale, abbandonò gli studi per inserirsi nel mondo giornalistico.

Nel 1935 scrisse la sua prima opera per il teatro, ma il successo arrivò con il secondo lavoro e continuò fino alla fine con circa cento sceneggiature cinematografiche e una trentina di commedie che lo consacrarono come uno dei maestri della grande commedia francese, capace di proporre un repertorio salottiero con trame bizzarre e a volte paradossali da cui fanno capolino piccole verità quotidiane, alla maniera di Labiche e Feydeau.

Fra i lavori di prosa più spesso ancora rappresentati: “L’anatra all’arancia”, “Tredici a tavola”, “Adorabile Giulia”, fra i films più famosi “Ninotchka”, “Michele Strogoff”, “Era di venerdì 17”, “La Madelon” e molti altri ancora.

 

 

NOTE DI REGIA

Una porta divide la morte dalla vita, ciò che è stato e che lo spettatore può immagina soltanto, da ciò che invece vede prendere forma e via via mutare secondo l’agitato andirivieni dei personaggi. Un nodo inscindibile da cui il regista non distoglie mai l’attenzione, guidando gli attori ad una lettura rispettosa e incalzante del testo ma, soprattutto, sollecita ciascun personaggio a lasciar emergere la propria umanità contorta, inquietante e comunque sempre vera.

Dunque, un’indagine sui caratteri e sui comportamenti che considera gli avvenimenti come involucro indispensabile al cui interno bisogna però mettere a nudo ciò che è ancora più importante: l’essenza dell’anima. 

Carnefici e vittime si mescolano in un groviglio crudele che non risparmia nessuno, compreso il vecchio, e ingombrante Cipriano, despota senza cuore ma di lungimirante saggezza, che la regia ha voluto, vero deus ex machina, presenza costante e incombente, pur se immateriale.

Così come ha scelto di porre un forte accento sulla vera tragedia familiare, cioè la cronica mancanza d’amore da cui tutto deriva, e che però s’apre, alla fine, almeno per qualcuno, alla speranza del riscatto.